Archive for aprile, 2010

[tokyo - quello che sta nel mezzo - 5]

che in realtà si dovrebbe chiamare [kyoto - quello che... ecc. ecc.]. ma per coerenza formale teniamo il titolo di sempre.
giorni 5 e 6 – kyoto.
come si sarà intuito, i giorni 5 e 6 ci vedono traslati di un paio di centinaia di chilometri, che fatti con lo shinkansen (veloce, puntualissimo, pulitissimo, con bagni che ci potresti mangiare e i controllori che si inchinano ogni volta che escono dal vagone) sembrano tipo un roma-viterbo, e invece no, noi stiamo andando a kyoto, e sono pur sempre seicento chilometrini.
partiamo prestissimo – con relativa alzataccia, uscita dall’albergo a un orario che manco i cani, e colazione in treno con le provviste, prese al family mart, di caffellatte in tetrapak, biscottini al cioccolato e tortine varie, mentre intorno a noi i giapponesi sono alle prese coi loro educatissimi, ordinatissimi e non-sbriciolanti bento, coi loro onigiri e i maki e i sushini vari della colazione da viaggio nippon-style. io penso che per completezza documentaria andrebbe provata anche quella, ma in realtà niente, non gliela fo: prima delle dieci di mattina continuo a essere ostinatamente italiana. tant’è.
il compagno a sorpresa del nostro viaggio in treno è il monte fuji: non pervenuto ai punti d’osservazione dove in teoria avrebbe dovuto presentarsi (due giorni prima, sulla strada per hakone), spunta fuori adesso, placido e sornione. la mia vicina di poltrona si distrae apposta dal suo bento, per indicarmelo emozionatissima, e insiste che mi metta accanto al finestrino e gli faccia una foto – ovviamente tutto in giapponese e a gesti. obbedisco umilmente, dopodiché crollo per un paio d’ore, e quando riapro gli occhi stiamo entrando a kyoto.
kyoto mi appare da subito molto meno bella di tokyo: meno colorata e rutilante, più seria, più provinciale. nondimeno, quello che ha di bello è davvero *molto* bello: un tempio enorme e solenne di cui non ricordo il nome, il castello di nijo coi pavimenti che cinguettano in funzione anti-ninja, il palazzo imperiale e i suoi giardini mozzafiato, il vecchio quartiere di gion con le case di legno e i ponticelli sui canali e le geishe che vanno al lavoro. sono i punti di raccordo che non mi convincono, più anonimi e pacati di quello a cui mi sono fin qui abituata. fa eccezione uno stupendo lungofiume, dagli argini bassi e larghi, con la gente seduta a chiacchierare e le bici che passeggiano. come in un disegno di adachi, se volete provare a immaginarvelo.
oltre a tutto questo: la prima sera cena a base di yakitori, ossia spiedini di qualunque cosa, dal pollo in polpettine ai funghi shitake al gambero intero. buonissimi. al rientro al riokan (a kyoto abbiamo deciso di provare l’accoglienza tradizionale giapponese, con tanto di tatami e futon stesi a terra e tutto – come in un disegno di rumiko takahashi, sì, proprio così), bagno tradizionale nell’onsen – che vuol dire doccia sullo sgabellino nell’ambiente comune (diviso maschietti/femminucce, va da sé) e immersione nella vasca con l’acqua termale. cinque minuti, non di più: la temperatura è da collasso – e infatti che ve lo dico a fare, dopo, il tracollo generale.
il giorno dopo, invece, c’è da annoverare: un giro di shopping alla kyoto tower, dove mi aggiudico i miei due manga-trofei (n. 1 di nana e numero a caso di H2); bento sul treno come i veri giappi, ora che l’orario è un po’ più normale; e al rientro a tokyo, birretta tra i minuscoli vicoli del golden gai, nell’altrettanto minuscolo locale di ace’s, compatto meltin’ pot di gente di tutti i tipi a gruppi da massimo dieci persone per volta. fenomenale. facciamo le tre di notte a bere biru e mangiare noccioline, al rientro in albergo il letto sembra un miracolo divino.

[intervallo - un po' di presente]

dice che tutto sommato è facile. inizi da un punto qualsiasi, ti armi di buona volontà e – per dire, che so – vai al supermercato a fare spesa e compri cose diverse dal solito. che ne so, cambi le cose da mangiare a colazione. che vuol dire che cambi orari. che vuol dire che a poco a poco, iniziando da lì come potresti iniziare da un qualunque altro punto, ti stai riorganizzando la vita.
ecco: io ho voglia, e bisogno, di riorganizzarmi la vita. riordinare e rischedulare tutto, in un qualunque modo basta che sia diverso, basta che non sembri lo strascico di prima. riordinare gli armadi, cambiare posto ai mobili, pulire tutto, cambiare passatempi, svuotare il freezer.
per ora, l’unica cosa che sono riuscita a fare è accoccolarmi sul letto a leggere, coperta da un plaid e sgranocchiando taralli, e cercare di sentir assestare, intorno a me, gli spazi di una casa che a poco a poco si svuota. il tutto condito da una spruzzata di tristezza.
andrà meglio.
col tempo.

[tokyo - quello che sta nel mezzo - 4]

giorno 4 – ueno e asakusa.
il giro del giorno 4 inizia attraversando la strada davanti alla stazione di ueno e infilandoci dentro al mercato di [omissis, dato che non mi ricorderò mai come si chiama]. ché i mercati vanno visti sempre, signora mia, sono l’anima delle città e poi chissà che non troviamo qualcosa di carino da portare come souvenir; e infatti io trovo subitissimo il maneki-neko che dondola, da riportare come souvenir *a me stessa*, sia mai che rimango senza e poi finita la vacanza non mi sovviene più niente. eh.
quello che invece, del mercato di [omissis] mi ricorderò sempre anche senza souvenir saranno gli odori, soprattutto quelli dei locali che cominciano a cucinare già all’ora di colazione – pesce, riso bollito, il pungente sgradevole di una roba marrone che più in là ci ritroveremo nel piatto e che non so cos’è, forse bambù, chi lo sa. e poi i sapori. il mou delle caramelle che ho comprato perché sul sacchetto erano disegnate con la faccina, il polpo dei takoyaki mangiati al banchettino alle 11 di mattina, ché i takoyaki andavano assaggiati, signora mia.
la tappa successiva al mercato è il parco di ueno. particolari rimarcabili: un caldo da girare in magliettina, l’assenza dei famosi fiori di loto nei laghetti (perché non è stagione, sospettiamo), carpe grandi così, un assalto di gabbianelle attirate dai popcorn, marrabbio di kiss me licia che gira per il parco in bicicletta, il grande buddha che dopo intense ricerche, una volta trovato, si rivela in realtà un buddha piuttosto piccolo (e col bavaglino rosso, chissà che vuol dire), lo zoo con l’ingresso da cartone animato, il campo di baseball a lato dei bagni, due tizi che quando passo commentano “ammazza che bocce questa”. ehm, sì: non ci si fa mancare niente neanche in giappone, signora mia.
tappa ancora successiva: asakusa. che è un quartiere vecchissimo, di vicoli coperti e vecchie botteghe e – manco detto -ristoranti, a ridosso del senso-ji. che a sua volta è il principale tempio buddista della città, ed è strepitosamente bello. coi suoi portali sormontati da lanterne enormi, e le statue degli dei sul lato e la pagoda come quelle della città incantata di miyazaki, e la gente che si butta addosso il fumo dell’incensiera prima di entrare. quando ripassiamo dopo il giro per negozietti (uno stipendio in daruma e appendini per i cellulari, signora mia, che fa, non li riporta a casa un po’ di souvenir?) e quattro ottimi ramen (fatti dal cuoco più folcloristico del mondo, con tanto di asciugamano arrotolato sulla fronte), tutte quelle luci accese sono un tuffo al cuore.
ce ne andiamo all’imbrunire. cena non mi ricordo più dove (forse tempura, o forse il tempura era il giorno prima e questo è il giorno dell’okonomiyaki, boh, chissà). albergo. tracollo generale.

[tokyo - quello che sta nel mezzo - 3]

giorno 3 – hakone
il terzo giorno finalmente si presenta la pioggia. non dico che se ne sentisse la mancanza, per carità, ma dopo tanto minacciare doveva pur comparire, e il tanto sospirato abbigliamento da pioggia andava pur testato.
e poi la pioggia, in certi posti, sta da dio, e hakone è tra questi. quando saliamo sul trenino che si arrampica su, lento e caracollante per il costone della montagna, e le gocce iniziano a scendere sottili sottili, tutto inizia ad ammantarsi di un’aura evanescente. da sotto la visiera del cappellino, quella che sembra di vedere è un’altra dimensione. minuta, sospesa, lenta, silenziosa. e sospesi lenti silenziosi ci arrampichiamo su, trenino, funicolare, funivia – appesi sopra valli enormi e striature di zolfo – poi galeone spagnolo (!) che ci traghetta al di là del lago, fino al paese da dove, a piedi per il sentiero, arriviamo al santuario. che dopo tutto questo tragitto appare spiazzante nella sua imponenza. davanti al torii rosso che emerge solido dalle acque placide del lago, davanti alle lunghissime scalinate e agli alberi secolari e immersa nell’odore d’erba e di terra che emana dal suolo, mi si spezza il fiato e ho fitte di mancanza. e vorrei, con tutta me stessa, poter mostrare questa meraviglia a qualcuno, il mio qualcuno lontano novemila chilometri e un po’.
il ritorno è lento e sonnachioso. l’omino del bar del tempio ci regala due ombrelli che cerchiamo in tutti i modi di fargli riportar su una volta arrivati al paese; il debito karmico inizia ad aumentare a livelli che non smaltiremo mai.
le due ore di giornata che restano quando arriviamo a tokyo ci vedono persi tra gli scaffali di tokyu hands, sette enormi piani di casalinghi, oggettistica, puttanate varie. della serie: portatemi via di qui.
poi okonomiyaki, lavatrice, albergo. tracollo generale, va da sé.

[tokyo - quello che sta nel mezzo - 2]

giorno 2 – harajuku e shibuya
il giorno 2 inizia con una pre-colazione a base di kit-kat del giorno prima e tè fatto col bollitore in dotazione all’albergo. segue starbucks (aka: piccole certezze for breakfast), dopodiché si può dare il via alle danze. e le danze prevedono, dopo un secondo giro di consultazioni da map camera, dove per la seconda volta sorridono inossidabili fino alla fine, harajuku e shibuya.
al primo viaggio in metro la cosa che colpisce è l’assoluto ordine. la gente in fila davanti ai segni per terra che indicano dove si apriranno le porte dei vagoni, il treno che magicamente si ferma *esattamente* in corrispondenza, i passaggi a orario precisi al minuto. sulle scale mobili in formazione, tutti a sinistra in fila per uno.
poi fuori dalla metro ci aspetta il meiji-jingu: splendido tempio (o santuario? altra differenza che non capiremo mai) scintoista, coi torii di legno – i più grandi del giappone, si narra, e io tendo a fidarmi perché sono davvero imponenti – che aprono la vista su un parco enorme e bellissimo, nella cui ombra deliziosa il santuario è immerso. è domenica, c’è tanta gente, becchiamo due matrimoni. le spose scintoiste sembrano fantasmi. fantasmi leggiadri che sorridono timidamente. io lascio una monetina, scrivo un fogliettino con una preghiera, compro amuleti. poi si torna verso le strade, fuori dal parco. harajuku è il quartiere delle cosplayer, ci dicono le guide, e in effetti in giro c’è gente vestita in maniera abbastanza singolare – più singolare della media, diciamo. e ci sono anche quelli dei free hugs, da cui non perdiamo occasione di farci abbracciare – timidamente, per carità. una cosa da rilevare è che qui tutto quanto comporta un movimento rotatorio, dai rubinetti alle serrature delle porte, gira al contrario di come gira da noi. anche gli abbracci rientrano nella categoria: ci si lascia la persona alla destra anziché alla sinistra. io, che sono autistica, non mi abituerò mai e ne ricaverò grossi traumi.
segue giro per negozi, hamburger col pollo e lo sciroppo d’acero, birra. e metro per shibuya, uscita hachiko, va da sé.
a shibuya le occupazioni della serata sono: le foto di rito alla statua di hachiko e alla marea umana che attraversa il mega incrocio, una cioccolata da starbucks, il puricurà (ovvero: le foto di gruppo alle macchinette automatiche che ti scontornano, ti mettono gli sfondi colorati, ti ingrandiscono gli occhi all’occidentale – attività per cui le ragazzine giapponesi sembrano letteralmente impazzire, e che non potevamo farci mancare), battere il quartiere palmo a palmo alla ricerca di ottimo sushi consigliato da amichetti.
poi crêpe col cartone come quelle di creamy. poi rientro, e – again – tracollo generale.

[tokyo - quello che sta nel mezzo - 1]

giorno 1 – shinjuku
l’arrivo è alle nove di mattina. sulla pista d’atterraggio, uno striscione inneggia come nelle partite di baseball disegnate sui fumetti di adachi: “down! with narita airport”. ci sono quattro gradi.
la successiva ora e mezzo se ne va alla ricerca di uno sportello dove ritirare il japan rail pass, alla ricerca del binario del treno, e poi nel tragitto, con gli occhi sgranati a guardar fuori dai finestrini – i tetti delle case, le risaie, i bambù.
a shinjuku il primo impatto è una sfida al nostro senso dell’orientamento. incrociando due mappe, le indicazioni dell’albergo, quelle dell’applicazione go! tokyo e i cartelli della stazione, alla fine riusciamo a dirigerci per la nostra strada.
il secondo impatto è sonoro: uno non se lo immagina, ma i giapponesi parlano. tutti. tutti insieme. e in giapponese, per giunta. e a un volume decisamente alto, tranne quando è fondamentale che tu li senta e li capisca. attraversata la strada della stazione e passati sulle vie dei negozi, è un continuo cantilenare di hostess e steward in divisa colorata che strillano le offerte del giorno fuori dai negozi, un continuo jingle dagli schermi a led sulle facciate dei palazzi, un continuo di musiche assurde da variopinti camioncini pubblicitari, un continuo susseguirsi di suoni dappertutto. persino i semafori suonano una musichetta per segnalare quando è verde. sembra carnevale.
l’albergo invece è nascosto in un vicolo laterale, uno dei tanti che, appena girato l’angolo dalla strada principale, appare come un pezzo di vecchio giappone trapiantato lì per caso. con niente marciapiedi, chilometri di fili elettrici intrecciati sospesi per aria, piccole insegne di ristoranti e caffè, omini in bicicletta. sembra disegnato. al check-in, il vecchietto della reception ci regala due kit-kat che sembrano un miraggio.
poggiati i bagagli, usciamo nel freddo pungente a procacciarci del cibo e fare un giro per il quartiere alla ricerca di una macchina fotografica. da map camera abbiamo il primo saggio della proverbiale, inesauribile gentilezza dei giapponesi: un omino prima, e la commessa poi, fronteggiano oltre un’ora e mezzo di indecisioni, dubbi, domande, conversioni dei prezzi in euro e quant’altro. senza mai smettere di sorridere e inchinarsi. una cosa che ha del soprannaturale.
giriamo per vetrine rumorose e colorate, ci intrippiamo in una sala giochi dove, frustrata dalla certezza che non vincerò mai né l’orsetto rosa col sangue alla bocca né il pupazzo di gnappo, mi consolo comprando ai distributori il portafortuna della vacanza: un pupazzino verde di plastica col broncetto alla giapponese – che più tardi si rivelerà essere un fagiolo di soia.
ceniamo a un ristorante di okonomiyaki senza riuscire a mangiare l’okonomiyaki. in compenso salsiccette, formaggio fuso, yaki soba, monjya – una specie di pastella leggermente rappresa sulla piastra con in mezzo verdure e frutti di mare. ottimo, abbondante e a buon prezzo.
torniamo in albergo. tracollo generale.

[tokyo - finale (arretrati, copiati dalla moleskine)]

venticinque aprile. ore diciannove e quindici sul fuso di tokyo, dodici e quindici su quello di roma. con sei ore e quarantatré di tempo mancante all’arrivo, siamo sospesi da qualche parte tra questi due luoghi. sopra la russia, sopra una macchia bianca di montagne presumibilmente innevate, chissaddove in chissà quale dimensione temporale. qua sopra le tendine sono tutte tirate giù, la luce è quella gialla dei faretti da lettura, anche se non si dovrebbe dormire, il jet lag sarebbe peggio, ma tant’è: buio. io non ho sonno e non voglio addormentarmi, ma undici ore non passano mai. ho pranzato, ho cercato uno schermino che funzionasse, visto due film. quello bello dei due è dieci inverni, con dei bei personaggi e la musica di capossela e una venezia bellissima sullo sfondo.

è questo che mi riaccompagna a casa: penombra, tempo che scorre goccia a goccia, un po’ di nostalgia. per tutto quello che lascio alle spalle, per tutto quello che da domani cambierà, e pure per la vacanza. anzi, no: per il viaggio.

è andato. è stato lungo, pieno, bellissimo. una gioia per gli occhi e per le orecchie, e per il cuore. il giappone è un incanto continuo, il regno delle sorprese, un turbinare di stranezze che si rincorrono e che (cit.) se te le raccontassero non ci crederesti, di paesaggi che credevi soltanto immaginari e che invece sono talmente reali e vividi e maestosi da mozzare il fiato. vicoli strettissimi intessuti di cavi elettrici, biciclette che sfrecciano veloci, grattacieli a vetri costellati di insegne colorate; trenini minuscoli che si arrampicano su per i monti, le nubi tra le cime come bambagia su un presepe, un torii rosso che emerge dalla riva di un lago, le luci di mille lanterne di carta, la sera, ad asakusa. e la pioggia, la pioggia sui laghetti dei giardini, dietro i vetri di un caffè, fuori da un bar minuscolo gestito da un giapponese che voleva far l’americano. e tante, tante, tantissime altre cose. ah, e la compagnia, anche, soprattutto. non sarebbe stato lo stesso viaggio, senza il conte messina, la baronessa marrale e mr. silly. impagabili, impareggiabili.

dovrei riassumere tutto, raccontare con ordine giorno per giorno, ma beh, non ora. lo farò. ma per ora mi godo gli ultimi strascichi, il retrogusto di quello che ho visto, tutto mischiato insieme. prima di tornare alla normalità.

[tokyo - incipit (arretrati, copiati dalla moleskine)]

venerdì, 16 aprile. 15.04. le 22.04 al punto d’arrivo: narita, tokyo. fra 9915 chilometri, 11 ore e 30 minuti. sì: il giappone è reale, finalmente. dopo mesi di attesa, preparativi, lunghe trattative per far combaciare le ferie, dopo ore di si parte/non si parte davanti al banco delle liste d’attesa, eccolo. è là, già si intravede. fra 9915 chilometri, 11 ore e 30 minuti.

il giappone, il viaggio più lungo che ho mai fatto, il più lontano, il viaggio della vita. il rito di passaggio al termine del quale niente, quaggiù a casa, sarà più come prima. mai più.

sono felice ed emozionata. stacchiamo l’ombra da terra. si va.

17 aprile, 02.15 a.m.: è uno splendente mattino, sopra le coste nord-occidentali dell’arcipelago. la colazione alitalia arriva, altrettanto splendente, al termine di una nottata di (nell’ordine): caldo, sete, tosse molesta, sonno discretamente riposante anche se frammentato. pensavo che 11 ore di volo non sarebbero passate mai, invece eccoci. ho visto cosmonauta, su uno schermino da, boh, 5 pollici – il sufficiente per innamorarmene – ho raccontato alla giapponese seduta affianco a me che vado in giappone per turismo, a tokyo e due giorni a kyoto, e che certamente visiterò qualche tempio, anche se non so quale.

sotto ai miei occhi scorrono nuvole a ricciolo e paesi costieri – che chissà, forse hanno le case con le porte di carta di riso e i frangiflutti a y sul lungomare. il blu è solcato da sottili strisce bianche. i pescherecci di ponyo, magari, chissà.

20 minuti all’arrivo. ci siamo.

[nel mulino che vorrei]

nella casa che un giorno avrò, voglio una parete verde. verde prato, verde acido. un verde che sia indiscutibilmente verde. voglio un letto comodo, con la rete che sostenga la schiena; tende colorate alle finestre, e ai muri la stampa di parigi che mio fratello mi ha regalato anni fa e che non ho mai appeso. e le geishe che dormono, e cary grant. voglio una cucina luminosa, dove abituarmi a fare colazione la mattina prima di uscire – latte e orzata e frutta fresca, yogurth e cereali al cioccolato. dove fare i biscotti al burro e la torta al philadelphia, e grandi insalate coi cetrioli e le mozzarelline e i pomodori ciliegino (e magari, lasciare a qualcun altro la gestione di primi e secondi). voglio barattoli di spezie e un forno funzionante, una girandola esposta in balcone; e vasi di coccio a righe lilla con dentro i cactus, così da non essere l’unica grassa dentro casa. un bagno con le mattonelle ai muri, una vasca da bagno in cui buttarmi quando sono stanca, e magari ho freddo, e magari fuori piove.
e soprattutto non voglio mai più avere dentro casa qualcuno che mi incontra nei corridoi e non mi parla. specie se è qualcuno che ho visto crescere, e per cui avrei dato anche un braccio. in casa mia voglio che splenda il sole. livore e astio non ne voglio ospitare mai più.

[let's get out of this country]

non scrivo quasi più perché non ho tempo, direbbero quelli impegnatissimi e affermati. non scrivo quasi più perché sono troppo impegnata a vivere, direbbero gli indie-bloggers soddisfatti di sé. io non scrivo quasi più perché boh, non mi vengono le parole, e forse per un qualche senso di scaramanzia.
come se portasse un po’ sfiga raccontare dei suoi abbracci al mattino, delle nostre colazioni in pigiama, del nostro cercarci le mani, guardarci negli occhi da molto vicino, del nostro salire in macchina e farci un paio di centinaia di chilometri di litoranea per andare a vedere illllmmmmare (direbbe il maestro), in un punto dove sia degno di chiamarsi mare. come se tradurre in parole tutto questo lo esponga davvero troppo agli sguardi, al vento e alla pioggia, lo sveli quel pizzico di troppo che potesse far decadere le protezioni -e sì che io, gelosa dei miei sentimenti, non lo sono stata mai.
e sull’onda dello stesso pudore non scrivo della mia nuova stanza in ufficio, giù di sotto in un silenzio soffice di corridoi poco trafficati, la mia nuova stanza dove – senza cuffie – si ascoltano i camera obscura e carmen consoli, mazzy star e i radiodervish, dove si imparano nuove cose sui tutorial di illustrator della seconda veronica, e io lei e il capo ci si offre il caffè a turno, e ci si regala ovetti di cioccolato alle nocciole e foto di geishe che dormono.
foto di geishe che dormono perché – terza cosa che non racconto – sto partendo, ebbene sì. per un viaggio che non sembrava reale fino a una settimana fa e che invece adesso si staglia in tutta la sua tangibilità e concretezza. ché si va – io e gli amighetti – in giappone. è tutto pronto, tutto prenotato, gli ultimi acquisti tutti fatti: giacchetto antipioggia, memoria per la macchina fotografica, moleskine di tokyo con le mappe e la pianta della metro e lo spazio per i timbri ricordo. venerdì si va, per tornare il 25. fateci ciao con la manina.