Archive for dicembre, 2009

[pranzi di natale - 2.]

arrivi a casa col buio fondo, alle tre di una sera che non era previsto, che dovevi arrivare alle nove e qualche cosa, e la prima cosa che noti è la luce. la luce dell’albero enorme issato sul suo trespolo a sfiorare il soffitto, con sotto il presepe e il bambinello ancora coperto dal batuffolo di cotone. arrivi stremata dal viaggio, e anche da tutto il resto, trovi un pigiama e bevi un caffellatte caldo e poi è giusto il tempo, trenta secondi, di piombare in un sonno di sasso fino al mattino dopo. niente incubi, in questa casa, niente ricordi, è un posto senza storia. non è la casa dei miei giochi, non è quella dei miei pomeriggi di liceo, non è quella dove sono morti i nonni, nessun nonno l’ha nemmeno mai vista, anzi. è la stanza asettica delle emozioni, questa. quella dove tutto si sospende, dove sono in pausa, dove prima di dormire non c’è nessuna stronzissima allucinazione.
non è così il paese, invece. il paese ha muri che grondano passato, un passato bruttino, stupido, insulso, fatto di facce che ad occhi chiusi non ricorderesti mai ma che quando te le trovi davanti fanno inequivocabilmente parte di un arredo un tempo familiare. gente che non sapresti collocare ma che sì, certo, c’era, come no. come quei vecchi bicchieri opacizzati dal tempo che non sapresti rimettere sullo scaffale giusto. il paese gronda storie tristi che cerca di farti scordare con un mercatino natalizio, le luminarie a sensore che si accendono quando cala il buio, i canti di natale in piazza lamarmora ai piedi de su maimoni. spirito natalizio stile stars hollow, un tanto al chilo. apprezzo il tentativo, anche se mi tocca rilevare che la faccia di quintino, lassù sulla sua base di pietra tra i suoi picconi e le sue lanterne da miniera, ha sempre la stessa espressione poco convinta, non cambia mai, chissà perché.
i pranzi di natale a casa, plurale perché c’è anche il cenone, e plurale perché ci facciamo rientrare anche i giorni successivi, afflitti dagli avanzi dei giorni prima, hanno questo sapore qui. di calma e di desolazione, di tepore e di malinconia. di pausa e di saracinesche abbassate e di lucine che sfrigolano in piazzali vuoti, di campanellini festosi e ultimi giri di compere; del vento umido che soffia piano tra i muri storti dei vicoli deserti in sa costera.
sa di tutto questo ed è un sapore strano, tra il dolce e il salato, come un biscotto venuto male o con qualche ingrediente mancante. però è quello, e quasi quasi quest’anno me lo sarei gustato un po’ più a lungo prima di ritrovare l’amaro in gola di ormai ogni giorno lavorativo.
invece son di nuovo qui e c’è chiaramente qualcosa di stonato.

Protetto: [pranzi di natale - 1.]

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[solo per dire che]

che quelle cose che nel post di ieri stavano tra virgolette, insomma, sono sempre le quite good things per cui ogni giorno continuo a sorridere. e non è che non ne sia contenta, tutt’altro, ché io mi entusiasmo, per le piccole cose di ogni giorno – ma è il sotto, il livello successivo, che ha seri problemi e che a volte non trova un senso. che anziché una direzione precisa e un bel fluire costante e ordinato ha turbolenze, vuoti, piccole esplosioni che ne lasciano la superficie ferita e accidentata. solo questo, ecco.

[post senza nemmeno un a capo, e poi non dite che non vi ho avvertito prima.]

tè scuro al cioccolato bianco. biscotti al burro, gli stessi che ieri ho impacchettato in velina rossa e nastro rosso per gli amichetti. il sonno scende dolce dolce, e io non lo assecondo e mi metto a scrivere. non so neanche a scrivere di cosa, è solo che ogni tanto ho bisogno di guardarmi allo specchio e ritrovarmi, ma regolarmente non ho niente da dirmi, o le cose che avrei da dirmi sono troppo antipatiche, troppo ruvide per venir fuori, non lo so, e allora al mio “ciao, come va?” la signorina me stessa risponde sempre con le stesse cose, le cose di superficie. “no, bene”, mi dice, “tutto a posto, certo sono un po’ stanca, ma per il resto bene, bene.” mi dice “ho finito di fare tutti i regali di natale, sai, e sono soddisfatta, sono tutti molto carini a parer mio, ci ho messo anche abbastanza poco a trovar tutto, rapido e indolore, e anche quello che ho ricevuto finora mi piace molto, e mi dà un senso di protezione il fatto che mi abbiano regalato ombrelli, e così belli per giunta”. mi dice “sai, non vedo l’ora di andare in ferie, ho bisogno di staccare, anche se quest’anno le ferie saranno molto frammentate, ed è un po’ scomodo ma poi me ne vado a bologna e poi mi prendo qualche altro giorno per andare da qualche parte più in là, a febbraio, ora vediamo, insomma”, ed è sempre una fuga, in buona sostanza, di viaggio in viaggio, di partenza in partenza, e i rientri sono sempre tutti uguali, binari di stazioni senza nessuno ad aspettare, uscite d’aeroporto senza una faccia che sia lì per me – ma questo non me lo dice perché si sente patetica a dirmelo, perché le fa un po’ male il plesso solare ogni volta e questo non è da vera donna moderna, non lo è proprio. di più, non mi dice mai neanche chi è che ci vorrebbe, lì ad aspettare, e come si immagina gli arrivi. stende veli di silenzio pietoso, arriccia il naso e passa oltre e mi dice “sai, mi sono fatta un autoregalo di natale, ho comprato un vestito, è nero, di lana e sembro una strega, o un folletto” (e poi fa la solita battuta “sì, un folletto nel senso dell’aspirapolvere”, alludendo al fatto di essersi appena mangiata di gusto un bel kebab e i felafel con l’hummus, perché non è mai stata e non sarà mai una signorina da insalatina verde, e dunque eccoci qua). mi dice di star rifacendo i guanti di do-knit-yourself con l’uncinetto tunisino, dice “dovresti vedere che bella, una volta lavorata, quella lana un po’ nera un po’ grigia un po’ ghiaccio, viene tutta sfumata ed è una meraviglia”, e anche lo sciarpone color arancia sanguigna, con l’uncinetto da 10, “poi ci attacco i ravanelli amigurumi”, dice, entusiasta di questo progetto che fa tanto *tenero*, si circonda di cose così, lei, che danno il senso di una tenerezza assente dal campo immateriale della sua vita, dolcetti, lucine di natale, libri particolarmente naif, il gatto sulle gambe e il caldo della lana. tutto ciò che contribuisce a costruire una casa delle bambole in cui rifugiarsi se si ha cura di non scavare sotto la superficie. e invece non mi dice che ha paura, paura di tutto, paura di restar sola e che niente abbia un senso, una direzione, uno scopo. paura di non star condividendo abbastanza e paura di non essere mai felice, paura di non sapersi far leggere nel fondo degli occhi, mai più, e anzi, di non averci scritto niente, là in fondo, niente che valga la pena leggere. che ha paura di non essere niente di particolare, né carne né pesce, di avere un modo troppo impacciato, di non essere abbastanza affascinante, intrigante, seducente, e che è per questo che starà sempre così, come ora. non mi dice che ci sono giornate che vorrebbe essere trasparente, o non essere mai uscita da sotto le coperte. perché sono giorni che tutto è troppo freddo e che tutto fa malissimo, ogni mossa, anche la più stupida, e non capisce perché.

[sorridi, sei sempre in italia.]

centinaia di lettere attaccate all’albero di natale di termini, sotto l’ala protettrice della cometa marchiata fs (con grafica vecchia, anni ’50). pochi passi più in là i barboni dormono addossati alle porte. una donna fa pipì contro una biglietteria automatica, una cieca suona una pianola da bambini. qualcuno litiga. il derelitto schernisce il più derelitto, in un gioco al ribasso feroce e grottesco.
intanto la gente perbene passa veloce di ritorno dallo shopping, rileggendo di gusto la free press della mattina. il titolo a caratteri da scatola è “chi ha ucciso chiara poggi?”.
sopra l’albero un cartellone ammicca vivace, una coppia che cammina abbracciata, scritte gialle su fondini rossi. dice “sorridi, sei in spagna”. e invece col cazzo: sei sempre in italia.

[ . ]

colonna sonora di stamattina: l’eclissi. invernale, acidulo, plumbeo.
sui giornali il volto graffiato del nostro beneamato premier, che già da mezz’ora dopo il fattaccio non ne potevo più di vederlo. e i risultati delle partite (per me, tutte X), e la pubblicità del canta tu x-factor (brrr. che brividi.)
appoggiato a una parete della metro, giaccone col cappuccio tirato su, scarpe etnies, barbetta incolta e sguardo alla “vi odio tutti e non sarete mai alla mia altezza”, l’uomo della mia vita (peccato che lui non lo saprà mai).
situazione metereologica: pioggerella stronza, freddo, luce grigia. il piumino fino a metà polpaccio è una mano santa, proprio non potendo avere addosso il piumone, quello del letto, col suo contorno di stanza calda e gatto e pioggia dietro i vetri e tutto il resto.
è stato un fine settimana carino. uno di quelli in cui c’è dentro tutto, la piscina addobbata a festa e i negozi pieni, la feltrinelli di via appia e un bustone di lana colorata, una gricia da spavento e le ore piccole nei locali e un’infornata di biscotti, un’aria leggera e una bella compagnia. l’ostellopitzi ha fatto il suo dovere (che è poi anche un piacere) dando asilo con tutte le cure del caso al buon line(a)curva, che si conferma la persona adorabile che ricordavo, talmente carino che gnappo non ha avuto occhi che per lui, e i gatti, si sa, non sbagliano.
e poi è un’altra settimana ed è quasi natale e io sono in ritardo su tutto ma va bene, non fa niente, è perfetto così; alla fine i tempi, come sia sia, si incastrano sempre.

[baby _ did you forget to take your meds?]

il fatto di non scrivere tutto subito mi crea nella testa degli ingorghi pazzeschi. mi rimangono arretrati e arretrati e arretrati degli arretrati. e allora non faccio a tempo a riportare uno stato d’animo che subito arriva il successivo a ricoprire tutto di uno strato vischioso uniforme.
così ora ad esempio accade che non vi ho ancora raccontato di bologna, e sono passati quattro giorni di permanenza e un giorno e una notte dal rientro. non vi ho detto del freddo, delle luci di natale e della pioggia, degli aperitivi alle botti e di palazzo re enzo, non vi ho detto dei risvegli al suono delle fusa del gattino nero che infesta casa di mia cugina. né degli amici di mia cugina che sostengono di vedere più me che alcuni loro amici di bologna, né di quelli che ascoltano radio fujiko e riportano il bollettino delle cose alternative da fare in città. non vi ho detto dei mercatini e dell’odore di noccioline e caramello, e di zucchero al velo; dell’arterìa e della sua collezione di strani soggetti, delle mie calze viola, dell’ufficio complimenti grevi, e di dio e se esista più o meno di quel pilastro là.
non vi ho detto niente di tutto questo e già vi dovrei dire altre cose, la sensazione di sbagliare tutto e che rimarrò la sorella single, per sempre, quella con una valanga di idee strane, quella che si fissa sulle cose e tutto quello che riesce a fare è sembrare molto buffa. quella che risponde sarcastica prima ancora di sapere con chi sta parlando, che ha l’aria di chi vuol essere lasciata in pace e invece anche no, quella che non sa com’è che si fa, a far capire a qualcuno che ti piace senza essere irruenta o maldestra. quella che le convenzioni sociali non le sa usare, che non sa cos’è opportuno e si ostina a pensare che opportuno sia quello che si sente di fare, e invece no. quella che si intristisce a vedere gli occhi degli innamorati, che si commuove dei pancioni e forse non ne avrà mai uno. quella che è molto presto e molto tardi, che è comunque sempre fuori dal tempo.
e finisce sempre che una cosa si annulla con l’altra, la gioia con la tristezza, i sorrisi col sale delle lacrime, e il conto, signori, è sempre zero ed è stancante – così è davvero, davvero stancante.

[perle di cui sorridere generosamente]

la ragazza del negozio di casalinghi che abbraccia il babbo natale di stoffa alto due metri, per riporlo in negozio prima di chiudere, e lui che la abbraccia a sua volta, andiamo, portami a nanna.
le luci blu di via oderisi da gubbio che sembra che da un momento all’altro debba comparire l’arca della stella piumata con pino-pino e i medaglioni magici e tutto il resto.
una ragazza vestita di marron e arancio, che entra in metropolitana mangiando pan di stelle dalla busta, con l’aria felice.
i regaletti a incastro.
la mia valigia quasi pronta, adagiata in un angolo davanti alla libreria.
le offerte dei voli di ryanair e easyjet che fanno sembrare il mondo pronto a ripiegarsi a fazzoletto, a uno schiocco di dita, con centro su ciampino – anche se non c’è mai nessuno che mi dia corda, a me, nei miei progetti di fuga, ma prima o poi ci sarà, ah se ci sarà, e allora mi rivarrò di tutto questo tempo perso.
sam phillips che lungo la strada per l’ufficio scandisce il passo per la giornata, e mette allegria.
l’essere la struttura ospitante del tour di un personaggio incantato, da qui a dieci giorni.
e che nonostante il freddo splenda questo sole, e io lo possa ammirare col naso affondato nel colletto peloso del mio piumino, che inaugura oggi la sua stagione invernale con mio grande entusiasmo.
è stato un autunno lungo e noioso, di domeniche tutte uguali e con l’anima intorpidita. questo freddo mi sveglia e mi ricarica e mi spalanca gli occhi sulla vita. e mi piace decisamente di più.

[cartolina]

non sono brava in queste cose. le parole di rito non mi salgono alla lingua, e tutto ciò che trovo per sostituirle finisce sempre per sembrarmi artefatto e retorico. e perciò non lo so dire altrimenti, non so dirti altro che quello che ti ho detto ieri sera: che starà meglio ora, qualunque cosa comporti quell’*ora* sarà comunque meglio. meglio di tutto questo dolore, di questa tortura che io non riesco nemmeno a immaginare.
è strano a dirsi, ma il tuo dolore l’avrei voluto, e lo vorrei, inghiottire io. inghiottirlo ed eliminarlo e farlo sparire perché non dovesse pesare più sulle tue spalle. è strano a dirsi perché non ci siamo mai incrociati nemmeno per un caffè, eppure è così. mi succede con tutte le persone a cui tengo, e tu, tu mi sei stato vicino e mi hai ascoltata talmente tante volte che non so come potresti non far parte di questa cerchia.
non tutto quello che è immateriale è per questo meno reale.
e non lo sono senz’altro i posti speciali negli angoli dell’anima, come quello dove ti terrò sempre, lì sì al caldo e al riparo da questa vita che è profondamente ingiusta. per quel poco che vale, soprattutto in questo momento.
ti voglio bene.