Archive for agosto, 2009

[pollice nero]

è morto il basilico. morto, sì. l’ultima volta che l’avevo visto era stata domenica, stava benino, un pò patito ma decisamente vivo. gli ho dato da bere, poi la tragedia: l’altro ieri, quando sono uscita in balcone, l’ho trovato rovesciato per terra con tutto il suo vasetto. si era trasformato in un’elegante composizione di ramoscelli secchi, stesso destino che aveva già atteso prima di lui gli altri vasetti di basilico entrati a casa a più riprese in passato, e pure l’azalea – povera azalea.

ma non è colpa mia, giuro: è che io non sono programmata per curare le piante, non ci riesco proprio. d’altro canto, anche loro, che cazzo: non miagolano, non abbaiano, non si lamentano. gnappo lo fa, ad esempio. che ci vuole? la sera, quando senti aprire la porta perché son rientrata, anziché startene lì offeso in un angolino mi chiami. ehiiii, sono qui, sono il basilico! ho sete, mi daresti un pò d’acqua? semplice, no?

no.

vado a cercarne un altro, và.

[quadro]

in casa quando apro la porta trovo una penombra liquida e impregnante. che si trasforma a poco a poco in buio, che si trasforma dopo un altro pò in luce arancione di lampada textur. trovo gnappo che miagola disperato, l’incombenza di dargli da mangiare e da bere e cambiargli la lettiera e nient’altro. la roba stesa al rientro dal mare martedì è ancora là dov’era. la roba da piegare, ancora nella sua bacinella. le pulizie ancora da fare per tutta casa. ma io, io ho voglia solo di tumblr e poi di sdraiarmi e di due puntate di una mamma per amica – allegro, consolante, delicato. e mangiare un muller mix con le noccioline. non mi va di muovere un dito.

riguardo al sogno dell’altra notte in cui trovavo casa svuotata e completamente bianca, autorevoli fonti sostengono che forse è voglia di cambiare casa – ma anche attesa che sia qualcun altro a portarmi a farlo. e in effetti forse è vero, a considerare la portata simbolica dei vari elementi.

(e comunque, da quando son qua dentro non ne va bene una. magari è la casa che porta sfiga).

e insomma va così, boh, non lo so, va che mi brontola qualcosa poco sotto la milza e che ho gli occhi stanchi e le gambe pesanti. va che avrei un’altra domanda, per lo psicanalista che non ho o per chiunque gli venga in mente una risposta e la voglia appuntare qua sotto. e cioè, perché qualunque minuscola puttanata io affronti a livello sociale si trasforma irrimediabilmente in un esame completo sulla mia persona con conseguente giudizio di adeguatezza o meno, e perché succede soprattutto quando questa qualunque minuscola puttanata si rivela un fallimento?

ho sonno, ecco.

[il volo del kamikaze]

che atterra di muso sulla portaerei, come al solito.

sul lungotevere, sui muraglioni degli argini bassi dal lato dove non impazza la fiesta estiva, qualcuno si è preso la briga di incollare decine e decine di adesivi a forma di orso polare, grandezza naturale, color argento. nelle notti come questa, quindi, con molta luna o molte luci o anche semplicemente molta voglia d’osservare, da ponte sisto a ponte mazzini (o meglio, viceversa) brilla questa processione di orsi polari in fila per uno, che camminano o fanno per sedersi o si guardano indietro – ma sempre in fila per uno, e non si incontrano mai.

sullo stesso lungotevere, sempre sugli argini bassi ma dall’altro lato, sotto una tettoia di teli colorati e tre o quattro ventilatori una trentina di coppie ballano il tango. tanghi tristi, ritmati, appassionati, ma sempre allacciati stretti l’uno all’altro, passi che incrociano altri passi, braccia che cingono spalle.

io sto dal lato dei tangueros, ma solo fisicamente. con gli occhi e col cuore sto dall’altra parte, fra gli orsi polari inutilmente brillanti, che il tango lo ascoltano da lontano.

ho lasciato un numero di telefono stasera, ma l’impressione è che non sia stata cosa molto gradita. salto nel vuoto accorgendomi solo nell’istante in cui stacco i piedi che sotto non c’è altro che un marciapiede. niente teli, niente reti, niente acque limpide per sollevare spruzzi di freschezza. niente di tutto quello che un istante prima si lasciava supporre (o che io supponevo perché sono la regina degli idioti e vivo in un mondo mio che non ha contatti con il vostro). potrei fare del salto nel vuoto una disciplina olimpionica, tanto sono allenata. e anche in versione acrobatica: sempre nuovi e spettacolari modi di prendere delle tranve di tutto rispetto. è così ogni santa volta. tant’è.

torno a casa a pulire la cacca di gnappo, è meglio.

[a proposito: in tutto questo, oggi registriamo anche la dipartita delle mie gloriose ciabatte col fiore. vogliamo ricordarle così, libere e felici sulla sabbia dei litorali di tutta la penisola, isole comprese come aiazzone. vi ho voluto bene. statemi bene, di là nel paradiso delle ciabatte, e grazie di tutto.]

[nightmares]

ho sognato che mi avevano svaligiato casa. avevano portato via tutto, le tv, la cyclette, il forno a microonde, pure le bottiglie d’acqua vuote dal comodino. avevano lasciato solo il computer e il telefono, per tornare a prenderli comodamente in un secondo viaggio. mi sono svegliata di botto e col cuore in gola mentre chiamavo mia madre per dirle cos’era successo, e mentre rientravano a finire di prendere il rimanente. gesù, che ansia.

intanto oggi non lavoro. cazzeggio un pò, me la prendo con calma, poi prendo la macchina e me ne vado al mare. e tanti saluti a tutti.

ho comprato l’ennesima maglietta più bella del mondo. e due reggiseni colorati (e sì, lo so che non frega niente a nessuno, ma da ‘ste parti è un evento degno di nota). gli ultimi sgoccioli di saldi prima della fine dell’estate – la fine dell’estate, uff, inizio già a sentirne l’odore e non mi piace.

per esorcizzare, cerco di godermi tutti gli attimi che questo fine agosto mette in fila. perfino i momenti di caldo soffocante, la ventata rovente a piazza enrico fermi all’ora di pranzo, il mal di testa dei pomeriggi in ufficio senza niente da fare. ogni cosa è una perlina da infilare dietro l’altra, in una collana lunga lunga fatta di frammenti minuscoli.

le pose contorte di gnappo per intercettare gli spifferi d’aria fresca. le mie altrettanto contorte. le puntate in streaming di una mamma per amica. fischiare la colonna sonora di amélie mentre guido verso l’ufficio, e al ritorno. e dei fuochi d’artificio che galleggiano sull’acqua, un grappolo di fiammelle bianche fluttuanti nella notte, un momento di silenzio collettivo in mezzo a tanto crepitare e scoppiettare. una stella cadente intravista per sbaglio, un desiderio buttato là quasi ugualmente per sbaglio. ché è la prima cosa che mi viene in mente, sarà un chiodo fisso, sì boh, sarà. e mi sento un pò un’adolescente scema ma intanto l’ho espresso, e tanto basta.

[promemoria: un giorno ce l'avrò, una vacanza-più-bella-di-tutte, da raccontare. giuro.]

[bollino rosso]

in spregio alle raccomandazioni del tg5 (perché le hanno fatte anche oggi, vero?, non ci avranno mica lasciati in balia di noi stessi?) esco nell’ora più calda in una città da bollino rosso, nero, nero con teschio o chissà di che colore è diventato ormai; ma tanto casa mia è peggio, si boccheggia dalle 9 di stamattina, e allora meglio rifugiarsi in metro, nei negozi sotto stazione termini, o anche per strada, a caccia di zone d’ombra e spiragli d’aria.
il programma è non avere un programma. o meglio, averlo ma non avere orari. averlo ma essere disposta a vederlo saltare al minimo imprevisto, ritardo, cambiamento d’umore o di idea. vado a cercare un profumo, vado a prendermi un gelato, vado a vedere se il libraio è rientrato dalle ferie (ma di sicuro no).
nel tragitto, guardo roma con gli occhi di una che non la vede da tanto.
mi mancava.

[pillole]

guidato a finestrini spalancati sulla marco polo semideserta, l’aria rovente come di un incendio, le foglie secche che mulinavano davanti alle ruote.

arrivata a casa, levato di dosso tutti i vestiti, messo canotta e pantaloncini.

deciso che la spesa che era rimasta in frigo mi bastava e mi avanzava.

gustato il calare della luce dentro le stanze, il buio che avanza, i rumori che diventano quelli della sera, poi quelli della notte, lentamente, senza fretta.

l’apprendista pianista suona un fra martino cadenzato. e delle altre cose a cui non saprei dare un nome, ma un suono sì.

dato due giri di blocco alla porta.

insalata e mozzarella di bufala.

[assaporato il gusto di scrivere che torna quasi la cosa semplice di una volta.]

desiderato un bacio.

[c'est un pays de silence _ celui qui parle est perdu.]

ho impacchettato i miei questa mattina. scaricati sul binario 5 di stazione tuscolana, se ne son tornati sereni e beati (e stanchi morti) a casa. mia sorella invece si impacchetta da sé e questa sera parte per la spagna, prima ancora che io rientri a casa dal lavoro. tamara è in ferie anche lei, quindi fuori casa fino a settembre. gli amichetti variamente dislocati, nessun altro in giro fino sempre a settembre. inizia, insomma, una dieci giorni in solitaria di cui, almeno come cura ai venti giorni consecutivi di famiglia appena trascorsi, credo di aver bisogno. dieci giorni da sola con gnappo, sola in una città deserta che appare come un immenso parco giochi rovente. e che faccio? tanto tempo per me sola, in realtà, non sono abituata ad averlo. che facevo quando ce l’avevo? boh, chi si ricorda.
l’inizio sarà godermi casa mia almeno per una sera, intanto. cenare con un’insalata o del passato di verdure freddo, rivedermi amélie e/o l’arte del sogno con gli occhi ancora intrisi di parigi; stare sul letto panza all’aria, sentire i pochi spifferi d’aria fresca sulla pelle; dormire, se mi viene di dormire, anche alle nove di sera. e ascoltare un pò di silenzio, per cambiare.
poi non so. ho comprato un telo sottile, un bel pareo bordeaux e ocra, e l’idea di averlo in borsa insieme al costume per cambiarmi e uscire dall’ufficio e andare al mare a godermi le ultime ore di sole, in questi giorni di poco lavoro e poco traffico, mi stuzzica. chissà, vedremo.
poi ci sono ancora le sponde del tevere, i mercatini, i vicoli di trastevere, a disposizione per le mie passeggiate abbassa-pressione prima di rientrare a casa. magari una grattachecca, magari uno smoothie al negozio in corso vittorio emanuele. disintossicarmi, stare leggera, respirare, pensare in silenzio. immergermi nella folla dei turisti come una bolla d’aria in mezzo al mare. aprire gli occhi e guardare in su. o in giù, i riflessi sul fiume dopo che il sole tramonta e si accendono le luci sulle strade. comunque, coccolarmi.
i buoni propositi di settembre ancora non li ho fatti. o forse li ho fatti a luglio, se pensiamo ai massaggi e alla pratica-piscina già bella e sbrigata in modo da non rischiare ripensamenti da pigrizia. ma ho tempo ancora dieci giorni, me ne dovesse venire in mente qualcun altro vi farò sapere.
(tipo magari una dieta fatta bene. magari, eh. vabè, ci penso.)
intanto, ssssht. silence. godiamoci questa calma e recuperiamo energie: ce ne sarà bisogno.

[urgent: vivre]

dove avevo lasciato? riprendere contatto col mondo è piacevole ma doloroso. per certi versi più una cosa, per certi più l’altra. mi ricordo che avevo lasciato con in sospeso un ciclo di massaggi alla schiena e il certificato di buona salute per la piscina; con il frigo vuoto, un pò di bollette da pagare e qualche buffo qua e là. avevo lasciato con le affissioni di piedigrotta, che ormai saranno andate via come dev’essere andata via la festa, credo. poi boh. sono un pò spaesata. in perfetta concomitanza con la fine delle ferie ho finito il re di cuori, ricomincio a leggere dalle cose che avevo in coda fino a che il libraio non tornerà dalle ferie; e poi ho una valanga di arretrati di tumblr, e una settimana di vuoto informativo da colmare. non un minuto di telegiornale italiano, dal 9 a stamattina. si sta bene, senza le facce di bronzo dei nostri politici e i culi delle nostre vallettine di fronte ad ogni momento; solo che stamattina ho comprato il giornale e ho paura ad aprirlo.
ad ogni modo, si ricomincia. pronti, via.

[le ciel est à tout le monde]

è che io, mi rendo conto, le mie immagini mentali le conservo a colori brillanti. sparate e con le ombre scure e le luci vivide, come se fosse sempre pieno sole, e con la vignettatura e la cornice bianca che fanno tanto vintage. è per questo che il polarize sulle foto dell’iphone mi ha intrippato tanto: perché il risultato assomiglia tremendamente a quello che io, nel mio cervello, ricordo di quanto vedo.
parigi, ad esempio, ha quei colori lì. i colori di una cosa lontana nel tempo, lontana fino a dissolversi nel sogno – e allo stesso tempo, presente e vivida e assolutamente reale. non c’è che dire, è stato amore, più di quanto mi aspettassi; è stata una perfetta, lunghissima collezione di immagini da mandare a mente – sature e contrastate – per poi ricordarle e sentirne la mancanza. le siepi verdi delle tuileries, i lungosenna su cui la gente sedeva a leggere un libro o ammazzare il tempo chiacchierando; le maioliche delle stazioni della metro, gli expresso mai abbastanza serré, i tavolini delle brasseries, il louvre. e la gioconda, la venere di milo, amore e psiche, il codice di hammurabi, e il san sebastiano e la vergine delle rocce, e tutto il resto delle meraviglie lì concentrate, tutte insieme nello stesso posto, che, manco lo devo dire, c’è da sentirsi male ogni cosa che ti trovi davanti.
mi ci sono immaginata, un paio di volte – mi sono immaginata a vivere lì in pianta stabile, come mi succede a volte con le grandi città estere; salendo e scendendo dai mezzi, e affacciata alle balaustre di alcuni ponti col riflesso del sole sull’acqua del fiume, e davanti al canale nel quale gael garcia bernal e il suo amico gettano il televisore nell’arte del sogno; e mentre fotografavo le opere di uno street artist famoso con quasi la stessa emozione che se avessi visto per strada la primavera del botticelli, e di fronte al deux moulins, il caffè di amélie.
mi ci sono immaginata e poi sono tornata lo stesso, perché tornare alla fine bisogna sempre.
dopo, e fino a stasera, tre giorni di svizzera, di ginevra e dintorni col fratello cuoco. villaggi francesi, fiori dappertutto, laghetti alpini. tutto graziosissimo, educato, in ordine; eppure cuore e occhi li ho lasciati sotto un cielo opalino diversi chilometri più a nord. checcevoifà.

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