Archive for luglio, 2009

[the long goodbye]

silenzio. silenzio e correr dietro alle cose, nelle tabelle di marcia dell’ultimo minuto che all’improvviso si rivelano sempre troppo serrate, poco tempo per tutte le cose a cui vorrei dedicarne, a cui vorrei dare un saluto prima di partire (staccare l’ombra da terra), come se chissà quanto tempo dovessi star via – è sempre così, ogni volta, ed è questo che mi fa capire che un distacco definitivo, da questa città, non lo reggerei, mi perderei in commiati a catena che non avrebbero mai fine.
e comunque silenzio, ché le parole qua son sempre più rare e difficili e stentate, non stanno dietro ai fatti, alle cose, alla vita e alle immagini. a valigie piccole e valigie grandi e lonelyplanet per viaggiatori-lampo, i mosaici di ravenna, giustiniano e galla placidia e il labirinto dell’anima e un papà con la polo a righe marroni e celesti, una mamma con gli occhiali da sole storti, bologna sotto i piedi per troppo poco, il caldo e la sete e le ombre dei portici.
non stanno dietro neanche alle uscite con gente deludente che mi bacia e poi cambia idea, al sonno perso, e soprattutto, soprattutto agli sguardi da lontano che mi arrivano addosso e non si staccano più e trasformano i margini in centri, irreparabilmente, senza scampo. (quant’è che ci metti, a capire cosa vuoi e cosa no, e che quello che vuoi lo devi chiedere?)
e non stanno dietro a quello che dico e a quello che non dico e a come vorrei dire tutto quanto, se solo non fosse che m’impappino e mi sbaglio e mi blocco, se solo avessi più faccia di bronzo. e se solo non fossero, o non sembrassero, così maledettamente importanti, tanto da svegliarmi al mattino col loro macinare continuo.
posso essere sfacciata?…

[voglio un progettista di sogni]

(manifesto ipotetico per future anime gemelle)
sappilo: un giorno ci incontreremo. è una certezza che vive dentro di me, sonnecchia acquattata nel mio cranio, alla base della nuca, si sveglia per contrasto quando incontro qualcuno che palesemente non sei tu. si sveglia, fa tz-tz schioccando con la lingua, si rigira su se stessa facendomi il solletico e si rimette giù come prima.
ci incontreremo e io ti riconoscerò, perché ti ho già riconosciuto, in altri luoghi, altri tempi, vite fa. se non sarà a colpo d’occhio ci vorrà qualche minuto, un paio di giorni; non sentirò il solletico, lo tz-tz con la lingua, non dovrò indagare nulla; piuttosto avrò una sensazione di troppo pieno, laggiù nel cuore, un riverbero dell’anima.
sarò sarcastica come mio solito, perché è il mio modo, perché è così che mi difendo dal mondo; ma avrò negli occhi una scintilla e tu lo vedrai. non mi dirai che sono troppo negativa, troppo arrabbiata, pessimista; perché saprai che il sarcasmo è solo il primo livello e che sotto c’è dell’altro. sotto la crosta il morbido, dietro l’amaro il dolce. mi leggerai come un libro aperto, avrai la mappa istintiva delle regioni della mia anima, e io lo avvertirò senza dubbi.
dovrai avere pazienza, perché sembrerò sulla difensiva, perché il peso delle delusioni mi curverà la schiena e mi farà sembrare chiusa e distante. ma, sappilo fin da adesso, quello che vedrai sarà solo un’impressione; un’inclinazione un pò sbagliata, un leggero vizio di forma, un pizzico di paura residua da superare con un pò di calma. e se mi guarderai negli occhi abbastanza a lungo e se sarai abbastanza libero e se sarai *tu* lo capirai: che sto cercando, e sto cercando te. un progettista di sogni, un disegnatore di mondi, un mago creatore.
mi raccomando, non farmi aspettare troppo: comincia a farsi tardi.

[la donna di fiori]

un presente bruttissimo. mamma mia, dice, che brutto. una sfilza di semi neri, cinque uno dietro l’altro senza soluzione di continuità. molta solitudine, dice; lo dice la donna di fiori nel suo lungo vestito, languidamente appoggiata al davanzale oltre al quale getta lo sguardo triste. e un corollario di altre figure nere, a sottolineare la sua malinconia, tratteggiarne i dettagli con immagini grottesche. e io rido, perché il grottesco mi fa ridere, e perché non è mica possibile, che tutte quelle immagini saltino fuori a caso da un mazzo di carte tagliato a metà e parlino di me. sono casi strani, buffi, come fai a non ridere alla donna di picche e al suo paggio, all’appeso testa in giù che guarda perplesso il suo gemello a testa in su?
e rido perché non ho voglia di incupirmi anche se quella solitudine è reale, anche se lo sguardo al di là del davanzale mi è terribilmente familiare, rido affacciata sull’orlo dei sentimenti che stanno sempre dove e come non devono stare; rido perché è estate e ho appena raggiunto un obiettivo e ho un programma articolato da qui a settembre che mi occupa il tempo e mi godo le piccole cose, rido perché mi fa il viso luminoso e mi va così. passo i fine settimana da sola col gatto e non fa niente; mi alzo presto, mi prendo cura di me, passeggio al sole di quest’estate rovente. mi godo il fatto che il mio buonumore metta di buonumore chi mi è caro, mi godo il tempo. il passato, il presente, il futuro, tutto quello che viene e che verrà.
e rido.
è anche questa una forma d’equilibrio.

[domino]

a poco a poco le tessere vanno a posto. con minuziosa attenzione e ferma pazienza, a forza di osservare e attendere e osservare e attendere, le cose si assestano. bisogna solo essere preparati a lasciarsi fluire tutto intorno fino al momento giusto. quando chi si deve levare dalle palle finalmente si decide a farlo, le cose cambiano, i pezzi si spostano.
così mi libero infine, dopo più di due anni, del mio ingombrante mono-cliente per tornare al lavoro d’agenzia, e in un colpo solo cambio impaginati, programma, stanza, colleghi, visuale, ritmi, perfino temperatura; mi libero della bocchetta dell’aria condizionata che mi teneva sotto scacco puntandomi alla nuca, ed è un’eccellente metafora di *tutto il resto*. degli sguardi silenziosi puntati alle spalle, dell’astio, del malumore, della polemica inutile, della cattiveria strisciante e del veleno. mi accorgo solo ora di quanto certi umori siano virali, contagiosi. che strano: mi sono solo spostata dietro un vetro eppure c’è tutto un mondo che non mi appartiene più.
bentornato, sorriso.

[quadraro guerrilla]

la strada sotto casa mia d’estate diventa il g8 dei rompicoglioni, questo va detto. g8 quando va bene, perché di solito è anche un bel g14, a volte sfiora il g20. orde di quindicenni-sedicenni-diciottenni senza più niente di niente da fare dopo la chiusura delle scuole e attirati dal fatto che la strada qua sotto sia un vicolo cieco, quindi poco di passaggio. stazionano lì per delle ore, come peraltro accade anche in inverno, certo, ma in inverno le finestre delle case normalmente sono chiuse, e perciò non si sentono; da maggio in poi invece è un’esplosione di vita, i ragazzetti davanti al portone chiacchierano, giocano a pallone, si fanno le canne, pomiciano, litigano in un tripudio di urla belluine e insulti in romanaccio gutturale, a’ zzoccola, mortacci tua, omodemmerda, mavvaffanculo, porcodiqquà e porcodillà. che dopo un pò diventano molto noiosi da sentire, e specie a certi orari. devo ammettere di aver pensato più volte a un bel gavettone, una volta perfino di farglielo con acqua e olio in modo da macchiargli tutte le loro lucide magliettine nike e vendicare così lo specchietto retrovisore della mia opel corsa, scardinato senza pietà e per l’ennesima volta. oggi invece qualcuno di particolarmente burlone mi ha superato in perfidia: anzichè fargli il gavettone gli ha direttamente – ehm – lanciato una bottiglia. di vetro. dall’alto, a piombo in direzione dei loro crani. senza fortunatamente colpirli, se no sai che chioppo, ma sventuratamente centrando il parabrezza di un’auto parcheggiata là sotto (peraltro, a maggior impatto emotivo, gemella della mia opel corsa) e mandandolo in millemila frantumi. considerazioni:

a) questo è il manuale pratico di come passare dalla ragione al torto con un’unica, rapida mossa (peccato non aver fatto a tempo a filmare il videotutorial);

b) una volta di più: che società orrenda sta diventando questa dove, anziché affacciarti e strillare un vaffanculo con l’eco o anche solo reclamare il tuo diritto a un meritato silenzio, lanci una bottiglia sopra a tre ragazzini rischiando di ammazzarne qualcuno o di storpiarli con le schegge?

c) io fra l’altro, se l’opel corsa fosse stata la mia, sarei un peeelo pelo pelo pelo incazzata…

friniscono impazzite le cicale in questo caldo feroce. nella luce che entra dalla porta finestra aperta, il bagliore di un’estate appena iniziata e già impietosa.

io ho la pelle scura e che ancora un pò pizzica dell’ustione dell’altro ieri a carloforte. i capelli un pò sbiaditi, di un nocciola strano, pettinatura da vacanza e cioè una morbida meno-phon-meglio-è. sono andata al mare tutti i santi giorni, in alcuni due volte al giorno, ho fatto una dozzina di bagni, rana in acqua salata, fresca, limpida. sono uscita tutti i pomeriggi e tutte le sere a fare la mia passeggiata, scarpe aperte e pantaloni leggeri, ho boccheggiato nell’aria rovente, bevuto spritz, visto cagliari tre volte, con gli occhi a cuore mi sono detta che quando sarò vecchia e mi ritirerò a vita privata, ecco, allora andrò a vivere a cagliari.

ho riposato, dormito, letto circa cinquecento pagine, mangiato più carne e pesce che pasta, visto più tv del solito, in una parola: staccato la spina.

rimarrei per inerzia, e per questa sensazione piacevole di relax, per il non aver nessun impegno, per il mare. e invece me ne torno alle mie cose di tutti i giorni. roma l’avrò nominata seimila volte.