Archive for maggio, 2009

1 _ a giugno ci arrivi stremata; devastata dal caldo, dal poco sonno, dall’annata di lavoro alle spalle; eppure ancora da qualche parte trovi la forza di buttarti in acqua, e fa pure piacere con le temperature delle ultime settimane. e ancora, il filo conduttore sono le righe nere sul soffitto, a cui ti aggrappi con lo sguardo per andare dritta mentre tiri su le braccia – una dopo l’altra – e spingi l’acqua lungo i fianchi. neri i binari delle tue due ore a settimana di gioia fisica – bandierine blu come traguardo.

2 _ sì, è vero, l’hanno già detto tutti ma lo ripeto anch’io perché è una gran verità: erano proprio belli, gli sposi. belli di una felicità che a vedergliela addosso così luminosa spuntavano quasi due mezze lacrimucce. e dire che io non son tipa che si commuove; ma tutta quella complicità, quell’evidente essere due metà della stessa cosa, insomma come si fa. come si fa a non trovarla un’immensa meraviglia.

3 _ intanto, come ogni tanto faccio, riepilogo sommariamente i posti dove mi sento davvero a casa. me li conto sulle dita, e quasi tutti somigliano tristemente a desideri inespressi, o espressi ma non esauditi, o a enormi distanze o a impossibilità. e com’è che si fa a trovarne uno che assomigli solo alla realtà?

[domani _ cose che potrei fare se il sabato durasse 72 ore]

mi riprenderei in una giornata tutte le cose di cui sono a credito nella vita di tutti i giorni. il sonno, ad esempio, quelle due ore di mattina col venticello che entra da sotto lo spiraglio degli avvolgibili. un giro al mercato, uno al parco, uno per negozi. godermi il sole. cercare e scaricare tutti i film che son mesi che mi dico che devo vedere. poi vederli. poi rifare i ghiaccioli al latte e orzata. far la spesa. latte detergente, deodorante, il collirio, frutta. le pesche, ho voglia di pesche. e andare al mare. e magari vedermi il tramonto con un pezzo di pizza e un bacardi breezer. e poi leggere. e poi scrivere. e poi aggiustare il bagno, e portare a lavare quel cesso di macchina. e poi e poi e poi e poi.

sì, si chiama bulimia. e viene dal troppo vuoto.

[vodka. connecting people.]

[come letto sulla maglietta di un tizio metallonzo]
anche se ai concerti di quel genere lì io non mi connetto con nessuno, mai, ché è davvero tutto troppo lontano da me, troppo agli antipodi, pensare che perfino mia sorella ormai dice che è sfiancante perché c’è seeeempre la steeeessa geeeente, uguale a se stessa e alla caricatura di se stessa nei secoli dei secoli. così, ci vado solo per mettere il naso fuori di casa in effetti – naso che peraltro in questa stagione esce spesso e volentieri – e per prendere un pò di fresco e bermi una cosa e farmi quattro risate con mia sorella e con tamara,oltre che per lesionarmi i timpani e sentir fischiare le orecchie e vacillare l’equilibrio fisico per giorni e giorni. cose belle da prendere al volo, ecco.
[passo indietro.]
la cosa più bella alla mostra delle farfalle è una tartaruga. una tartarughina d’acqua, sì. sola e placida che sguazza mulinando le zampe in una vasca al centro della sala, lei col suo muso appuntito e i suoi occhietti socchiusi e la sua corazza. che per carità, bellissime le farfalle eh, leggiadre e svolazzanti e tutte colorate e poi enormi, ce n’erano certe che sembravano quaglie, accidenti, proprio belle. però è facile quando sei farfalla, ché ci ha pensato madre natura a farti apparire bella anche se in fin dei conti sei una zanzara cresciuta. tutti quei colori, tutta quella scena, non devi far altro che muovere le alucce e appoggiarti qua e là e tutti ti amano di default. (certo, poi prega di non nascere baco da seta, che è meglio – ma questo è un altro discorso.) ma invece prova tu a essere bella così. così, sola, piccola, inconsapevole e corazzata. prova e poi ce ne riparliamo.
[passo indietro. respira.]
di quello che succede certe notti, nel fondo di certe notti che il sonno è passato tra le pagine di un libro che parlava di te, quando ti trovi col fiato corto e gli occhi umidi e certi dolori ti abbracciano come se li avessi lasciati un minuto prima, è meglio non parlare. stendere un velo pietoso sugli angoli di stanza più bui, là dove si annida la polvere e ballano i fantasmi. a certi messaggi, in sere così, non c’è da rispondere altrimenti. non ci sono altre parole, solo quelle di certe verità disarmate. verità senza portafoglio, che niente possono e su niente decidono, ma altro non sono che verità.
[sshhhh.]

[misc]

1 | dev’essere perché l’inverno è una stagione senza odori, tutta questa tristezza che passo non appena incomincia a fare freddo. invece ora, con la primavera-quasi-estate che impera, e il sole e le finestre tutte aperte, ora sì che si comincia a vivere. di pranzi in cottura, soffritti e sughi di pomodoro, frutta sulle bancarelle per strada, pane, erba d’aiuole, abiti puliti nelle lavanderie. è un pò come scongelarsi.
2 | la grande domanda che mi faccio da mesi e a cui nessuno ha mai una risposta. avete presente i militari sulle strade? le camionette mimetiche ferme negli angoli trafficati, il piazzale di stazione trastevere, per dirne uno? ecco: ma non doveva essere una sperimentazione di qualche mese, sei o non so più quanti, dallo scorso luglio a natale circa? no, perché siamo quasi a un altro luglio e stanno ancora lì, peraltro visibilmente scoglionati. why? fino a quando? e chi li paga? ah, noi. bene, giusto. e perché, di grazia, fanno *orario d’ufficio*, otto e mezzo – cinque e mezzo? com’è che, con tutti questi soldatini sotto gli occhi ogni santa mattina, a una (che non sono io ma conoscenza direttissima) deve capitare di essere pesantemente importunata alle nove meno un quarto di sera e che in giro non ci sia nessuno, un g.i. joe, un carabiniere, un ferroviere? mi risponderei misteri della propaganda, ma se qualcuno ha una spiegazione migliore al perché i miei e vostri soldi debbano andare a foraggiare l’abbronzatura di questi personaggini che a metà pomeriggio spariscono, me lo faccia sapere, la ascolto volentieri.
3 | scena. sul 3, ieri pomeriggio mentre torno dal lavoro, al circo massimo sale una gita di anziani con accento del nord, a seguito di guida turistica che si sgola da un capo all’altro dell’autobus. “ecco, fra un paio di minuti fate attenzione a sinistra perché passiamo davanti al colosseo. avete mai visto il colosseo dal vero?” “no; però abbiamo visto l’arena di verona.” “seh vabbè, uguale.” passa qualche minuto, l’autobus si snoda tra terme di caracalla e altre rovine sparse, quand’ecco spunta lui, messer colosseo in tutta la sua placida imponenza. a me spunta un sorriso fiero da un orecchio all’altro perché cazzo, è proprio bello, veramente i grandi effetti speciali, non ci facciamo mancare niente, qua. la guida lo annuncia con un “eccolo!”, in risposta cori d’ammirazione e di meraviglia, quando il gruppetto di vecchietti di prima commenta: “eh va bè, è come l’arena di verona.” “attilio, ma che dici? ma l’hai visto quant’è grande questo? è alto cinquanta metri!” “eh. come l’arena di verona.” …
4 | morale del punto 3: non è la città che mi ha rotto le palle, sono più gli abitanti. ma per fortuna, c’è sempre chi li batte.

il punto preciso che mi piace è su, nella parte alta, vicino alla casa del cinema. perché gli slarghi tra un albero e l’altro sono un pò più ampi e il terreno un pò più regolare e l’erba un pò più uniforme. in alcuni punti, in questa stagione, è perfino punteggiato di minuscole margherite, piccoline e delicate e ben spaziate come nel disegno di un cartone animato. se ti stendi per terra, da sotto il telo, contro le spalle, senti la terra. e il battito cadenzato del tuo cuore che rimbomba tra le costole. e il sonno che viene giù dolce, cullato dal sole e dalla brezza sottile che ti accarezza il viso.
un altro posto dove è bello appoggiare la schiena, in una sera frescolina di inizio maggio, è – strano a dirsi, lo so – un muro dell’acquedotto casilino, nel cortile della casa più graziosa che abbia mai visto. seduta per terra a chiacchierare con gente appena conosciuta, alla luce dei lampioni e delle candeline che punteggiano il cortile, pensare che vale la pena. di superare l’imbarazzo di ospite non accompagnata e parlare con le persone e sorridere. pensare che meno male, nonostante i tempi siano quelli che sono, persone interessanti ancora ce n’è, ancora c’è modo di parlare senza sentirsi alieni, ancora c’è modo di rilassarsi e sentirsi bene, e sentirsi leggeri anche a non fare discorsi scemi. bellissima serata, quindi, e ringrazio ancora di tutto il padrone di casa.
perciò ecco, sembra che tra sabato e domenica ho pre-inaugurato la stagione estiva. ché queste giornate ti chiamano a uscire, e chiuderti in casa a guardare film è un sacrilegio.
e allora si inizia coi libri al parco, con le maniche corte tutto il giorno, con le sere all’aria aperta, con l’orario estivo della piscina. con le borse chiare e le collane colorate. l’intrippo di quest’anno sono le ballerine camper nere e gialle, portate coi calzettini a righe. love them.
e io mi sento bene.

[why you have to go and make things so complicated?]

l’anchorman del tg5 cantava complicated, stamattina, per il telegiornale funky (per l’occasione, più che altro telegiornale pop). la danese era un pò troppo dura, troppo povera di crema, e il cappuccino troppo caldo.
carmen consoli mi fa compagnia lungo la strada per il lavoro. e dopo tanto tempo che non la sentivo mi accorgo che so tutte le parole, a memoria, e mi verrebbe da cantare. a squarciagola, in mezzo alla banchina di stazione tuscolana. [:: sia beninteso, ogni riferimento _ sia beninteso, ogni riferimento non è _ puramente casuale, non è _ puramente generico _ credimi ::]
e poi fa caldo, vorrei le maniche corte, vorrei andare al mare a passare la mattinata guardando l’orizzonte e respirando salsedine e asciugando al sole i dolori alle ossa e i cattivi umori.
qualcuno dice che mi vede meglio dell’anno scorso. io l’anno scorso cosa facevo?

[black page]

dormirei altre due, tre, dieci, mille ore. stordita dal torpore di questa come di tutte le altre primavere. invece mi alzo ed è talmente controvoglia che metto in pratica l’intero manuale su come bruciare un consistente anticipo cambiando abiti settemila volte e finendo vestita esattamente come sempre – ma sentendomi più brutta.
sono giorni che non ho un posto nel mondo, questi. che tutto mi sta come una spina nel fianco, mi sta scomodo e stretto e sottolinea impietosamente ogni mia imperfezione.
e mi sta sul cazzo tutto, dalla mia casa alla mia lista di bollette alle facce che mi tocca vedere ogni giorno per nove ore, e ogni gesto della mia teoria di gesti automatici mi dà la nausea. e mi sta sul cazzo questa città, ecco, l’ho detto, questa città che non ha più nulla della solarità del posto in cui sono arrivata tredici anni fa, questa città specchio nitido di un paese stupido e incarognito e sgarbato. sarà un caso che sono contenta solo quando devo andar via?, vogliamo chiedercelo? già, e allora che ci faccio qui? sì, ma dove andare?, boh, e che fare?, ari-boh. ma forse è la vita, che non è più il parco giochi di una volta – e a questo non c’è che da rassegnarsi.

[déja-vu]

poi all’improvviso, mentre il treno entrava a roma e io lentamente mi svegliavo dal mio torpore da treno, beh all’improvviso ho visto passare qualcosa – qualcuno — te. o qualcuno che ti assomigliava moltissimo, quantomeno. stessa altezza, stessa testa pelata, stessa corporatura. ho pensato di riconoscere perfino il giacchetto di pelle, perfino le movenze. il tuo sosia perfetto, davanti ai miei occhi sgranati. il fantasma di una vita normale che si è affacciata nella mia esistenza per qualche mese appena, giusto il tempo di farmi vedere cos’è, una vita normale, una storia normale con una persona normale.

sono passati anni e anni e io i miei fantasmi ancora li vedo camminare per strada, in luoghi in cui non possono essere, a ricordarmi le mille questioni con cui non ho fatto pace, di cui non mi perdono. certo, il fatalismo dice che doveva andare così e in nessun altro modo sarebbe potuta andare; ma io sono la regina dei se e dei ma, il gran cerimoniere dei rimpianti che apre le danze delle cose perse, e non sarò in grado di essere nient’altro finché di quelle cose perse non sarò ripagata, con qualcosa di bello e prezioso e pieno come dico io – e quindi forse mai.

[slow down]

la casetta nuova della pitzicugina è più piccola della vecchia, ma più intima. ha un bel balcone che dà sulla stradina di sotto, in un quartiere periferico e popolare e silenzioso, i gatti che passeggiano sul marciapiede di fronte, il sole che entra dalle finestre. i soprammobili stanno negli scatoloni in attesa di quando la coinquilina-terminator se ne andrà e non saranno più esposti a distruzione imminente. allora sarà tutto più al sicuro, anche i nervi della pitzicugina di sicuro, e la casa sembrerà ancora più carina e accogliente.

bologna invece in questi tre giorni ha riservato tempo variabile e molta calma, piade al prosciutto e locali chiusi, personaggi strani e posti nuovi. io mi trovo a sorpresa una buona disposizione d’animo che non mi capitava più da tempo, riscopro il piacere di ridere a tutta dentiera, di ballare per il piacere di farlo e per puro divertimento, di sorridere alla gente con la precisa sensazione che non sia un pericolo. riscopro il gusto di ambienti rilassati e di nessuna tensione, di non dover pensare che quella/o mi ha guardato storto, che quell’altra/o ha un’aria aggressiva, che magari sono vestita male o chissà che altro. fluisce un’energia positiva e io mi lascio attraversare.

e imparo come a volte il contenitore valga immensamente di più del contenuto ma altre volte, e grazie a dio, sia vero esattamente il contrario; incrocio suonatori di armonica a bocca itineranti e solitari, e feste rom estemporanee sotto i portici; mi immergo in una realtà in cui gesù e bin laden e un rasta e un omino triste e un aspirante serial killer ballano tutti insieme allegri e pacifici, al suono della musica di un deejay-pupazzo-gonfiabile.

e questa rilassatezza è una droga che inebria.