Archive for aprile, 2009
aprile 30, 2009 at 20:43 · Filed under Senza categoria
un treno grande così è la prima volta che lo vedo. lungo quanto l’intero binario della stazione, carrozza dopo carrozza dopo carrozza sembrava non dover finire più. le poltrone dentro sono larghe e distanti, larghi i corridoi, alti i ripiani per le valigie.
se mi addormentassi, qua contro gli schienali inclinati di vellutino blu, se mi addormentassi e non mi svegliassi per tempo, finirei a vienna. o monaco – ostbahn, o com’è che era. ti immagini, entrare a monaco in treno. trovartici catapultata in mezzo senza sapere come.
e ti immagini, lasciarsi l’italia alle spalle, alle spalle il paese e le sue storture, e la solita vita e la solita gente e tutta questa tristezza. lasciare il troppo conosciuto per l’ignoto, per la scoperta. come nelle piccole cose di tutti i giorni non riesco a fare più, da troppo tempo – dall’ultima volta che ho provato a buttarmi ad occhi chiusi ed è stata una catastrofe.
chissà se c’è, un modo per riprendersi la leggerezza senza dover arrivare a questo. un modo per godersi le cose senza soffrire tutto quello che manca, le voragini di vuoto che levano il fiato e il sorriso. e scrollarsi di dosso la sensazione di essere un alieno, strana e diversa e isolata dal mondo della gente normale, e irraggiungibile. da qualche parte sicuramente si deve iniziare, ma da dove?
intanto oggi mi fermo molto prima di monaco. ritrovo la solita bologna, le torri e i portici e il rosso dei mattoni, e la pitzicugina naturalmente, e gli arretrati di cose da raccontare. provo a ricominciare da qui, una tre giorni di leggerezza, se ci riesco. auguratemi buon tempo e molte risate. vi farò sapere.
aprile 28, 2009 at 23:40 · Filed under Senza categoria
sola in casa, faccio mezza valigia e guardo hitchcock. north by northwest, con un cary grant brizzolato, una tizia col viso spigoloso, tante spie in giacca e cravatta. e faccio una mezza lavatrice, mangio polpette e insalata col limone, mi dipingo le unghie del mio solito vinaccia scurissimo.
ho mal di gola, ma neanche una linea di febbre. ho sonno, e male alle gambe. e non sopporto il silenzio della casa vuota, le porte da chiudere, i miei passi che rimbombano per le stanze.
mi sento stanca, e sola. e vorrei una carezza, nel buio, nel silenzio.
aprile 26, 2009 at 16:59 · Filed under Senza categoria
poi dopo lunghi periodi che non sogno mi capita di fare sequenze di sogni uno più vivido dell’altro, ogni notte uno più dolce del precedente, e mi sveglio sbarrando gli occhi nel buio scossa da tanta intensità, e mi rimangono addosso anche dopo, per ore, tutto il giorno ad aleggiarmi intorno quanto più io cerco di scrollarmeli di dosso. e io ci provo a convincermi che si tratta di allegorie, che sogno cose reali come simbolo di situazioni ideali, che disegno il dettaglio per visualizzare il generale, ma a volte non è proprio plausibile, non regge, non sta in piedi. allora quei giorni lì non c’è altro da fare che riassaporare quanto non posso raccontare per privacy e perché nessuno capirebbe, rileggere le righe di un biglietto inesistente, far schioccare le labbra ritrovando il tocco di altre labbra. e aspettare che passi come sono passati tutti gli altri maestrali, mentre mi facevo tutto l’elenco di domande che ad oggi non hanno risposta e mai l’avranno.
aprile 22, 2009 at 23:00 · Filed under Senza categoria
c’è un signor tentenna che abbandona una moglie. una moglie e due figli e una famiglia costruita in trent’anni, portata avanti e curata e accudita con pazienza e sacrificio. la lascia dicendo che sta male (ma intendendo in realtà che sta meglio con un’altra), come un ragazzino quindicenne in preda alle paturnie lascerebbe la fidanzatina con cui passeggiava preso per mano. la lascia con così poco coraggio delle sue scelte che per comunicarlo sceglie come scenografia un bar. campo neutro, così evita scene. così nessuno lo può mettere spalle al muro davanti alla sua vigliaccheria. era anche appena uscita la campagna pubblicitaria di quel politico, quello là coi capelli bianchi e il broncio affascinante, quello che ama talmente tanto la famiglia tradizionale che se ne è fatto due. la signora, adesso, a quei manifesti lì darebbe fuoco. a tutti, uno per uno.
da qualche altra parte, seduta a un tavolino davanti a un caffè, una ragazza prova a scrivere un biglietto. quattro righe per accompagnare un regalo, per sdrammatizzare il troppo romanticismo che ci ha messo nello sceglierlo. il suo amore non è più il suo amore, da diversi mesi. è andato via, fuori da questa città, fuori da questo paese. ha varcato un continente e un mare per raggiungere sua figlia. la sua bambina appena nata, nata da un’altra donna che l’ha battuta sul tempo. eppure non è finita, dice lei. stavamo bene, dice, vivevamo insieme, eravamo innamorati. devo fare tutto il possibile, non posso lasciar stare senza aver tentato tutto. le amiche intorno al tavolo la prendono in giro. ché il regalo è davvero melenso, e il viaggio che sta per affrontare per portarglielo ha tutta l’aria di preparare una disfatta, e loro tentano di dissuaderla così, buttandola sul ridere, mettendola in mezzo. lei ride, ride con gli occhi allegri ma che ogni tanto si incupiscono in uno sguardo perso. che forse vede la sua vita futura. da single, trentasettenne, abbandonata dall’uomo che amava.
da qualche altra parte ancora, a molti chilometri di distanza, una ragazzina fa da intermediaria tra due vecchie amiche. una delle due una volta era una ragazzina con una criniera leonina di ricci castani, gli occhiali ovali, un incisivo scheggiato. aveva uno sguardo ingenuo, era dolce, romantica, indifesa. l’altra a quei tempi tentava sgomitando di costruire una nuova dimensione in cui lei era una donna forte e controllava perfettamente la realtà circostante. lo faceva saltando dalle finestre del dormitorio per uscire la domenica mattina sfuggendo alle prove dei canti; tagliandosi i capelli cortissimi, disegnando fino a tarda notte per superare esami che sembravano insormontabili. una piangeva riguardando per la millesima volta il tempo delle mele, l’altra sognava di rinascere fatta di carta e inchiostro, nei tratti scattanti e leggeri di un fumetto di adachi. adoravano entrambe jacques villeneuve e le patate fritte con l’uovo, il risotto knorr coi gamberetti e il mare delle loro due terre. oggi, dopo anni, dopo un silenzio lunghissimo e un pò dolorante, una delle due è una mamma felice di due bambini stupendi. l’altra, sta ancora cercando di costruire una dimensione – in cui essere anche lei una donna felice e poter controllare un pò meno cose di così.
aprile 21, 2009 at 08:23 · Filed under Senza categoria
era giornata da elettronica, ho pensato. con ‘sta pioggerella stronza ci stavano bene i depeche mode, o gli zero7, four tet, explosions in the sky. un isolamento acustico di tutto rispetto. invece ho scordato il lettore nell’altra giacca, con tutte le cuffie e tutto il suo potere salvifico. le maledizioni invece le ho portate con me, quelle non mancano.
ma comunque non è giornata che andrà come deve andare: troppi intoppi, ritardi, ripensamenti da primo mattino. la maglia, i pantaloni, la cinta sbagliati e corretti all’ultimo. persino lo scatolino del pranzo rifatto due minuti prima di uscire di casa. troppo disordine, denota male.
ah, e poi lo ripeto ancora una volta: detesto gli indecisi da primo mattino. quelli che non sanno dove sistemarsi nel vagone della metro e ci pensano in mezzo alla porta sbarrando il passaggio. o quelli che il corridoio per l’uscita lo percorrono a zig-zag, colti da labirintite improvvisa, o magari per scaldare le gomme, chissà. ve lo chiedo per pietà, levatevi dalle palle. decidete quello che dovete fare e poi ce ne riparliamo. oppure quantomeno fate pure i timidi, ma dalle nove e mezzo in poi. a quest’ora proprio non vi posso vedere.
[altro? nah, può bastare.]
aprile 19, 2009 at 00:58 · Filed under Senza categoria
non c’è altro modo per raccontarla: l’unico è così, a pezzi, come l’ho raccontata a m3rl1n0 l’altro giorno: un flusso di coscienza con gli elementi che vengono fuori a caso, senza un ordine logico. una definizione in una parola, per praga, non la saprei dare. non c’è vista d’insieme che regga, a rappresentarla: né quelle dai belvedere della salita che porta al castello (il primo nostro impatto con la praga di giorno, con la praga-da-vedere), né quella al tramonto dalla collina di petřín. dopo, scendi al livello terra e la città è una serie infinita di particolari da notare, gustare, ricordarsi. una teoria sconfinata di bellezze una attaccata all’altra, che bisognerebbe fermarsi ogni tre passi per vederle tutte.
le cose che più mi sono rimaste impresse sono quelle a cui non ho potuto fare foto: il museo kafka e le sue suggestioni nel buio, le sinagoghe, il mucchio di lapidi del vecchio cimitero ebraico. strano: forse così la mente si concentra di più a memorizzare quello che vede, o forse è solo attenta in maniera più naturale, senza la mediazione di un obiettivo. ma anche tutto il resto, quello su cui ho speso molti più scatti del necessario, era memorabile eccome. l’enorme cattedrale di san vito con le sue vetrate colorate e i suoi gargoyles; l’orologio astronomico, i mercatini di pasqua, i giocattoli di legno, il cavallo capovolto; la moldava costellata di battellini e barchette e pedalò, i giardini wallenstein, l’infinità di guglie che spuntano, a ogni sguardo, dai tetti; il ponte carlo e i suoi 400 metri disseminati di statue – davanti a quella di san giovanni nepomuceno come da tradizione ho espresso un desiderio, fin troppo facile da immaginare ma che comunque non dirò. e poi le luci che si accendevano a poco a poco la sera facendo sembrare la città un borgo incantato; le insegne dei locali, i menu scritti a mano sulle lavagne, le vecchie pubblicità dipinte sui muri e là rimaste.
e poi ancora, tutte le cose che non si possono fotografare: le risate di quando mio fratello ha scambiato una giapponese per la ragazza e per farle uno scherzo le ha dato un colpo di libretto sul collo; me e mia sorella che cerchiamo di capire il ceco, dizionario alla mano, in metropolitana; il sollievo di una colazione come si spetta, dal secondo giorno in poi, col cappuccino nei bicchieroni di carta e il cheesecake a tre gusti diversi; il profumo della carne e delle spezie dai locali; l’odore della primavera nell’aria, il fresco della sera, e mia cognata e il nostro giro pomeridiano per vicoletti a malá strana, col sole che picchiava deciso sulle nostre braccia scoperte, e la curiosità per ogni angolo e ogni scorcio.
ecco, lo giuro, domani smonto la valigia (e ricomincio a parlare di quello che mi circonda *ora*, che offre spunti, anche se praga continua a danzarmi intorno imperterrita).
aprile 15, 2009 at 08:35 · Filed under Senza categoria
alla faccia dei negazionisti, le pareti della sinagoga pinkas sono completamente ricoperte di minuscoli nomi. nomi e date di nascita e di sparizione – sparizione, sì, proprio come svanire nel nulla. quattro stanze per quattro pareti, tappezzate fino all’ultimo centimetro. una cosa da sentirsi male, un carico d’angoscia tale che uscire fuori, nel vecchio cimitero con le lapidi tutte ammucchiate come denti in una bocca troppo stretta, è quasi rasserenante. con tutta quella luce, quella calma. e l’idea che lì sia tutto troppo antico per partecipare di quella follia.
il giro qui volge alla conclusione. di tutte le meraviglie da vedere in questo viaggio, il museo ebraico è stata la più faticosa da raggiungere, e l’ultima in programma. ai miei non piacciono molto le cose tristi, mio fratello non voleva rinchiudersi ma *vedere la città*, come se un museo, un cimitero, l’interno e la storia di un edificio importante fossero altro dalla città, escrescenze, elementi estranei.
a me piacciono le anime dei luoghi, invece. mi piace trovarne i pezzi in ogni cosa che posso, andarli a cercare e lasciarmi incontrare e sentirne il profumo e sorprendermi. e a praga l’ho fatto con tutte le mie forze. camminando tanto che ancora mi fanno male le anche (a proposito: devo dimagrire. da oggi detox.), consumando la guida e le mappe, facendo decine di fotografie, conservando miliardi di immagini mentali che non finiranno in nessun album, in nessuna raccolta flickr, su nessuna pagina di facebook. che solo rimarranno lì a sedimentare nel cuore, a fare terreno buono per far crescere altra bellezza.
(poi ritorni, annusi l’aria e hai di fronte il solito paese teso e tutte le sue storture e i suoi paradossi e i miliardi di manifesti politici e i militari a stazione trastevere e boh. ti chiedi perché ogni volta che esci e vedi il mondo fuori hai voglia di non tornare più, ma tutto sommato non è poi così strano.)
altri dettagli più tardi, alla seconda puntata.
aprile 9, 2009 at 08:59 · Filed under Senza categoria
adesso ho anche un passato. da ieri, per la precisione. un passato di 1664 post e 5006 commenti, importati a manina e pazientemente – e di tanta pazienza non smetterò mai di ringraziare.
ho di nuovo con me cinque anni di vita, i primi commenti di lineacurva, della ale, le sere in cui parlavo di lupin, i momenti felici, i viaggi, i baci dati e quelli desiderati, onde emotive di vario calibro, a volte enormi, travolgenti. è un bagaglio che mi sarei portata sempre dentro in ogni caso, ma averlo *fisicamente* appresso, tutt’intorno a circondarmi anche qui, mi fa sentire più a mio agio. come dire che la mia casa nuova ha i mobili d’epoca, e non la devo riarredare da capo. e sì, ci sono ancora un pò di cose da sistemare, ma va bene. a poco a poco si farà.
ho anche ripristinato i privati e le bozze che con l’import si erano spalmati tutti in una stessa spudorata dimensione pubblica. uno per uno, li ho cercati, trovati e riportati all’ordine. ad alcuni invece ho concesso la grazia e li ho tenuti pubblici: dopo tanto tempo, non suonavano più pericolosi, ma solo belli e malinconici. come temporali estivi passati lasciandosi dietro odore di pioggia e solchi sulla terra.
tutto passa, seppur lasciando tracce.
aprile 7, 2009 at 19:56 · Filed under Senza categoria
in silenzio, immersa nel buio della stanza, solo la luce dello schermo e i quadrati delle finestre di fronte al di là delle tende. una montagna di panni da piegare mi aspetta premurosa. comprendono quelli che metterò in valigia, ché venerdì si parte, finalmente ci siamo, ero stanchissima – sono, stanchissima.
il terremoto, beh, lasciamo perdere; io non ho titolo né motivo per parlarne, non ne ho mai visto uno in vita mia, non sono mai stata svegliata alle tre di notte e buttata fuori di casa da una minaccia così generale ed enorme. di questo ho solo sentito l’eco: due belle stecche, la prima di domenica notte e quella di stamattina, ma niente di cui parlare. immagini della devastazione ne ho viste pochissime, e magari è meglio così. mi sembra una violazione, un atto irrispettoso anche scrivere queste quattro righe, e lo faccio solo per dire che non è che non ne parlo perché penso solo ai cazzi miei, ecco. che mi ci sento piccola, di fronte a tutto questo, e mi impressiona.
e poi? poi niente: tutto il resto è in prospettiva minuscolo e poco importante.
aprile 6, 2009 at 00:33 · Filed under Senza categoria
il costume nuovo è adidas. bello resistente, e blu azzurro e celeste come i colori dell’acqua.
il profumo della bella stagione, invece, è kenzo summer. giallo, fiorito e tenue. sa di mimosa, di violetta, di talco.
la torta per le colazioni di questa settimana è al cioccolato. è senza uova, senza burro e senz’olio, ma il cacao è lindt.
il pranzo di domani mattina è un fantastico pollo con mele e cumino e semi di sesamo, in un bagno di limone. senza un filo d’olio, anche quello, e senza sale. accompagnato dalla cremina di yogurth, e dall’insalata.
ché ogni tanto trattarsi bene è necessario.
(andare a dormire a un orario decente, beh, quello è un altro discorso…)
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