Archive for marzo, 2009

- poi

poi, sempre inaspettatamente – è strano, succede ogni anno eppure ogni anno sembra una sorpresa – l’ora di anticipo che ti è arrivata come una fucilata la mattina te la ritrovi al pomeriggio, in forma di un’ora di luce regalata e un sole dorato che cala pianissimo inondando la città di riflessi. improvvisamente l’aria non punge più sulla pelle, la gente cammina per le strade con una strana calma, improvvisamente l’inverno è passato ed è un fascicolo archiviato.
io preparo la bella stagione senza metterci abbastanza impegno, questo va detto; dovrei pesare meno, nuotare con più costanza, sorridere di più, essere più ordinata. disperdere meno energie. in compenso programmo un acquisto, programmo pasqua, metto in calendario due fine settimana un altro pò più in là. magari, ecco, a poco a poco recupero.

woke up, it was an early morning…

l’ora legale ti arriva come una mazzata tra capo e collo. inattesa, leva un’ora dalla tua tabella di marcia e manda tutto a carte quarantotto. fame, sonno, veglia, tutto quanto. inattesa arriva anche l’aria fresca di una mattina in cui *è presto*, un presto anomalo e si nota, ma l’odore nell’aria è quello di una primavera inoltrata.
io sono in debito di sonno, ho lo stomaco in subbuglio, i nervi tesi come ogni lunedì. mi tiene compagnia il nuovo di gnarls barkley, che al primo ascolto già si capisce che diventerà il tormentone dei prossimi mesi.
qui, ho sistemato la grafica. forse subirà ancora qualche aggiornamento, ma grosso modo è lei. ed io, ne sono assolutamente innamorata. ora mi riconosco un pò di più.

intanto inizio.

l’ho pensato oggi pomeriggio, che intanto inizio, e non mi ricordo perché e cosa volevo scrivere. tant’è. forse ero solo impaziente di inaugurare la nuova casa, nient’altro.

inizio che non so neanche, ancora, se sto iniziando da capo o se sto proseguendo. se l’importazione dei miei cinque anni di archivi in qualche modo riuscirà oppure se mi trasferirò qui senza bagagli, senza storia, senza il fardello di tutte le parole spese e di tutte le cose successe finora.

che buffo, poi: inizio che praticamente nessuno mi legge, perché non l’ho ancora comunicato. inizio che sembra un pò come scrivere un appunto su un foglio di carta. e poi lasciarlo appeso a un muro in un vicolo stretto e nascosto. che strano. mi sembra quasi di sentire la mia voce rimbombare.

c’è qualcuno, lì?…

Ciao mondo!!

Benvenuto in WordPress. Questo è il tuo primo articolo. Modificalo o cancellalo e inizia a creare il tuo blog!

dev’essere perché la puglia è un luogo del cuore, e gli anni ottanta ne sono un altro (per quanto diversi, e disgiunti) che il libretto di carofiglio mi ha fatto ridere e piangere e partecipare tanto, che la sua voce narrante mi è sembrata tanto familiare, tanto vicina da poterne sentire inflessione e accento, da poterne visualizzare le immagini. gli ho dato quattro stelline su anobii, e l’ho letto talmente in fretta che non ha fatto a tempo a guadagnarsi una colonna sonora (mentre invece il noioso neve si è legato indissolubilmente al disco dei black era, e memoria del vuoto è disamistade di de andré, e non poteva essere altrimenti).
prima di lui, un destino ridicolo mi ha riportato a spasso per genova, e indietro in un tempo che nemmeno conosco, che mi hanno solo raccontato le parole di mio padre, un tempo in cui da genova a gorizia era un viaggio e le istriane erano le donne più belle d’europa.
e prima ancora, fois mi ha parlato di una sardegna che non mi appartiene e di un modo di essere sardi che invece in parte sì. la sardegna senza mare, l’essere sardi che prima è no e poi semmai si discute.
e trovo luoghi del cuore ad ogni parola ultimamente, e divoro una quantità di pagine mai vista. trascinata in una nostalgia che è nostalgia di tutto.

 

a ponte lungo c’è odore di mattino d’estate. e anche giù per la stradina, e fino alla stazione. l’aria tiepida e quel sole lontano, l’odore dell’erba che si rinsecchisce appena. sa di ferie, di riposo, di calma.
il treno per civitavecchia arriva fischiando come un treno serio. non come quelle robe moderne che vanno a fiumicino, di fretta e senza cerimonie. questo arriva fischiando e con l’annuncio di tutte le fermate. paesini di mare, una linea tratteggiata lungo il litorale assolato. mi viene in mente che dovrei farlo, ogni tanto: prendere il
treno e andare a vedere il mare.
intanto è una mattina di stordimento e pressione bassa. io, oggi, più che procedere arranco.

avviso ai naviganti

non è che sono rientrata nel trip che non rispondo ai commenti: è che dal cellulare non posso. li leggo ma per qualche strano motivo quasi mai riesco ad accedere al campo testo per scrivere a mia volta – e quando torno a casa la sera mi son già dimenticata quello che volevo dire, oppure ho perso le parole. perciò, ecco, non prendetevela.
detto questo, niente da segnalare. ascolto the album leaf, dimentico pranzi a casa, contribuisco all’entusiasmo di già felicissime coppie in partenza indicando loro dove mettere le valigie sui trenini roma-fiumicino. sogno cose dolci, momenti delicati. leggo i quotidiani col fiele, i libri con la fame di consumarli, detesto l’ottanta per cento delle pubblicità e soprattutto quelle in tv. impiego il mio tempo ad aver voglia di una spalla su cui appoggiare la testa e rilassarmi per cinque minuti, e per cinque minuti non avere più paura. si può dire paura, in pubblico? no? come non detto, allora.

l’omino io me lo ricordo poco. di persona, dico, l’ho visto poche
volte, una stretta di mano e un “come sta?” formale. mi limitavo a
sapere chi era. non potrei dire che mimica facciale avesse o come
gesticolasse, che tipo di carattere avesse o cosa lo caratterizzasse.
ricordo che parlava in sardo, a volte, circa metà frase e l’altra metà
in italiano. ricordo che dava del tu a mio padre, che si conoscevano
da qualche decina d’anni ormai. ricordo un paio di baffi, forse
rossicci, e una corporatura minuta. un ometto di paese
con la testa sulle spalle, ecco cosa mi ricordo.
però sapevo bene quale fosse la sua storia, e quale il suo destino. un gran
lavoratore, si diceva di lui, un ragazzo serio. anche se ragazzo non
era più, alla soglia dei sessant’anni, ma quando uno si conosce da
sempre ed è sempre stato un pezzo di pane da noi si usa così, unu
bravu piccioccu, si dice.
aveva iniziato dal niente, il signor p. da un camioncino per trasportare
qualche sacco di ghiaia, forse, una cosa così. e a poco a poco aveva
messo su una ditta di tutto rispetto. la sua è una storia di
chilometri macinati sotto la pioggia, la neve o il sole a picco. di
turni massacranti col culo sul sedile di uno di quei mostri che si
vedono passare sui nastri d’asfalto delle autostrade della penisola,
su e giù senza sosta in continuazione. poco riposo, poco svago,
pochissime concessioni al frivolo. il signor p. si faceva un mazzo
tanto, scerau. scerau, si diceva di lui a casa quando lo si nominava,
il signor p., scerau
- poverino. era il suffisso immancabile, la formula di rito che accompagnava
la sua evocazione. scerau perché era una persona seria, e sfortunata.
aveva portato via i libri contabili, da poco; dall’ufficio di papà,
dove erano rimasti perché si fidava di lui, ora li portava su, al nord
dove si era trasferito, forse perché fosse più facile gestirli per la
sua famiglia che l’aveva seguito e lavorava con lui, con la sua stessa
abnegazione -
doveva essere una questione genetica, forse, o forse più semplicemente
una faccenda di valori. insomma era andato a riprendere i libri e
mamma l’aveva visto male, dice. gli aveva chiesto “come sta, signor
p.?”, e lui aveva risposto come sempre, “tiriamo avanti, se dio
vuole”. ma lei dice che
l’aveva visto male, e mamma le cose le sente, e poi comunque si sapeva, si
sapeva da tempo.
cosa rimane di una vita dedicata alla fatica, dopo? dopo che hai
sudato per sessant’anni e hai concesso al lavoro perfino la malattia
che ti avrebbe portato via?
mamma dice che la chiesa ieri era gremita. dice che il figlioccio ha
letto una lettera che veniva da piangere a sentirla. e forse è questo
che rimane, non lo so.
l’unica cosa che può rimanere.

a poco a poco

a poco a poco lievita e cuoce anche la torta di questa settimana. a
poco a poco migliorano le giornate, salgono le temperature, spuntano i
raggi di sole della domenica. a poco a poco si aprono le finestre,
ogni giorno qualche minuto in più, migliora l’umore di gnappo e anche
il mio che non vedo l’ora di sedermi fuori, sullo zoccolo della porta
finestra di cucina, a godermi il fresco e le luci gialle delle
finestre nella sera. ché la città col bel tempo diventa un immenso
giardino, familiare e dolce dal balcone di casa fino a piazza navona,
e in inverno mi manca visceralmente.
a poco a poco si avvicina la primavera, l’ora legale, il mondiale di
formula uno, le maglie leggere, pasqua, praga. a poco a poco si va
avanti e si vive, e la curiosità e la voglia sono ancora – sempre,
nonostante tutto – più forti della consuetudine di sapere che di
solito, in attesa dietro l’angolo non c’è niente di splendidamente
sorprendente.
nel frattempo che la primavera avanza io mi godo un fine settimana
pieno di piccole cose. una mattinata al negozio dei ciondoli, una
testa di capelli rossi tagliati di fresco, i nuovi occhiali da sole da
distruggere con comodo da qui a settembre; una micro-movida in centro
con due caipiroske e il maglione comodo di cotone e le scarpe basse, e
ridere ai baristi buffoni. le cazzate di two much e la societé lutèce.
(a proposito, amichetti: il friends di via della scrofa fa l’aperitivo
a 6 €, ed è vicino al cheesecake dell’orso. io ve l’ho detto, eh.)
e poi la festa della donna, che no, non sarebbe un giorno come un
altro ma comunque non c’è molto da festeggiare e allora niente uscita,
niente pubbetti pieni di sole femmine urlacchianti, niente tacchi e
trucco e vestito della festa, niente mimose. io celebro ricordando,
ricordando la disparità culturale e la violenza, le discriminazioni di
ogni giorno e la libertà affermata a parole e negata nei fatti; le
disparità retributive, il mobbing, i ruoli predefiniti e fossilizzati.
dribblo un concerto di califano e la visione dei manifesti di forza
nuova, e approfitto dell’inconsueta gentilezza delle istituzioni:
musei civici gratis per tutte le donne.
munari i soldi del biglietto li valeva tutti, ma così è meglio. (e
come dice mia sorella, i musei dovrebbero essere tutti, sempre gratis,
ma tant’è.) rivedere in una mostra dopo tanto tempo tutta la sua
produzione è un pò come ritrovare un vecchio amico. ché io alla figura
di quest’omino ci sono affezionata per l’isia, per la tesina di storia
del design, perché ha aspettato il mio esame per morire, ma
soprattutto perché era un sognatore. un sognatore semplice, un poeta
della materia, delle forme, di tutte le cose. e la sua è una figura
che tutti dovrebbero conoscere, un metodo per la vita. e ora col
cellulare non posso mettere il link, ma leggetevi, sul tumblr, il
testo di “educare gli educatori”. ha diciassette anni, ma è di
disarmante attualità – perché certi principi, semplicemente, non hanno
tempo.


Inviato dal mio dispositivo mobile

l’anello di elalu, che stava sommerso in un cassetto da un sacco di
tempo finché l’altro giorno non ho deciso di riportarlo ai fasti di
una volta, chissà perché io mi ricordavo che tra i pendenti avesse dei
cuori. invece no, solo dei bellissimi sassetti neri e dei campanelli.
e tintinna in maniera decisa, e questo sì, me lo ricordavo bene e non
mi sbagliavo.
inizio la giornata circondata dai campanelli, dunque. l’anello, e coco
rosie nel lettore. e la città brilla sotto i miei occhi tra una
spruzzata di pioggia e l’altra (abbinata al maglione di stamattina).
io ho dormito pesante le mie seioreqquarantacinque, e ne avrei dormite
altre venti, ma sto bene. è l’ultimo giorno della settimana, e tanto
basta.


Inviato dal mio dispositivo mobile

Next entries »