Archive for gennaio, 2009

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passo le settimane ad aspettare i fine settimana. e i fine settimana a non fare niente di più di quanto faccia durante la settimana. non esco. esco raramente, quantomeno. faccio la spesa, pulisco, carico due lavatrici, vedo film. guardo fuori dalle finestre. una giovane pensionata senza pensione.

passo il tempo ad odiare questo vuoto. questa assenza di picchi d’entusiasmo. a non sapere dove andare a cercare rifugio. consolazione, compagnia, tenerezza. a esplorare sullo specchio le tracce dell’assenza di me. di quella parte di me che ha piano piano, inesorabilmente, involontariamente ma senza saper opporre resistenza, abdicato alla vita. di quella parte di me che è morta e che non torna.

non riesco a non sentirmi derubata. ancora, no. a non sentirmi lasciata a terra da treni troppo veloci e lucidi, passati troppo all’improvviso in stazioni silenziose, passati senza che io mi potessi permettere i biglietti. ci penso, razionalizzo, penso che in fondo non è mai tutto il dramma che sembra, e che tutto ricomincia sempre, prima o poi, e che magari questo è davvero solo il periodo di reset che precede un qualche nuovo inizio.

poi scopro che ho ancora delle lacrime, e ogni tanto piango.

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e ogni tanto, quelle mani e quella bocca che mi hanno portata alla rovina, le desidero ancora. con tutta la forza della mia immensa stupidità.

martedì 9 ottobre 2007

come un buco all’altezza della trachea. che lascia passare, con l’aria, un sibilo agghiacciante. girarsi e allungare lo sguardo oltre le vetrate e vederti guardarmi. da lontano. vederti che mi osservi, che chissà cosa pensi, cosa valuti, nel tuo silenzio ambiguo che a leggerlo non ci riesce manco dio.
vederti che mi guardi e vacillare, per un attimo. desiderare, con tutte le forze dell’incoscienza, di stringerti e baciarti. come un pugno nello stomaco. un buco, all’improvviso, nella trachea.
pensare, in un solo attimo precipitoso, a quanto di inevitabile e totale avvertivo tra noi, tempo fa. a tutto quello che avremmo potuto essere se solamente – se solamente.
pensare in un ringhio feroce, in un sibilo agghiacciante, a quanto mi manchi e a quanto non esistevi, a quanto mi girava la testa e a quanto era tutto finto, costruito, di comodo. a quanto dolore e a quanto amore.
e allora voltare lo sguardo, e stringere i denti per scacciare quest’onda anomala di vulnerabilità e di nostalgia. ché rinunciando alla metà sbiadita di quello che avrei voluto avere ho vinto cento volte, ma oggi, adesso, davanti ai tuoi occhi rotondi che mi guardano da lontano, io accidenti ho perso.

dove c’era la casa elettrica, finendo di ristrutturare tutt’intorno hanno fatto un mega palazzo tutto giallo limone e con le grate di ferro nero lucido lucido, una roba che sembra un complesso residenziale per gente ricca. e io mi sono chiesta, chissà se ancora dentro è tutto elettrico e i contatori girano impazziti come allora. chissà se ancora ci sono i cinesi che non siam mai riuscite a capire quanti fossero. chissà se ancora di notte si sentono passi muoversi su e giù per pavimenti che dovrebbero essere liberi.
chissà chi ci abita. non sembra posto da ragazzine che la sera escono per andare al blackout, per dire. non sembra posto da ragazzine.
io non ne ho nostalgia di quel posto, all’ultimo aveva finito per farmi schifo e ogni volta che ci ripasso mi fa lo stesso schifo, anzi peggio. ché così tutto lucido e infiocchettato, è soltanto una sòla camuffata.
non ne ho nostalgia per niente, ma stamattina mi son tornate in mente un sacco di cose. le uscite del sabato. la pasta panna e tonno. gnappo piccolo come un topo. il giapponese. i baci di carlo, i suoi messaggi a notte fonda.
e boh, non lo so. mi sembra quasi che i miei ricordi li abbiano presi e lucidati col palazzo. tinteggiati di giallo limone. freddo, acido, irreale. quasi un pò una violenza, ecco.

perle di una mattina qualunque

l’edizione di stamattina del telegiornale funky era meravigliosa. moni ovadia, un parlamentare del pd e una signora coi capelli bianchi discettavano della situazione a gaza sullo sfondo di un allegro motivetto anni ’70 che ripeteva in falsetto "celebration, celebration". peccato non possa documentare e rendervi partecipi dell’ilarità della cosa (chiara solo a me e mia sorella, perfettamente incomprensibili agli occhi degli altri avventori e dei baristi mentre ci sganasciamo dalle risate). magari prima o poi faccio un video.
peraltro uscire di casa la mattina con mia sorella fa quest’effetto. fa molto ridere anche la free press, nei suoi accostamenti titolo/foto (le perle di oggi: foto macchine esplose a gaza/titolo crisi del settore dell’auto; titolo racket delle pompe funebri/foto annamaria franzoni). fa molto ridere un pò tutto, insomma. dev’essere il sonno.
altre perle di stamattina: la mia maglia gialla e magenta, le calze verdi. i joy division nel lettore.
[:: and she gave away the secrets of her past and said, i've lost control again ::]

[nota: scrivendo questo post mi sono resa conto che la sigla pd non è molto familiare al t9. nell'ordine viene dopo i lemmi se, re, pe, sé, sf (?) e pè. vorrà dire qualcosa?]

succede

che ho cambiato crema per il viso, che fatico a dimagrire, che soffro
sempre di fame nervosa. che dormo storta e mi alzo storta e tutta
stordita e così trascorro le giornate.
che ho visto lost in translation (ed è davvero bello e languido), e
michael clayton, e metà di w. perché mi sono addormentata. che arrivo
a casa stremata e non ho la forza di cercare tutto quello che durante
il giorno mi viene in mente di cercare. che senza accesso a internet,
mi sembra di essere fuori dal mondo. compro quintali di giornali, ma
mi manca il mio tumblr (e non mi sembra una soluzione completamente
soddisfacente quella di fotografare i ritagli di giornale e postare
via mail, anche se magari qualche volta lo farò). e mi manca il mio
grillo parlante.
succede, che passo un fine settimana a non far niente di più
interessante che guardar fuori dalle finestre e seguire la pioggia che
scorre sui vetri e ascoltarla scrosciare come se fosse una canzone.
che non ho voglia di cucinare, e se è per quello neanche di far le
pulizie anche se poi le faccio lo stesso.
che non succede niente, e rimbalzo stordita fra gli infiniti specchi
dell’ufficio nuovo senza neanche riconoscere la mia forma e non
capisco come andare avanti. e non so per dove, dovrei andare avanti.
e boh.

voglio tornare piccola. riavvolgere il nastro del tempo a quando non
mi sentivo così lontana da tutto. così tremendamente aliena, così
tremendamente in ritardo, così sola. dev’esserci stato nella mia vita
un periodo di questo tipo, in cui non guardavo tutto come se fosse
qualche strano genere di illusione ottica mai vista prima. me la
ricordo, quella specie di sensazione di integrazione, di armonia col
prossimo. questo avere tanto da dire e tanto da dare. deve essere
durata almeno un anno o due, ci giurerei. o forse è un ricordo che mi
sto creando io, chissà, può essere. comunque lo rivorrei, o lo vorrei
di sana pianta, ecco. ché a volte mi vien voglia di prendere e andar
via e non so nemmeno dove.
così espatrio in territori evanescenti, nelle cuffiette del mio
lettore o tra le pagine dei libri, nei pochi film in cui decido di
tuffarmi, nei profumi di cui mi innamoro. espatrio in mondi creati da
me e che nemmeno esistono, e nessuno mi raggiunge, e il mondo da cui
mi sento tanto estranea continua a danzarmi intorno beffardo.
e come al solito non è la fuga ad essere dolorosa: è l’esilio.

nel mare di luci e riflessi della sera, io e i dirty three fluttuiamo come in una bolla. una bolla dove il mondo esterno non entra. solo passa, e scivola via sulla superficie. un turbinare improvviso di colori e poi più niente.

io sono quello che rimane di me, per la precisione. quello che resta molto dopo che i sogni sono svaniti, dissolti nel nulla, rivelatisi false illusioni, ombre non abbastanza consistenti. niente che valga neanche la pena di essere chiamato sogno. sono quello che resta dopo l’illuminazione di non aver perso neanche un’opportunità, perché nemmeno una se ne è presentata sul serio. nemmeno una che potessi davvero scegliere di cogliere.

io sono quello che resta, e rimane uno sguardo. occhi che si perdono nell’onda di mille altri senza trovarne neanche un paio in cui indugiare un pò più a lungo. che scansionano l’infinità dei volti e dei corpi in movimento senza mai trovare quello giusto, senza mai riconoscere nessuno. senza mai riuscire a tornare a casa, in un luogo dove essere a mia volta riconosciuta.

io sono quello che resta, e loro sono i soliti dirty three. quelli di ocean songs, col loro sapore salato, e il loro ritmo come di risacca – lento, dolente. ché il mare c’entra sempre, e sempre c’entra l’acqua e il suo ritmo puro, assoluto, conciliante. e l’unica pace di questi tempi è lasciarcisi scivolare sulla schiena, respirando a fondo.

 

[:: come fossi niente _ come fossi acqua dentro acqua ::]

ho rifiutato di passare la mia ora di pausa pranzo in fila alle poste. l’ho passata al telefono con un impiegato scortese, ma almeno è stato mentre passeggiavo. scoprendo strade nuove e vicoli nascosti, facendo lo slalom tra le cacche dei cani di quartiere e scoprendo cos’ha nella pancia una tv. ho comprato un paio di pantaloni da cavallerizza del circo, coi bottoni bombati opachi color bronzo. scoperto che tornatora fa (anche) dei tramezzini fantastici. assistito allo smontaggio delle decorazioni di natale di viale marconi, che viste appese in alto sembrano una pioggia di lucine piccolissime e invece a terra si scoprono dei lampadoni belli imponenti. ho passato il pomeriggio lavorando non troppo bene. frammentaria, irrequieta. incontrato in metro il tipo coi pantaloni larghi e le mani piccole e bianche. ascoltato due litigi insolitamente plateali. pensato che avrei voluto mettermi lì a sentire come andavano a finire, solo così, per curiosità, un pò come si guarda la scena di un film.

cucinato veloce e solo per me. mangiato poco. guadagnato in fretta il mio posto sul letto, davanti alla tv, coi piedi sotto la coperta calda e le mani raccolte sotto una guancia.

ché amélie continua ad essere uno dei più bei film di sempre, una di quelle rare cose capaci di coccolarti e farti ridere e instillarti un germe di felicità. di quella piccola felicità naif che ti racconta.

e poi ho sonno, e me ne vado a letto.

[edit: e questo era il 1600° post.]

 

niente da rilevare in questi giorni fiacchi. niente che mi dia segnali forti di alcunché, niente che smuova nulla. tutto mi arriva addosso educatamente e senza troppo peso. ché a gennaio l’umore migliora, come tutti gli anni, e poi ci sono le finestre enoooormi della nuova sede a dare ampiezza all’orizzonte, ma c’è sempre qualcosa che manca, un centro, un filo conduttore, e così vado avanti a pezzi sparsi e in ordine casuale a rilevare cose tipo un paio di scarpe nuove da piccola fiammiferaia e due o tre paia di pantaloni in supersaldo, la ripresa della piscina dopo i venti giorni delle ferie, lo specchietto retrovisore della macchina scardinato per la, boh, forse ventottesima volta e sistemato dall’istruttore degli istruttori, quello coi capelli lunghi e gli occhi rossi, ex campione di non so cosa e attuale supereroe della settimana.

qualcuno mi dice che una cosa importante è la consapevolezza che volere è potere. e io non lo so, sono sempre scettica e non so mica se ci credo fino in fondo, non è da me – che ho sempre pensato, piuttosto, che il destino fa sempre ciò che crede; ma ho in qualche modo una buona sensazione per questo nuovo anno, e anche se so di dover sistemare un pò di cose per conto mio prima di decidere ciò che voglio e battere cassa al destino, mantengo sempre una fiammella di fiducia (/speranza) nell’inatteso.

intanto, per chi non l’avesse visto, o lo seguisse dai reader o dalla dashboard o semplicemente se ne fregasse altamente di seguirlo, mi bullo solo un attimo: è on air la nuova grafica de lapitziconsiglia®. voi dite quello che vi pare; stavolta, per me, è proprio bella.

e io detesto i tumblelog ruffiani. ecco, l’ho detto. detesto tutti quelli che postano foto su foto su foto di cose già viste e riviste e riviste, prese da ffffound! o da we heart it o da altri tumblelog famosi per postare valanghe di foto già viste e riviste e riviste su ffffound ecc. ecc. – e che di solito non hanno argomenti, solo immagini carine di gattini, e di bimbi che si baciano, e di ragazze feshion (ma feshion in una maniera molto alternativa e molto british e molto brava-ragazza), molto magre e molto alte con le frangette e le minigonne e le bocche a cuoricino e qualche posa molto soddisfatta della propria sognante perfezione, o foto sexy di qualche seno ben nascosto tra le ombre di raffinati bianconeri o di qualche piede ben arcuato dentro décolletées con tacchi a spillo dall’aria molto fetish. e poi citazioni famose, ritratti di personalità universalmente amate, un einstein in ascii art, una audrey hepburn a colori, i beatles a fumetti. qualche massima sulla vita e l’amore, di quelle da giornaletto per donnemoderne. e mai un commento, mai una battuta, mai un "vi sto segnalando questo per tale motivo" o un "guardate un pò cosa ho notato/pensato/trovato". solo reblog di reblog di reblog, uno al minuto, sessanta in un’ora, un riverbero infinito di (posso dirlo?) cazzate inutili e senza senso, da stordimento. posso dirlo? per me ‘sta roba inquina. oltre a ricordare fastidiosamente come nella vita oggi bisogni essere onnipresenti e ruffiani, schifosamente ruffiani.

che palle.

(ecco, l’ho detto.)

ho sognato l’LN. l’LN bianca che ho visto per strada l’altra sera, credo. e qualcuno che me la voleva vendere e costava troppo, era impossibile comprarla. come a dire che i ricordi sono cose preziose e inalienabili, forse. o forse, il passato talmente lontano e diverso da essere inaccessibile, se riparametrato a quello che ho oggi, a quello che sono oggi.
poi ho sognato bersani. gli occhi di bersani che suona il piano, e la voce che canta. (ah, e quella s sibilante, che meraviglia). mi sono svegliata con in testa "una delirante poesia". la delirante poesia che mi piacerebbe qualcuno, un giorno, mi regalasse.
ho cose, addosso, che mi danno fastidio. che mi scrollerei come i cani fanno con la pioggia. cose appiccicate sulla pelle e fredde e umide. ché le ultime volte che ho avuto caldo al posto di questa sensazione, quasi non me le ricordo più. sono lontane, evanescenti, irreali; flebili mentre le ripercorro col pensiero nel buio imperfetto della mia stanza la notte.
e vorrei anch’io che qualcuno ogni tanto mi regalasse il silenzio – il silenzio al posto delle parole finte, al posto delle frasi belle che infiocchettano copioni ormai inutili.
e ho voglia di respirare, di respirare aria nuova e a pieni polmoni. e forse ne ho tanta più voglia quanto più è bianca e dilagante la luce che entra dalle mie nuove finestre. dev’essere colpa sua, sì. sono convinta.

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