Archive for dicembre, 2008

il 2008 non esiste. partiamo da questo presupposto: il 2008 non è stato un anno sfigato, tormentato, difficile; è stato un anno inesistente. talmente vuoto da potersi considerare solo una formalità del calendario. un numero in più per un susseguirsi di mattine e sere sempre uguali, di giorni senza niente da rilevare. fare il bilancio del 2007 sarebbe stato facilissimo, se mi ci fossi messa d’impegno (cosa che non ho fatto, e forse ancora ne pago le conseguenze); quello del 2008 no, è infattibile, dati non pervenuti. se dovessi riassumervelo per mesi come fa lei non lo saprei fare. che cos’ho fatto a gennaio? e a febbraio? e a marzo? ma chi lo sa. ma chi se lo ricorda. basti dire che durante la mia settimana di vacanza ad alghero dormivo sempre, dovunque, pure ai tavolini dei locali, e che le foto più significative di me hanno come soggetto le mie ciabatte. certo, si potrebbe sempre dire che sono stata fortunata e che tutto sommato non ho niente di cui lamentarmi e che c’è gente che sta peggio, ma io non ho l’abitudine a rallegrarmi perché le disgrazie sono toccate a qualcun altro piuttosto che a me, e lo trovo pure piuttosto infame.

per questo, allora, niente bilancio. l’unico bilancio possibile è che è stato un anno di pausa, inapparente ma consistente, una pausa involontaria che mi piacerebbe terminasse allo scoccare della mezzanotte (tanto per prendere a riferimento un punto convenzionale sulla linea del tempo).

come al solito, butto via la rabbia, l’ansia, la noia, l’insoddisfazione, la costrizione ad ascoltare persone che non mi interessa ascoltare; tengo gli abbracci e i sorrisi degli amici veri, gli affetti sinceri, i motivi per ridere e stare serena, che per fortuna ancora ci sono e son perle preziose.

faccio gli auguri a tutti.

mando in giro un abbraccio per ognuno di coloro che lo meritano (e gli interessati sanno di meritarselo, uno per uno).

buon anno, e incrociamo le dita.

che strana questa pausa nella pausa. andare verso una giornata di lavoro a ranghi ridotti, la metro semivuota, una strana calma sospesa per l’aria, per le strade che non tacciono mai del tutto. è perfino quasi carino, affrontare le giornate così.
il silenzio vale meno, in posti come il mio paese. perché è facile, perché è connaturato ai luoghi. perché basta chiamarlo e lo trovi, fin troppo denso, fin troppo pesante. qua che il rumore è il fondale sonoro della realtà, invece, vederlo ridursi a brusio è stranamente intimo e leggero. è come aver girato la manopola del volume. come se la città ti parlasse all’orecchio.
tutto lento, fluttuante, assente, tutto sospeso in generica e distratta attesa di non si sa bene cosa. e anche io, che tutto questo ancora non lo cambierei quasi con niente.

ché a me non mi frega niente del buon mangiar sardo, dei ravioli(/curruxionis) e del maialino(/procceddu) e delle formaggelle(/pardule) e del carignano del sulcis e del perdera e del mirto, non mi frega della bottarga e non mi frega del pecorino e mi fa patetica quest’aria da ritornoinpatriadell’emigrante che sento in certi discorsi e leggo su alcuni status di facebook, davvero non me ne passa manco per l’anticamera e lo so che se tutte le volte mangio a sfascio è per una sorta di attacco bulimico e perché mi sembra che debba farlo e mi sembra che sazietà non ce ne sia mai e che niente abbia davvero un fondo. e allora non mi piace tornare in sardegna, non mi piace quasi mai se non quando posso andarmi a buttare nel blu di quel mare irreale o quando tutto tace davvero ed è lecito e previsto che io passi le giornate in silenzio, a guardar piovere fuori dalla finestra che dà sul costone della collina.

dei giorni di festa magari mi piace l’odore del caffè la mattina quando mi sveglio, il tempo da passare coi miei, il divano con l’angolo che ti ci rannicchi e sprofondi, il raggio di sole che passa dai vetri della terrazza e scende giù per le scale arrivando fino al tavolo della sala da pranzo. mi piacciono alcuni tepori, alcuni dettagli. ma meno l’abbozzare al commento di ogni telegiornale, meno l’evitare i 3/4 dei discorsi per non scendere in polemica, meno quest’ansia assurda e continua che sale per ogni stupida cosa. e non mi piace abdicare alla mia vita, abdicare *alla* vita e mettermi in pausa in mezzo al nulla. e a volte il buio di quelle stanze, di quelle stanze che non sono le mie stanze, mi paralizza di paura e mi lascia senza fiato.

ed è un natale poco ispirato questo, e poco ispirante. poche lucine e pochi campanelli, e nemmeno una lettera di natale attaccata all’albero di stazione termini, me ne sono accorta l’altro giorno, troppo tardi, restandoci malissimo. pochissimi auguri, nessun desiderio, emozioni neanche col contagocce.

e torno a roma col vento e con la pioggia, riapro la routine con un filmetto cazzone di quelli dove tutti trovano l’ammore proprio sotto le feste e fa tanto natale *di qualcun altro*; ma tant’è, sono di nuovo a casa.

ho fatto la valigia più piccola degli ultimi tempi. memore di tutte le volte che parto con bagagli immensi che rimarranno per una buona metà inutilizzati, e di come in realtà si possa rinunciare a quasi tutto, e delle file ai check-in e al ritiro bagagli. una 48 ore, bagaglio a mano e via. agile, con tutte le mie cose compattate in 50x40x20cm. non ho scarpe di ricambio, non ho barattoloni di maschera per i capelli, niente giacca di scorta, piastre, phon. sono in modalità semplifica-la-vita. e sono in partenza.
come al solito, scarico tensione.

nella mia cucina tutta rossa impasto con foga, in uno dei miei rari raptus culinari, nonché il primo a base dolce. peso scrupolosamente e divido e mischio e faccio attenzione alla consistenza, e faccio pallette cioccolatose che rotolo nello zucchero al velo e schiaccio col palmo della mano. trentadue medagliette non-vegane, più trenta vegane. i miei primi (e chissà, magari unici) chocolate cookies.

alla domanda, più volte balenatami in testa, del per chi stessi facendo tutta questa gran quantità di dolci, rispondo: per nessuno. e per tutti. per mia sorella e per tamara e per il nostro nucleo di cura ed affetto; per i miei, che forse se ne avanzano ne porto giù un sacchetto; ma soprattutto per passare un pomeriggio a produrre qualcosa di buono, anziché (solo) guardare anno zero e pulire casa.

per dimostrare a me stessa che anch’io sono capace. a produrre qualcosa di buono.

in definitiva, soprattutto: per me.

è che siamo un paese teso. che salta su per un niente e per un niente inizia a parlare a slogan, a ripetere le frasi fatte che gli hanno pazientemente somministrato, pillola dopo pillola, cucchiaino dopo cucchiaino, facendo leva sui suoi disdicevoli sentimenti segreti (v. alla voce persuasori). è che non ci pare vero di poter finalmente, apertamente, dare aria alle nostre latrine e dire che quella categoria umana ci sta sul cazzo, quell’altra non è degna di noi, quell’altra ancora vorremmo vederla bruciare. lo dicono in tv e nessuno si scandalizza, perché non lo possiamo dire noi?
è che si è a poco a poco perso il metro di ciò che è corretto – non politicamente corretto, soltanto umanamente corretto. siamo un paese di estremi bigottismi a cui rispondono libertarismi altrettanto scelleratamente estremi, un paese in cui i paletti della morale e della coscienza sono dettati, quasi mai decisi col proprio cervello. cosa è giusto e cosa no te lo dice la chiesa oppure la lega, il mondo fittizio di centovetrine oppure mtv, oppure sa dio chi e che cosa, ma è sempre a pacchetto completo.
allora capita di sentire che i gay sono anche quasi delle brave persone ma certo, soprattutto se non si fanno vedere a baciarsi in pubblico; capita di ascoltare davanti a ogni disgrazia la valutazione del perché, del come e del quanto la vittima se la fosse andata a cercare, in un grottesco capovolgersi di colpe; capita di contro di sentir giustificare i pedofili perché i gusti son gusti, basta che non facciano male a nessuno; capita di sentir nascere sui treni dei pendolari filippiche assurde sull’immigrazione, scatenate da stronzate come una valigia davanti alle porte; capita di sentire un ragazzino di vent’anni inveire contro gli ebrei con una rabbia che gli gonfia le vene del collo (gli ebrei!!, e no, che mi risulti non siamo nel ’39); capita di sentire, ogni giorno, un’immensa quantità di cazzate talmente estreme e tagliate con l’accetta da far avere l’impressione di essere vittime di un immenso scherzo.
nel frattempo, mentre noi giochiamo a chi è più cattivo e ci scanniamo rotolandoci nella melma, ce la mettono in culo da più e più parti, ma, indovinate?, mai coloro contro cui ce la prendiamo. noi siamo un paese di stupide pecore, e non ne usciremo mai.

in merito al mio scazzo

- vero o presunto, apparente o effettivo -
mi sa che mi tocca scrivere ancora una volta il solito disclaimer, come circa una volta ogni anno, quello che dice che sì, sono scazzata, e che no, non mi sto per suicidare. signorina del documentario sulle dipendenze, stia tranquilla: la mia unica dipendenza è quella dai kitkat della macchinetta dell’ufficio, e non credo sia molto interessante ai suoi fini.
sono scazzata, sì. che vuol dire che mi sento a terra e mi sento vuota, nonostante di persona sia il più delle volte di buonumore, nonostante sia perfettamente consapevole dell’immensa fortuna che si annida nel mio non avere grandi disgrazie o problemi insormontabili. per molti versi, mi mancano stimoli. dal punto di vista personale, emotivo, mi sento una barchetta di carta che galleggia in mezzo ad un enorme lago immobile. niente rive all’orizzonte, nessun altro natante, non un filo di vento. non si può raccontare la bonaccia, non c’è niente da raccontare. non qui, quantomeno. ma la mia identità virtuale è ormai frammentatissima, così avete qualche via di scampo. trovate di più allegro, o di più incazzato, sul tumblr; l’incanto o l’ironia degli sguardi che poso sul mondo nelle mie foto mal fatte, sul flickr. a chi volesse qualcosa di meno scazzato, posso dare appuntamento là. è che tutto ciò che arriva rimane fuori. qui, negli spazi del profondo, non filtra molto. sicuramente, non abbastanza.
e non si finge la felicità.
chi mi dice che mi vorrebbe vedere sempre allegra e felice mi commuove, perché apprezzo l’intenzione, ma mi getta nello sconforto di sapere che ora come ora non posso centrare quest’aspettativa.
qualcuno dice di aspettare, di darmi tempo. che magari è solo che sto resettando. io non so se sto resettando e preparandomi a qualcosa, di qualsiasi cosa si tratti – le altre volte non è stato così. stavolta manca la calma, la serenità. mi sento più come una città rasa al suolo che come un campo dissodato.
e credo di avere ancora molto da frugare tra le macerie. molto da capire, da portare alla luce, da metabolizzare. molto da scrivere, ma non *così*. comincio a sentirmi nuda, quassù. comincio a trovare scomode le cose che scrivo, a trovarle troppo delicate, ad aver bisogno di difenderle. così, vi avverto: comincerete a vedere molti post protetti, su queste pagine. voi se volete chiedete l’accesso, ma se dovessi qualche volta rifiutare, non abbiatevela a male: non ce l’ho con nessuno, ma ho bisogno di coprirmi, e a seconda dei giorni lo sentirò più o meno forte.
nel frattempo, fuori dai post protetti cercherò di raccontare anche qualcosa di meno interiore. di gettare uno sguardo all’intorno, descrivere cose, suoni, colori, profumi. chissà che a poco a poco non torni a splendere un pò di luce.

la domenica è un giorno che non esiste. un’entità indefinita che nelle intenzioni sembra lunga abbastanza per fare tutti i milioni di cose che durante la settimana vengono fagocitate dall’orario di lavoro e poi invece, all’atto pratico, ti giri un attimo ed è finita. così, nel nulla. è andata a sfumare a nero, dissolversi in una notte che è già lunedì. e però che palle, signora mia.

qua la mattina e il pomeriggio sono passati davanti al computer a fare scarabocchi su illustrator (qualcuno riuscito, qualcuno meno); leggere qualche riga di feed, sgranocchiare qualche biscotto, tossire, soffiare il naso, avere mal di testa. ascoltare gli scrosci di pioggia di tanto in tanto, deboli, molto più pigri rispetto ai giorni scorsi.

il sabato in compenso ha portato un bel giro per negozi, l’acquisto di tutti i regali meno uno, una cena in compagnia. un favoloso pesto di pomodori secchi e un tiramisù da paura. e perfino la soluzione del rompicapo dell’anno: come si monteranno mai tutte le lame e gli attrezzi del fantastico robot che la pitzisorella si è fatta regalare per il compleanno e usa pochissimo e molto limitatamente. ancora una volta, uomo batte macchina 1 a 0.

dopo, nient’altro da dichiarare. ah no, a parte che sono talmente famosa che mi riconoscono per strada. inizierò a firmare autografi. poi presto o tardi con la fama arriverà anche la ricchezza, no? …ah, no? uhm. vabè…

testaccio ha un’aria lugubre quando ci passo alle sei e mezza di stasera, in macchina grazie a un passaggio che sa d’emergenza, perché io passaggi dai colleghi non me ne faccio dare mai se non ne ho proprio bisogno – preferisco prendermi i miei tempi, passeggiare tra le fermate degli autobus, leggere mentre la mia bolla di lamiera grigia e rossa attraversa placida la città. ma oggi, oggi ho fretta di arrivare, fretta di oltrepassare il fiume, ché mi hanno detto che forse chiudono i ponti e l’acqua al ponte di ferro è lì che quasi bacia la riva, l’orlo affogato degli argini esterni, e io voglio andare a casa. a casa. testaccio ha un’aria cupa, il fiume incazzato magari non esonderà, magari non ci sarà nessuna tragedia immane a travolgere le rive ma le ombre sui muri hanno un’aspetto minaccioso. e tutto sembra voler ricordare che è lui che comanda veramente, il fiume, e che bisogna temerlo, aver rispetto.

e magari sono anch’io che ho un umore troppo cupo e mi allarmo un pò troppo, che oggi le ombre sull’anima le ho anche per contagio di altre storie intraviste appena, che sono facile a rabbuiarmi. però ecco, nel mio comodo quartiere pianeggiante, lontano dai corsi d’acqua, asciutto e illuminato e tranquillo mi sento meglio.

e poi domani è ancora fine settimana, e faccio un giro per negozi per i regali, e compro anche l’unità col dvd e pure un bel filone di pane e possibilmente che profumi, che profumi insieme alle verdure che ho comprato poco fa e al basilico e ai porri, ché ho bisogno di cose profumate di buono, di sano.

e poi ceno a casa con gli amichetti, e insomma. mi sento davvero più serena, quaggiù.

una giornata che inizia alle cinque col rumore del temporale che batte sulle finestre non è una giornata che promette niente di buono. qualora questa sia una novità, certo. niente promesse, da queste parti. niente regali. e in più sono stanca. fisicamente stanca, che abbandono il letto la mattina già sognando di tornarci la sera. e mentalmente stanca dei conti che non si chiudono mai, degli sbocchi che non vedo, dell’impressione di essere già al meno peggio date le circostanze generali ma che anche questo meno peggio sia comunque merda. e non lo so. non so che fare.

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