Archive for novembre, 2008

uno. andare a fare la spesa col carrello della sciura dà grandi soddisfazioni. in primis, quella di non rientrare a casa con le dita segate dal peso dei succhi di frutta, del latte, delle scatolette dei legumi. molto easy.

due. di contro: da quand’è che il riso costa minimo 1,29 al kg? non che sia mai stata una massaia provetta, di quelle che si ricordano tutti i prezzi a memoria, ma seriamente: 1,29 il riso da minestra? quello che se lo lasci 4 secondi in più sul fuoco diventa una pappa immangiabile? (per inciso, il basmati della marca col galletto stilizzato arriva a 2,29 il mezzo chilo, cioè 5 eurini il chilo. ‘tacci loro…)

tre. la regola aurea che ho sempre presente e ciononostante disattendo sistematicamente: mai andare a fare la spesa a stomaco vuoto. si desidera anche l’aria, e si finisce per comprare cose come la mozzarella di bufala, i wuberone di pollo che tanto signora mia sono in offerta, l’ovetto kinder con l’incarto di natale. e trattenersi di pochissimo dall’aggiudicarsi il primo panettone della stagione, doppio fail sia per le finanze che per la dieta. checcazzo, fatica eh.

abbiamo una zona living. col divano coperto dal telo viola indiano, e la tv e lo stereo, la lampada di carta e il paravento di carta finto zen. due cyclette che fungono da attaccapanni, due collezioni di sciarpe e due di collanine variopinte. abbiamo un nuovo e razionale secchio per la raccolta differenziata (che non sappiamo fare), un frigo pressoché vuoto ma molto ordinato, uno stendino quadrato a quattro piani. bagnoschiuma doppio, latte detergente doppio, dentifricio fino al 2012.

abbiamo pochi angoli vuoti, molta simmetria. un albero di natale da piazzare in un angolo da inventare, magari domani, e decorare. per poi accendere le lucine in tutta casa, e dichiarare ufficialmente aperto il natale di casa pitzi (&co.). abbiamo l’urlo di munch sopra lo specchio; la biblioteca utilities con i dizionari e il codice civile e il creare donna e l’avvocato nel cassetto.

abbiamo molto rumore in più, riunioni attorno al tavolo per cenare tutte e tre insieme, molto movimento, chiacchiere e risate.

abbiamo molta compagnia anche le sere in cui si rientra e non si ha voglia di parlare. o si ha mal di testa, o si è tristi e scoraggiate.

abbiamo una famiglia, un pò più ampia di qualche settimana fa. e questa è una piccola gemma da tener da conto.

[e questo andava annotato, anche per rompere un pò la sequenza dei post negativi degli ultimi giorni.]

dice che il cervello sogna tutta la notte, di continuo; e che quello che ricordiamo al mattino è quanto lui ci consente di ricordare. il resto viene censurato perché non possiamo reggerlo, perché ci siamo raccontati cose che da svegli ci farebbero troppo male. le ormai moltissime notti in cui *non sogno niente*, quindi, non sono altro che notti in cui niente di innocuo è stato elaborato, in cui nulla ha potuto passare la censura. in cui tutto farebbe troppo male. la scorsa notte, l’unico film che il mio cervello ha ritenuto accettabile ero io che cercavo di raggiungere a piedi stazione tuscolana, in una mattina buia come prima dell’alba, impiegando più tempo del previsto. che mi dicevo “allunga il passo”, la frase netta, scandita nella mia testa, “allunga il passo se no non arrivi più”. ecco: questa è una delle rarissime cose innocue da settimane a questa parte, e a pensarci c’è da preoccuparsi. troppa carestia, troppa aridità.
da dove si comincia a coltivare una felicità in un terreno dove non piove da mesi? cosa bisogna fare per iniziare? potare i rami secchi, rimuovere tutto quello che anche se di poco ci disturba o ci infastidisce? e con quali strumenti? e cosa ci si pianta, una volta che tutto è diventato una distesa piatta e spoglia? qualcuno mi dice come si fa? io non lo so più.

ho rimesso su la playlist di natale. che è natale dell’anno scorso, ma è ancora attuale, come se dodici mesi fossero trascorsi per niente (e in effetti, a ben vedere – ).

fuori le feste bussano alle porte. di già, con più di un mese d’anticipo, lucine intermittenti e abeti carichi di decorazioni iniziano a spuntare ad ogni vetrina, nell’aria che si fa gelida, pungente. a riflettersi sui marciapiedi gonfi di pioggia.

qua dentro, di contro, solo la luce bassa e arancione del dimmer affianco al letto tinge tutto; impregna tutto di un’aria immobile e placida e calda, sempre uguale a se stessa – come se ogni sera da mesi a questa parte trascorresse inutilmente. qualcuno dice che sembra che stia bene. che si intravede del fermento. io da qua non lo noto, anzi mi sento tremendamente in stallo.

qualcuno dice che dovrei mettere al primo posto la mia felicità, e lottare per ottenerla.

io, ma non lo dico perché è un discorso troppo lungo e noioso, non saprei da dove cominciare.

che a me, poi, non è tanto il fiato che mi frega, e nemmeno le gambe, che fanno il loro dovere salvo tremare appena un pò a compito concluso; nemmeno mi sento particolarmente pesante, mentre salgo più veloce e con meno fatica di quanto ricordavo dall’ultima volta; è la fretta che mi frega e mi fa sentire ansiosa e troppo lenta, la fretta di arrivare in cima e uscire fuori e abbracciare con lo sguardo, dall’alto dei 94 metri per 498 scalini appena superati, la distesa dei tetti rossi e delle cupole e delle torri di questa città bellissima e infame. la fretta di sfoderare quel sorriso enorme che viene da solo, alla meraviglia di quella vista, dell’aria elettrica, del vento gelido che tira lassù.
è stato un fine settimana lungo e placido. di tante cose fatte e tante viste, di scorci a cui non sono abituata e che ritrovo sempre, ormai, con una sorta d’amore. timido, nascosto. come si ama qualcosa che non ci appartiene, che si incrocia per degli attimi e si sa non essere lì per restare.
ha fatto quel freddo gelido che ti fa incassare tra le spalle e camminare più in fretta; ci sono stati aperitivi e caffè e molti discorsi con la pitzicugina, e il cubalibre dal brigatista e una pioggia di cioccolato, e due giri a san petronio e uno in sala borsa; non moltissimi soldi spesi, una marea di immagini catturate.
come al solito, bologna mi rimette di buonumore, e mi nutre e mi rilassa. e ricomincio da lì, dal vento gelido e dalla pioggia di luce, dall’ebbrezza di essere lassù in alto. staccata da tutto, serena, sorridente.
94 metri sopra i vostri crani, 498 gradini più su dei soliti problemi.

ho scoperto davanti a un caffè che il tg5 è decisamente più interessante se al suo audio si sostituisce la musica. il funk è perfetto, ad esempio. è come guardare un lunghissimo video-parodia. veltroni che ballicchia entrando al loft, maroni a tempo preciso con lui, la villari-dance, new york city-new york city sulle immagini di palazzo madama. è così che voglio vivere d’ora in avanti, ho deciso. niente più notizie, opinioni, commenti, polemiche sterili e disfattiste. voglio una nazione ottimista, una nazione che balla il funk. oooh yeah.

qui si rinasce con poco, almeno in via provvisoria. si rinasce andando a sputare aria e cuore in una bagnarola affollata, andando per tentativi ed errori e trovando i modi meno faticosi e più efficaci per andare avanti. fino a toccare le pianelle dall’altro lato, finché il cinese dice "va bene", finché il cervello non si svuota mentre i polmoni trovano il loro equilibrio.
si rinasce con un buon sonno, un maglione sufficientemente caldo, la musica a stecca per un ritmo sostenuto.
[:: solo disconnetterti un istante _ quasi fosse tregua -- ::]
almeno in via provvisoria.

ho mani prive del senso del tatto, un’unghia di nuovo tutta rosicchiata. ho occhi che vedono buio e appannato, orecchie isolate (male, purtroppo) dai rumori del resto del mondo. le gambe pesanti, un cerchio alla testa da più di otto ore, qualcosa che stringe, giù in fondo al cuore; qualcosa che gratta alla gola e comprime lo stomaco.
dice, come mai. come mai proprio oggi, perché proprio così, cos’è successo. è successo che ogni tanto è come se si sfilasse un tappo, all’improvviso, di botto. e d’un tratto, all’improvviso, andasse giù tutto per i sifoni. tutte le piccole verità provvisorie, le favole che mi racconto, le consolazioni microscopiche, polvere inconsistente che si scioglie nell’acqua sporca sotto cui ogni giorno mi affogo, da dietro il cui filtro ogni giorno guardo stordita una realtà ovattata.
è successo questo, semplice e inatteso, quattro parole dette bene, tirate fuori con fatica dagli anfratti dove tutto fa più male, e giù tutto. giù tutto per gli scarichi con un bel gorgo sinistro, tutto a parte una rabbia che ruggisce assordante, troppo grande da smaltire, che fa venir voglia di sparire dal mondo. da questo mondo, perlomeno, da questa catena di non-eventi e di non-spazi e di non-possibilità.
e in giorni del genere è tutto intollerabile e tutto mi respinge e non c’è niente da fare se non chiudere gli occhi e cercare di resistere all’assalto. e non c’è rifugio e non si può scappare, ma le ossa per ora resistono e chissà, magari domani tutto si calma e torno stordita come al solito. magari, sì.

non amo i racconti, eppure tre dei quattro libri che ho preso oggi sono racconti – uno brevissimo, uno breve, una raccolta che mi è saltata addosso, mi ha scelta, si è fatta scegliere in tutti i modi – il consiglio del libraio coi piercing, il titolo strano, l’orlo delle pagine rosso, tre pagine aperte a caso e tre segnali – il microlibro infilato in mezzo, tra gli altri.
in un posto minuscolo senza l’ombra di un metal detector, che vede santa maria in trastevere dalla porta a vetri sbilenca, con i libri tutti addossati l’uno all’altro come a volersi far caldo – a voler far fronte comune contro il mondo là fuori – ho trovato un’altra piccola nazione felice. un’enclave protetta dell’universo che piace a me, nel mezzo del brutto universo che mi turbina intorno. aperta fino all’una di notte.
(il tutto alla modica cifra di euri trentotto e cinquanta, che già so che mi pentirò, ma pazienza…)

è un novembre spoglio e poco saturo. che anche se qualcuno mi augura di trovare i colori, le mie notti e le mie mattine sono tutti esattamente grigi come questo cielo, le mie giornate scure come i fondi delle immagini che lavoro, che fino a sera mi passano sotto gli occhi e tra le mani. sono stanca e non serve a niente riposarmi. sono stanca proprio del vuoto, del poco che c’è a condire questa vita, dell’assenza di programmi e di centri. che mi disperdo in mille piccoli rivoli che finiscono secchi e lontani tra loro, che non so più avere forza, nel fare niente, neanche nel ritrovarmi per scrivere di me.

e il filo conduttore sono le fughe simulate in tutti i modi possibili. i due chilometri e mezzo trascinati in acqua il lunedì e il giovedì, i sette che ogni tanto pedalo su una stupida bici ferma pensando che su una con le ruote sarei arrivata quasi al colosseo, quasi al circo massimo, al parchetto di san lorenzo. come se davvero spostarmi di così poco potesse servirmi a qualcosa. come se davvero spostarmi, di un qualunque raggio e in una qualunque direzione, potesse servirmi a qualcosa finché mi porto dentro l’amaro che mi porto. finché non supero il senso di abbandono e quello di inadeguatezza, il senso di essere insufficiente a me stessa e agli altri, finché non supero, o non spiano un’altra volta, i vecchi gradini che di nuovo si sono alzati dentro la mia psiche.

ma come si fa a spianarli, come si fa a guarire, come si fa a dare una spallata a tutto e riprendersi il proprio ego, masticato e sputato tante volte da non avere più neanche una forma?

lascio un bacio su una finestra minuscola e mi addormento presto. e mi abbandono al flusso delle mie forze che se ne vanno. con una pila di cuscini morbidi sotto la testa, il gatto accucciato addosso a tener calda la pancia. e mi formicola tutto e ci vorrebbe un dolce, un biscotto con le gocce, un quadratino di cioccolato al latte. magari un bacio. senza bigliettino.

e le parole che avevo voglia di scrivere mi muoiono fra le dita senza farsi riconoscere. senza che io sappia nemmeno cos’è, che volevo scrivere.

se non che avrei bisogno di coccole. di un abbraccio in cui trovare cittadinanza.

epperò è sempre la solita solfa.

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