Archive for settembre, 2008

il primo pensiero della giornata è – si stava meglio sotto le pezze. e anche il secondo, e il terzo, e così via. nonostante il rumore per le strade il lunedì mattina sia sopportabile, e la gente in giro tutto sommato poca, e il sole doratino (sempre più pallido, ma ancora onesto) permetta di tenere il giacchetto poggiato sul braccio. nonostante l’aria fresca faccia anche piacere dopo due giorni che quasi non mettevo il naso fuori casa.
il fine settimana è stato uno scialbo pareggio – pitzi vs vita 0-0. uno di quei weekend in cui l’attività è caricare e stendere due lavatrici, pulire camera, cucinare per pranzo e cena e per il pranzo del lunedì.
niente da segnalare, niente da ricordare.

il sogno di ieri notte è un raffronto e una delusione. non è come mi avevi detto. e tu, nemmeno ci sei.

il ciondolo col labirinto non vuole saperne di stare come dico io. per quanto lo sistemi e pieghi il filo e lo raddrizzi, si gira sempre dal lato della bussola. vorrà dir qualcosa?

ispirata dalla lu, l’ho fatto anch’io. il mosaico della mia voce visiva. qua. (e qui le regole).

un sabato lentissimo. lento e placido e inconcludente. sonno che non viene soddisfatto abbastanza. freddo sul collo, sulla faccia, sulla pelle delle mani che diventa rigida e fragile.

ho anche fatto un giro per il quartiere immerso nella sua luce grigioperla. verificato che la mia macchina acconsentisse a farsi disinserire il freno a mano (e sì, acconsente, diversamente da quanto segnalato dalla pitzisorella). comprato carne e salumi e formaggi al supermercato, e la pastina a semini per fare la pasta al burro come quella dei bimbi. mangiato muffin vegani dopo cena – un campionario di muffin vegani tutti diversi.

quando non riesco ad essere felice io, mi nutro della felicità di chi mi vive accanto. certi brillar d’occhi sono tanto belli.

ho messo la moderazione ai commenti. per un pò, almeno finché non vedrò sparire tutta la valanga di merda che ogni santo giorno mi invade. voi commentate, io a parte lo spam faccio passare tutto con "accetta sempre" – così, andrete in moderazione solo la prima volta. ci scusiamo per il disagio momentaneo.

il sogno di questa notte è –
arrivare impreparata ai momenti, alle prove. nello spogliatoio della piscina, accorgersi di non avere né costume, né accappatoio, né cuffia. soltanto una sacca vuota, e nessun margine di tempo per andare a prendere tutto. poter solo e semplicemente rinunciare, per —
mancanza di strumenti con cui affrontare la realtà. ed è più o meno come i sogni in cui parto senza valigia o con la valigia vuota, o quelli in cui rifaccio l’esame di maturità senza aver studiato niente (curioso: sempre la maturità, mai la tesi).
e poi mi sveglio e non sono convinta dei vestiti che ho scelto, ma più che altro non sono convinta di quello che devo mettere dentro, a quei vestiti; e mi scordo il pranzo appoggiato accanto alla borsa, e mi sono truccata meno accuratamente di quanto avevo pensato – ma forse, più naturale.
e nel mio mondo cosciente questa mattina mi accompagnano le note dolenti dei dirty three – note che fanno venir voglia di buio e di condensa sui vetri freddi delle finestre e di qualcuno da stringere finché si può – fino a che braccia e polsi e clavicole non facciano male. e quello che invece mi manca, nel mio sassetto da un modesto giga, è four tet, e i suoi otto minuti di piano e di graffi e stridii che mi sono rimasti in gola da ieri e avantieri. ed è incredibile, della musica non si finisce mai di innamorarsi.

leggo lucarelli. guardo fuori dai finestrini, quando ho finestrini a disposizione. un ragazzo col piercing quasi dentro una narice. un gatto randagio che accompagna un cagnolino nella sua passeggiata mattutina con la sua padrona. ogni mattina. un treno merci lunghissimo che ci mette dei minuti a passare, infilarsi in galleria, lasciar morire alle sue spalle il suo frastuono color ruggine.
non traggo messaggi. niente mi parla, sono solo un’intrusa. una lurker nel mondo vero della gente in carne e ossa. osservo e non mi interessa. il novanta per cento di quello che mi orbita intorno potrebbe pure non esserci. e il rimanente, non è mai abbastanza. tutto il resto è vuoto e una nebbia indistinta in cui non riesco neanche a trovare i centri delle cose.
allaccio giacchetti fino alla gola, mi incasso nelle spalle, cammino guardando in basso. e ho sempre troppo sonno e mal di testa.

nemmeno il rumore del frigo del market qua sotto. a finestra chiusa, il mondo rimane fuori e tu dentro, isolata, refrattaria. suona soltanto il tic-tac della sveglia che mi guarda da sopra il letto – severa, inesorabile, che dice vai a dormire idiota, cosa fai ancora in piedi. suona la tastiera sotto le mie dita e potrebbe benissimo non farlo e non sarebbe una perdita per nessuno. il resto è silenzio e buio, buio e silenzio. l’aria viola dietro i vetri puliti che non è strappata da nulla, nessun bagliore, nessuna luce dietro nessun altro vetro. come se tutti gli abitanti dei palazzi lungo la strada si fossero messi d’accordo per uscire di casa tutti insieme e lasciarmi qui. da sola. sola e isolata e refrattaria. e in tutta questa non-luce e non-rumore mi sembra di non avere dimensione. di essere massa globulare senza struttura. di peso specifico altissimo e nessuna forma.

non ho pensieri dolci che mi accompagnano sotto le coperte. non ho nulla che faccia compagnia al sangue che fluisce avanti e indietro per atrii e ventricoli. e a volte mi sento precipitare senza un solo, minimo, infinitesimo appiglio.

il compito di oggi sarebbe lavare i vetri. ché sono in condizioni pietose, sembra che siano passate mille tormente di sabbia a regalar loro una patina di opacità deprimente. lavare i vetri, ché c’è bisogno di luce, e di vedere nitido (anche se la visuale, di là dal vetro, non è niente di più interessante che i cinesi dirimpetto che si riuniscono attorno alla tavola).

l’altro compito è riposare, ché ho da recuperare e sono fiaccata dal sonno, dal mal di pancia, dal freschino delle ultime sere che già mi ha regalato un mal di gola intermittente e minaccia di far di peggio se solo dovessi abbassare la guardia due minuti.

perciò programmo un pomeriggio sotto le coperte a vedere qualche film, dormicchiare un pò, finire di leggere travaglio in modo da poter passare a qualcos’altro – qualcosa che mi racconti storie e possibilmente mi parli di magia e non mi riempia il petto d’angoscia, per carità, tregua almeno un pò. un pomeriggio a coccolarmi e concedermi di lasciar-soltanto-passare-il-tempo, ché ne ho bisogno, ché è la cosa giusta.

altro da raccontare non ce n’è. se non che mi rende felice veder brillare di felicità gli occhi di chi adoro. e – dall’altro lato – che arrivano notizie che accolgo desolata e mi lasciano in balia di un’ansia sottile. che aspetto domani per avere novità, e spero nel meno peggio.

[oggi, anche il mio lessico si è concesso un pomeriggio sotto le pezze. portate pazienza.]

mi alzo tardi e spalanco la finestra, tutta, tutte e tre le ante, ed entra un sole giallo che inzuppa tutto, lento e tiepido. ed è un sole di settembre, di quelli da magliettina di cotone però a maniche lunghe, da uscire a farsi una passeggiata però portarsi appresso il giacchetto, da programmare una serata però al chiuso. un sole che piacicchia ma non ci fai niente. e dà un’atmosfera così, una cosa da sì però, un mood uggiosetto e malinconico nonostante la luce.

inutile, settembre non è mai stato buono. non c’è odore di figurine che tenga, non c’è ricordo di pastelli a cera e di corridoi affollati e di amici ritrovati; settembre è sempre stato, e continua ad essere, un mese che non promette niente e niente mantiene. un mese che è solo la chiosa ad estati che decidono di non rimanere mai.

ma come è possibile che io l’abbia sognato, mi chiede lineo, se sono secoli che non ci vediamo e non ci sentiamo. come è possibile che l’abbia sognato in tali e tanti dettagli, in veste di guida turistica. eppure è possibile e l’ho sognato, ed è possibile perché io sogno simboli, e ogni persona finisce per essere simbolo di qualcosa, nella mia mente, e così è tutto come un mazzo di tarocchi infinito in cui ogni carta che estraggo e che viene a popolare le mie notti ha un significato preciso.

così se io ho sognato lineo, lineo che mi dava consigli di viaggio e mi suggeriva di andare a visitare una città che non esiste, e di vederne la biblioteca e il porto (un porto bellissimo, con un mare di un blu profondissimo), io so perfettamente che cosa significa. perché lineo fra tutte le persone che mi sia mai capitato di incontrare è il più grande e geniale e ispirato creatore di magie. perché le sue foto sono sempre un sogno ad occhi aperti e le sue parole sono formule di stregone che aprono varchi nell’anima. e aver sognato lui vuol dire proprio questo.

che io ho un enorme bisogno di magia, e che ho bisogno di qualcuno o qualcosa che mi indichi dove trovarla. perché io da sola ho dimenticato come si fa a scovarla, ma ricordo benissimo che senza non si vive.

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