Archive for luglio, 2008

con mamma e papà sono scesi dal treno rumore e movimento, i tifoni che spazzano via la placida calma domestica di sempre. sono arrivate le tavole apparecchiate e i beauty-case ordinati nel bagno, le camicie negli armadi e la frutta mangiata col coltello dopo cena. seduti comodamente, ordinatamente a tavola – anziché, come al solito, a morsi, da sola, in piedi affacciata alla porta-finestra della cucina, un piede appoggiato sull’altro, l’orecchio teso ad ascoltare i suoni del condominio.

con mamma e papà trovano la strada di casa anche gli stacchetti e le ballerine, i lustrini che la mia televisione, fiera di tornare in attività dopo quasi due mesi di cassa integrazione, mostra come i suoi gioielli migliori. le veline e gli avanzi di drive-in, le battute stupide e colorado cafè. [forse è una mia impressione, forse sono io che vedo ormai tutto con lo sguardo viziato dal cinismo e dall'amarezza di questi tempi in cui, ammetto, sono immersa fino al collo, ma - non vi sembra che il cabaret di colorado cafè sia completamente scollato dalla realtà? parte lo sketch, tira fuori due o tre buoni spunti, ti aspetti la battuta tagliente e invece, puf. ciabattata moscia. tormentone senza senso e senza riferimento da ripetere ancora e ancora e ancora. boh. vabè.]

è un pò una cosa che sembra una piccola violenza, tutto questo. l’invasione dolce di una piccola (n. due) orda di barbari in questo disordine quieto e consueto. che intendiamoci: sono molto contenta di averli qui. è solo che sono ancora spiazzata, come ogni volta appena sfrattata dalla mia stanza e per tutto il periodo in prestito in camera di mia sorella. che è come trovarsi in terra straniera, perdere i riferimenti, il senso dell’orientamento. mioddio, quando sarò vecchia sarò di quelle che "lasciatemi morire qui nella mia casetta sderrutta". sicuro.

per fortuna ho avuto l’intelligenza di traslocare insieme a me anche l’i-mac. così almeno un riferimento ancora ce l’ho. così posso trovare nuovi e fantastici modi di sprecare tempo e connessione tipo – che so – aprire facebook. che ancora non ho capito a che minchia serve e mi fa anche un pò d’ansia ma tant’è.

[highlights della giornata: le scarpe più basse e più comode e più belle della storia - in regalo una borsa portapranzo proprio come serviva a me, termica e di neoprene e con la zip - trentotto gradi all'ombra - l'idea che, se dovessi tagliare i ponti con tutto il pianeta, il mio ingegnere di fiducia mi costruirebbe un ponte apposta apposta, tutto per me. sospeso, e senza scale per scendere, che dai ponti sospesi una volta imboccati non si scende più, ci si avventura e basta. mi commuovo con poco, io, alle volte.]

e non c’è niente da fare, le parole arretrate non si recuperano più. quelle che si son perse per strada, finite chissaddove, inghiottite dall’indolenza e dalla spinta a rimandare tutto. tutto, perché non c’è tempo. perché non c’è concentrazione sufficiente per affrontare con se stessi discorsi pesanti, per materializzare in un flusso di parole una serie di sensazioni, di percezioni, di piccoli fastidi sottopelle che stanno là non nominati, non descritti, non categorizzati. che categorizzare sempre e tutto poi dicono che non si dovrebbe, che leva spontaneità, che è una sindrome compulsiva inutile. ma come fai a capire dove stai andando e se è proprio la direzione giusta o almeno una di quelle plausibili, quando in testa hai grovigli di fili irrisolti, matasse che non riesci a sciogliere – e no, non sono i capelli, sono pensieri a cui dovresti mettere un punto e non lo fai mai.

ci sono giudizi che si modificano. sentimenti che cambiano, altri che non cambiano mai. lame nel cervello che si fanno più affilate, strascichi infiniti che raccolgono polvere e foglie secche e sterpaglie. ci sono cose che rivorresti indietro e domande che si raccolgono in gola, davanti a una porta d’uscita che non si aprirà mai. ci sono sconti che fai e non ottieni. bocconi che non puoi mandare giù.

e tu che in mezzo a tutto questo vento di cose che si muovono resti immobile e stupida come una pietra.

è un post che non ricordo più come doveva iniziare, questo. d’altro canto è sempre così: non so mai come si inizia, e tra una cosa e l’altra rimango ferma. ferma rabbiosa, come un cane alla catena.

è momento che ho la sensazione di essere colpevole di questo stallo. di star sprecando, sprecando, sprecando. nell’inedia che mi impedisce di trovare tempi e volontà. nell’incapacità di trovare ciò che devo e che voglio – ché lo sento, esserci qualcosa al di là di tutto questo che progressivamente perde di senso, ma mi sembra di essere immersa nella nebbia più densa. forse basterebbe anche un pretesto per muovermi. muovermi in una direzione, una qualsiasi.

poi mi verrebbe da scrivere valanghe di cose ma mi passa l’input a forza di rimandarle. molte sono lettere per destinatari che non mi va che leggano. ché non ho voglia di comunicare, in fondo, soltanto di spurgare veleno e lasciarlo lì all’aperto, fuori da me. ne scriverei almeno una mezza dozzina, dovessi farlo, e mi farebbe bene. ma anche questo, non inizio mai.

e il mio istinto alla fuga mi sussurra insistentemente nelle orecchie – cose che io non ascolto perché son vecchia grande ormai. e realista.

vado a letto.

 

e non c’è niente da fare: la vita, al livello dell’acqua, assume un altro peso. cambiano le prospettive; i ritmi del respiro e del fluire del sangue nelle vene, forse. che io non c’ero mai scesa sugli argini del tevere, e nemmeno alla tiberina, ed è come essere in una specie di dimensione parallela. da là sotto, la città sembra un’altra. lontana, silenziosa, lenta. i tram che passano fluttuando sopra il ponte illuminati del loro giallino isterico, le bolle di luce posate quiete su tutta la superficie del fiume, le facciate dei palazzi che si appiattiscono come disegnate su una quinta di teatro. quella manciata di stelle che ostinata riesce a vincere il rumore di tutta la luce che inonda il cielo e a farsi vedere.

e poi persone nuove, voci nuove, gesti nuovi da osservare e studiare. mi piace far collezione di gente. riempirmi gli occhi e il cervello di altri mondi, altri modi, altra vita. che poi forse sembro anche troppo taciturna, ma a volte mi incanto talmente ad osservare che mi dimentico di partecipare. come davanti a uno schermo di cinema, indago le manifestazioni altrui con meraviglia. seguo i gesti e i codici di linguaggio delle amicizie altrui che sono sempre tanto diversi da quelli delle mie [e penso a tami e penso all'amichetti e a mia cugina e a mia sorella e ho un moto d'affetto per tutti, una volta di più] e li trovo belli e quasi perfino teneri. e osservo gli occhi profondissimi di una madre che parla di sua figlia e mi sciolgo a vederla sciogliersi in un sorriso stupendo. e a pancia sotto sulla pietra affronto un piccolo discorso che sembra un discorso triste ma in realtà non è proprio così – è più un discorso un pò sospeso, un pò malinconico, un pò lamentoso ma raro da poter fare.

e poi è carino dare un volto a persone di cui segui le parole da mesi – un volto e un nome e una voce. non lo facevo più da tempo, mi ci ero disabituata.

e poi se avessi avuto il mio telefono, o almeno una qualunque scrausa macchina fotografica, qualche immagine al volo l’avrei catturata. almeno una sarebbe stata un perfetto upside down #.

di una cosa comunque sono veramente convinta, nel profondo, come lo sono sempre stata: le cattive abitudini, i vizi di forma e di sostanza nel rapporto col prossimo, quando sono consapevoli e volontari e insistiti e anche un pò compiaciuti, prima o poi si pagano sempre, e col supplemento. prima o poi, nella vita, si incontra sempre qualcuno che ci restituisce la stessa moneta con ancora più convinzione di quanta ce ne mettiamo noi. allora, forse, si capisce.

questione di karma, più o meno. o di destino, una cosa così.

dal cavo dei cortili tra i palazzi intorno al mio, arriva distinta l’eco della sigla di un telegiornale. rumore di pentole e piatti. sottofondo di auto che passano senza fermarsi, voci che si salutano. io ho fatto una delle cene più sane degli ultimi dodici mesi, ho perfino fatto lo smoothie detox pitzi style (= con quello che ha in frigo lapitzi: anguria, una pesca, una susina. ci sarebbero state bene due fragoline, ma pare che siamo ormai fuori stagione, e perciò è rimasto così). ho di nuovo una stanza ordinata e pulita, tra poco anche una pila di magliette piegate e biancheria riposta nell’armadio, lenzuola fresche di bucato. l’aria fuori dalla finestra profuma già quasi di ferie.

mi sono innamorata giorni fa di un video e una canzone, e di una voce spinosa, e del valzer che ossessivo e lugubre li accompagna; riinnamorata ieri sera di monster (ritrovato in digitale e perciò riascoltato dopo anni), e del disturbo di sottofondo a tutto il disco, che gracchia e ronza fastidioso e impudente, e delle parole che trascinano la testa; mi sto infatuando di stella del mattino ma (a metà libro) ancora non arriva il punto in cui decido che è amore vero e che sono 4 stellette su anobii, e per ora continuo a pensare che i wu ming al completo sono molto di più della semplice somma dei cinque singoli – ma procedo con in mente l’immagine costante di un silente chiaro di luna in mezzo al deserto, e leggo spedita; poi mi sono innamorata del tatuaggio di un tipo che è venuto in ufficio l’altro giorno e che sull’avambraccio aveva scritto in rosso "resist" – ma di contro aveva una faccia terribilmente antipatica; e dell’odore di mediterraneo di lush, mandarini e olio d’oliva e fiori d’arancio che ancora impregnano ostinati la spugna dopo giorni che è finito; dell’inedito colore dorato della mia pelle quest’anno; dello sguardo sereno di mia sorella dopo che stamattina ha presentato le dimissioni, di gnappo che mi fa gli occhietti a sua volta innamorati, di alcuni rettangoli di cielo incredibilmente azzurri visti dal fondo della rampetta davanti all’ufficio; e di sguardi visti passare di sfuggita sulla metro, del caffè del mattino, dell’idea di un giro in bici per il quartiere.

e non mi basta.

qualcuno continua a dirmi, come una profezia, che sarà una bella estate. io continuo a ripetergli che non sento il grip, lo slancio, la forza. ma che lo prendo come un augurio – e mi aspetto qualcosa.

c’è questo strato di polvere sottile sottile sottile, perfettamente uniforme. che non se ne va mai. hai voglia tu a pulire, spolverare, passare panni umidi e piumini antistatici; lì è e lì rimane, a rendere tutto secco, grigiastro, fastidiosamente scivoloso.

fintantoché c’è il cantiere appena fuori dalla finestra, sarà sempre così. perché tutto quello che levi si rideposita, inesorabile, testardo. è in piedi da mesi, il cantiere. all’inizio pensavo ci dovessero fare qualcosa di utile e di buono. un parcheggio, nuove case, anche solo risistemare il parchetto. invece si tratta di una chiesa. utilità discutibile a seconda del credo di ciascuno, tanta facciata, tanto sfoggio. per natale hanno perfino addobbato con le luci il braccio della gru che tira su i materiali; non l’hanno mai smontato, è ancora addobbato a festa anche se le feste son belle che finite, e son passate anche quelle di pasqua.

non so quando finiranno i lavori. io intanto continuo a levare polvere, quando posso, quando ce la faccio, quando non ho altro di più piacevole da fare o non sono troppo stanca e giù di morale per farlo. ma è inutile, finisco appena di passare lo straccio e un secondo dopo è tutto ancora lì. per forza: la mattina, ogni mattina, fanno un fuoco nel bel mezzo del campetto e lo tengono acceso per ore. non so perché lo facciano, pensavo fosse per il freddo ma no, ora direi proprio di no. forse serve proprio a quello: a sparpagliare fuliggine per tutto l’isolato. a far assopire tutto sotto il manto grigetto, uniforme, stanco.

e a parte aspettare inerme che finiscano e levino l’assedio, l’unica altra soluzione che mi rimane è levarlo io, l’assedio. cercare un’altra casa, che però è un salto nel vuoto e magari lo sforzo non giustifica il vantaggio. insomma, dico, è un pò di polvere, che sarà mai.

oppure occupare il tempo cercando di pulire, già. un giorno di pausa dovranno pur farlo? dovrò prima o poi aver ragione di questa sottile, impalpabile, ostinata patina – cantiere o non cantiere? nel frattempo, mettere  ordine e riuscire a mantenerlo è già un risultato grandioso.

 

[prendetelo un pò come una (articolata) metafora. ma anche no, insomma.]

non ho fatto niente. non ho piegato la biancheria, non ho riordinato la stanza, non ho nemmeno scelto la roba da mettermi domani mattina. ho lasciato passare il tempo. lascio passare il tempo, così, come se non avesse senso trattenerlo, come se in fondo non me ne facessi niente. non ho fatto niente, nemmeno guardato la tv, nemmeno letto qualcosa, nemmeno una passeggiata per il quartiere deserto, o una boccata d’aria in balcone. niente.

ritardo l’ora di andare a dormire perché in fondo non mi va. di prepararmi per un letto che mi aspetta vuoto e senza sogni.

a volte mi sento molto sola, e molto isolata. sospesa in mezzo a cose che non mi toccano il cuore, e quelle che mi toccano ho un bisogno insopprimibile di condividerle e non so con chi. e niente mi basta mai.

la modellina ha gambe lunghe e braccia lunghe. lunghi capelli nocciola costretti in una piega liscia che non le appartiene del tutto. l’incarnato della pelle è bianco e liscio come il gesso, teso in una perfezione che non le appartiene – che non appartiene alla specie umana, perché non è così che va.

è alta, la modellina. un metro e ottanta più i tacchi, più il portamento diritto che la fa sembrare una specie di statua. alta, la pancia piatta, le cosce asciutte e ben tornite nei suoi capri di jeans aderenti. poco seno, ma sopperisce con un reggiseno a coppa rigida, e poi sopra una maglia morbida e accollata, ché sembra anche pudica, così. pudica ed elegante, sofisticata e irraggiungibile. superiore, un altro livello.

agli appendini alti ci arriva solo lei. allunga un braccio, dondola un pò la testolina sul collo, sistema tutto come le dicono di fare e poi torna a riposo. in piedi, la braccia lungo i fianchi, un piede in bilico sulla punta, il ginocchio piegato in avanti in un’eterna posa della gru. ogni tanto arriccia le labbra, sporge il broncetto in un sorriso bambinesco, strizza un pò gli occhi sotto le ciglia lunghe. butta lo sguardo in avanti, verso chissà cosa, senza fermarsi ai confini della stanza.

e quando ti parla non parla direttamente a te. parla e basta, senza interagire. col suo romano palocchino (che lei è di periferia, ma della periferia ricca) racconta di se stessa come se non si trattasse di lei. ti dice "che nervi" senza sembrare nervosa. "sono preoccupata" senza sembrare preoccupata. si dilunga a considerare se mandare o meno un messaggio a una convalescente, o piuttosto chiamarla ma giorni dopo, o piuttosto mandarle i saluti con un amico, per paura di disturbare, di non essere opportuna. il pensiero che ricevere un messaggio possa far piacere non la sfiora nemmeno. né la sfiora quello di poter comunicare vicinanza. né quello di partecipare a un sentimento, a un’emozione, quale che sia. o forse la sfiora anche, ma è come se lo evitasse apposta. come se avesse imparato col tempo che mostrare coinvolgimento o interesse incrina la perfezione. scalfisce l’incarnato di gesso, fa fare le onde alla pettinatura ordinata.

la modellina non è mai scesa dalla passerella. in passerella, si sa, devi stare ferma. ferma e impassibile un metro al di sopra delle teste che ti guardano. la modellina, la guardano tutti. o lei si comporta come se. muta, ferma, immobile, impassibile. sterile.

a un certo punto guardando una signora obesa cede a un sentimento. mette su una smorfia blandamente disgustata e incrociando le braccia dice "madonna mia. dio mi scampi dal diventare come quella lì".

e io non le rispondo perché è amica della mia amica e non è gentile rispondere come mi verrebbe, ma dio mi scampi dal diventare come lei. come lei vuol far sembrare di essere, e come traspare al di là della maschera che ha deciso di portare in scena. certo, parlo del cervello. ché le gambe lunghe e snelle, schifo schifo non fanno mai.

l’agitazione è durata ventiquattr’ore. il mattino dopo la sveglia è tornata sul fuso orario che le competeva, forse rasserenata dal fatto che io non abbia tentato di forzarla a rientrare nei ranghi e nemmeno di puntarla di domenica. le ho ridato fiducia stamattina, pur prendendomi il sicuro di programmare una sveglietta anche sul cellulare.

nel frattempo ho avuto un fine settimana pieno pieno, di sole, di mare (sì, vabbè: questa cosa che qui chiamano mare, sempre comunque meglio di un pugno in un occhio), di chiacchiera con tamara, di relax. e profumo di cocco e granita alla fragola, e brezza sulla pelle appena scottata. ho dormito poco, riposato molto il cervello.

e poi adesso piove caldo e appiccicaticcio e tutto rallenta sotto questa luce stupida – rallenta, rallenta, rallenta, fino a sembrare un soffio.

inizio il conto alla rovescia da -20.

 

[ah: mi fate da testimoni a questo buon proposito? devo iniziare un 20 giorni detox. è fondamentale per la mia sopravvivenza. fino alle ferie niente pane, niente pizza, possibilmente niente fritti, niente patatine alla macchinetta delle schifezze. niente alcolici, anche, nemmeno lo spritz dell'aperitivo. diventerò la regina del cocktail analcolico (che per i comuni mortali è = mistone di succhi di frutta). ce la farò?...]

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