Archive for maggio, 2008

sono una spugna.
non nel senso che bevo. o insomma, magari a volte anche quello, poesse. però insomma, non è quello che volevo dire.
sono una spugna perché assorbo quello che mi sta intorno. atmosfere, umori, suggestioni. tutto. assorbo e lo ritiro fuori solo se strizzata, facendo un sacco di bolle e rumore sfrigolante di schiuma che cola per terra. assorbo, elaboro, sputo fuori. funziono così, e a volte è deleterio.
se respiro piombo non posso tirar fuori oro. se respiro scazzo, rabbia, malcontento, tiro fuori la stessa cosa, elevato due e diviso per le mie mille elucubrazioni mentali.
a volte ci provo. provo a immergermi in un libro, in un film, in una qualunque attività che mi isoli e mi protegga, che mi racconti altri mondi, altre storie, fiabe leggere che mi dipingano sul volto un sorriso. dopo un pò non funziona più, però. e mano a mano che vado avanti con l’età funziona per tempi sempre più brevi. mi sento in colpa. e il mondo là fuori mi interessa, e la cultura del "ma che è mio?" non mi è mai appartenuta.
allora pensa che ti ripensa alla fine concludo che non è vero che è tutto uno stato mentale. che se respiro piombo il problema non è che assorbo ed elaboro: è quello che respiro. concludo che bisognerebbe cambiare metallo. laddove possibile, laddove necessario. e che forse è arrivato il momento che io inizi a lavorarci su.

la canzone di oggi. ipnosi profonda per base e testo.

20/20 – Alanis Morissette

(disclaimer: forse ci mette qualche secondo a caricare.)

ok: tanto per non farci mancar niente, casa pitzi attende paziente la visita di un tecnico italgas entro un’ora. per una – ehm – fuga di gas dal contatore in balcone. oooh yeah, che figata…

torno a casa e pedalo. pedalo scandendo il tempo coi servizi del telegiornale, o con gli spot pubblicitari. e non mi viene il fiato corto come quando ero più piccola, che strano, me lo ricordavo proprio ‘sto senso di soffocamento, qualcosa di spaventoso.
poi faccio gli pseudo-addominali e gli pseudo-esercizi per braccia e spalle e allungo ogni muscolo che mi ricordo di avere, istintivamente, senza istruzioni specifiche. ed è come contarmi per vedere se i pezzi ci sono tutti anche oggi. dopo la doccia vado a letto stanchissima, e profumata di limone e di nivea perle che, a quanto sostiene la scritta sul tappo, mi fa le ascelle irresistibili. yum yum.
e questo è l’ultimo modo che ho trovato per dare un senso a scaglioni di tempo più o meno lunghi, a serate che altrimenti per carità, e per avere un qualche obiettivo e scaricare ansia e tensione.
poi i miei sonni durano sei ore precise, poi capita che sogno di essere in terribile e angosciante ritardo, e in compagnie che non hanno un gran senso, o che hanno perso dimensione e direzione. poi ho finito murakami ed era ansiogeno. poi non ascolto musica, niente cuffie né in viaggio né al lavoro, e la colonna sonora delle mie giornate sono i rumori della strada, pale meccaniche e fischi di treni, la voce della gente, le stronzate dei colleghi. le canzoni che per chissà poi quale motivo mi tornano a galla da dentro al cervello e scompaiono dopo qualche ora, a volte qualche mezza giornata.
e poi, fa finalmente un caldo assassino.

ho sognato di avere di nuovo la palletta sull’occhio. e di essere bloccata a casa dei miei senza sapere bene quando sarei potuta ripartire. ho sognato un gatto che mi entrava in casa da una porta aperta, e una bambina bionda che lo rincorreva.
mi sono svegliata con l’umore un pò così, e i pensieri che mi rigirano in testa sempre uguali. ma ogni volta un pizzico più nitidi, più definiti, più precisi.
ho preso una compressa di antal-pre, fatto la doccia con la gelatina party on, indossato una polo a maniche corte; cucinato il pollo col limone e la menta, tirato a lucido la cucina.
esco per fare un giro per negozi. ho voglia di qualche maglietta stupida per rimpinguare la mia collezione di magliette stupide.

dovrei imparare l’arte dell’assenza. del non esserci, non vedere, non sentire, non capire.
o anche: nella prossima vita voglio nascere stupida. stupida e giuliva, hu hu. e non avere più questi occhi rotondi che fissano la realtà e davanti ai quali le cose, i fatti più stupidi, i particolari infinitesimi, si palesano lampeggianti e fosforescenti e si collegano da soli. e non accorgermi più del nascosto e del sommerso, non notarlo più. ché a volte tutto mi appare spietatamente coerente, e più cerco di convincermi che è soltanto un mio film, più combacia tutto in un unico disegno brutto e sgraziato.
nella prossima vita.
in questa, visto che non c’è verso e ho questa condanna di osservare, vedere, capire e collegare anche quello che non voglio, sarebbe già un risultato fantastico riuscire a non curarmene. allontanare da me quello che non merita di toccarmi così da vicino, sollevarmi di una spanna o due da ansie, sangue amaro e rodimenti di culo. in questo prometto, prometto davvero, che mi impegnerò. nel frattempo che imparo a sottrarmi dalla vostra merda, sappiate che io vi osservo. e che vi so leggere. e che anche se le risposte chiare e nette in questa vita sono merce rara, io so la mia verità, e le risposte a certe domande alla fine me le son date da sola. gli imputati a volte si giudicano in contumacia, e nel mio regime hanno l’onere della prova contraria.
sappiate che non mi menate per il culo. sappiate che faccio finta di credervi. faccio finta di non capire, di non vedere, ma vedo e capisco. sappiate che le cose più scure che voi pensate io le ho pensate prima. che so tutti i vostri motivi meglio di quanto voi immaginate che potrò mai sapere. sappiate che vi sento con la pancia e con la pelle, e non vorrei sentirvi e vorrei tanto sbagliarmi ma i fatti hanno insegnato che non mi sbaglio più o meno mai. e che per quanto una personalità possa essere contorta e bizzarra, le sue azioni si spiegano sempre col rasoio di ockham: la spiegazione più probabile è sempre quella più economica.
così è inutile girarci intorno, chiacchierare tanto, cercare mille giustificazioni e cavilli e arzigogoli assurdi. le cose sono quelle che sembrano. quelle che sembrano se le osservi con metodo, e io ho il dramma di non saper evitare di farlo.
sappiate comunque che non sarà sempre così com’è. sappiate che non mi avrete. che vincerò io, e con un balzo felino un bel giorno me ne andrò, e prima che ve ne accorgiate — puf.

inventario – nuovi articoli alle soglie dei trenta

ho
- una cyclette (da montare)
- una molla per fare i muscoli delle braccia e dei pettorali e delle ascelle e quant’altro
- uno specchietto retrovisore nuovamente al suo posto, grazie al provvido intervento di un generoso passante ("lo sgancio sempre, per fargli manutenzione" – "ah. a me, è qualcun altro che ha deciso che dovessi far manutenzione e quindi di scardinarmelo, ma va bè…")
- i capelli viola, scalati giusti per sopportarne la crescita (dovranno diventare lunghi, ho deciso così)
- un ex che si fa risentire a intervalli regolari di sei-sette mesi e con la sindrome dell’incompreso, che quando, al terzo diverso numero con cui mi chiama mille volte nel giro di venti minuti, decido di rispondergli, mi fa "beh. si vede che alle chiamate dal mio numero non t’andava di rispondere…" (bravo genio. e secondo te di chi pensavo che fossero gli altri due?)
- una spesa sana che contempla carne, pesce, cereali per la colazione e plum cake senza zucchero.
sono quasi pronta al cambio di decina, sì sì.
mi manca solo un buon contorno occhi.

ho trovato parcheggio proprio sotto il portone di casa. sotto sotto, preciso, al primo colpo. e sono rientrata a casa cantando a squarciagola, perché è bella serata, perché il maglione che ho in borsa da due giorni non l’ho mai usato ché tanto si sta bene in magliettina, perché ho inaugurato le scarpe di mezza stagione, le ballerine camper chiatte con la lunetta gialla, e ho un paio d’orecchini a forma di matrioska che sorride. per dire, insomma. per dire, che io trent’anni me li sento nel cranio molto meno che nel corpicino cicciottello. e invece ce li ho proprio, sono lì, mi fanno ciao con la manina dal loro quadratino rosso due settimane più in là sul calendario. ma io mi sento piccola, e, sempre per dire, se fossi sottile e flessuosa come quella ragazza riccia che c’era a cena al tavolo affianco penso che sarei sempre vestita in una maniera assurda che sembrerei olivia, o améliepoulain, o mikako koda di cortili del cuore. ecco.
è solo da qualche parte molto in fondo che mi sento vecchia, e amara. come se avessi il cuore di zucchero e la punta avesse bruciato, poi caramellato, poi carbonizzato. che (per dire), capita di passare per strade che mi sono state insegnate e su un muro leggere pelle _ è la tua proprio quella che mi manca. oppure di incontrare maschere antigas ogni tre per due e avere mancanza di quando, dopo secoli, non mi sentivo più poi tanto sola ed era una cazzata. oppure mi capita, spesso, di avere ragione dopo anni e che non serva poi neanche più a granché. oppure, oppure, oppure. uhm.

[:: io so la mia verità _ sono passato in mezzo agli inferni alle mie pazzie, ma è la mia verità _ e spero possa esploderti in faccia spaccarti la testa _ la mia verità _ è nell’ostinazione a cercarmi a ferirmi a capirmi _ la mia verità _ è rinnegare i padri le madri le bocche e gli stomaci ma _ sono suggestionabile _ sono troppo suggestionabile ::]

dà l’idea di avere trascorso dieci giorni chiusa in una stanza con l’ossigeno rarefatto. e probabilmente più o meno è così. il rumore delle ruote del trolley nei corridoi dell’aeroporto è sembrato provenire da un altro pianeta. le voci della gente, da un altro pianeta. i rumori e il traffico e il movimento generale. altro pianeta.
è perfino cambiata stagione, rispetto a due settimane fa. fa caldo adesso, quel caldo quasi definitivo che ormai l’inverno non torna più.
mi sono resa conto che non ho una giacca di mezza stagione. e neanche l’abbonamento dei mezzi, e farlo non mi conviene più. agli orari e ai ritmi e alle tabelle di marcia mi devo riabituare a pensarci. e all’equilibrio sulle gambe per stare in piedi sui mezzi senza reggersi alle staffe, pure.
sarà un mese un pò a mezzo servizio, ho idea.

rientro a roma mercoledì. non so dire se sono più annoiata e quindi contenta di rimettermi in movimento oppure scocciata di dover abbandonare il bozzolo e tornare a tuffarmi tra le solite rogne, le solite beghe insulse, le insoddisfazioni, la tristezza.

è stata una vacanza strana - volendola considerare una vacanza, che poi non è. questa forma di mezza convalescenza ibrida e di riposo consapevole – differente dal classico ko da febbre, per intenderci – ha dato a questa settimana un sapore  inconsueto. qualcosa di simile a un ritiro, a una pausa di meditazione. che io poi non sono da eremitaggio, di norma, e non mi piacciono i posti dove non c’è nessuno e la vita non fa rumore, eppure mi sento tranquilla anziché sentirmi soffocare.

e non so, sarà la vista dalle finestre del salotto sul costone della collina che sale improvviso dall’altro lato della strada, e il verde degli arbusti e quello spicchio di cielo, forse è tutto questo che ha fatto da sedativo. che mentre qua tutti sclerano e danno di matto, io li incontro e li guardo negli occhi e provo una gran pena e una gran tristezza, ed è come se di ognuno avessi la mappa della mente, con il segno di ogni crepa e cima e punto di rottura, di ogni ruscello che si è trasformato in rapide, di ogni voragine aperta sul cui orlo si sono messi a dondolare. e quando ho paura pensando alle mie voragini aperte, è comunque come se si trattasse di un’altra persona. come se in fondo, non mi riguardasse poi veramente.

e poi continua a piovere fitto fitto e verticale, e quel costone di collina me lo guardo assorta come se fosse un gran film. 

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