ma tu guarda se per raccattare un complimento devo aspettare di incontrare il viscido portiere sit-com per le scale la mattina… bleah…
Archive for aprile, 2008
ci sono sere in cui il buio mi terrorizza. mi carica d’ansia, mi prosciuga le forze, mi lascia paralizzata a metà di un corridoio, protesa in avanti sulle punte a cercare di raggiungere l’interruttore più vicino. incapace di muovere un passo. in quelle sere mi angosciano il vuoto, il silenzio, vorrei non essere lasciata in pace mai. non dover mai fare caso agli angoli della casa che moltiplicano quel silenzio. alle porte chiuse e al disordine compulsivo di certe mensole e all’ordine immobile e perenne del lato sinistro del letto.
in quelle sere tira un vento che gli altri non sentono. che fa scricchiolare i cardini della propria soddisfazione. un rumore sinistro, triste, feroce.
e spunta una lacrima che sembra venir giù direttamente dalle tenebre.
scendere dal treno ed avere più caldo che a bordo. ritrovare roma tiepida e chiara, i suoi movimenti ampi e lenti, i suoi muri color sabbia illuminati di giallo. i rumori e gli odori di ogni tarda primavera da dodici anni a questa parte.
è stato un fine settimana lungo e rilassato. senza tensione, senza malumore, senza cedimenti a momenti di tristezza o insofferenza. un paio di volte ho rifatto i sogni che faccio sempre, ma al risveglio ne ho ricordato solo dei flash. mi sembra già un grande risultato. ho riso molto, bevuto meno del solito, mangiato disordinato come al solito. e parlato, e visto una manciata di posti nuovi. mi sento alleggerita.
domani mattina c’è un risveglio di buon ora, e poi una settimana corta, e alla fine casa.
ricominciamo.
sarebbe quasi da saltare il post del viaggio, non fosse che boh, che il post del viaggio ormai è un pò un piccolo rito. sarebbe che non ho molti argomenti, e non è un periodone e forse se non lo scrivessi non vi perdereste niente.
qui è un viaggio anonimo, c’è tanta gente che dorme, un uomo di colore pettinato come jena di esp, una tipa ben vestita e ben truccata che fa parole crociate di fronte a me. io leggo murakami e mangio wok e un muffin al cioccolato e non dormo. e ci vedo decisamente male e sono infastidita e mi sento vuota. di quel vuoto che non assorbe, freddo e immobile e non-tormentato. refrattario, ecco.
di solito bologna mi fa bene. speriamo anche stavolta.
vicino a stazione tuscolana ha (s)fiorito una roba che ha ricoperto il marciapiede di petali bianchi. completamente, sembra una nevicata. non fosse per i nubifragi uno ogni due giorni, si direbbe quasi che sia primavera. profumavano, perfino.
qua il bollettino registra: due biglietti di treno in tasca per il fine settimana (sì, ci vado comunque a votare, lunedì mattina), maglia gialla e fucsia che sembro io la primavera (non fosse per i nubifragi uno ogni due minuti), trucco da barbie e solita maschera da faccia di cazzo indossata anche oggi nel momento in cui mi son chiusa alle spalle la porta di casa.
altro giro, altra corsa.
il tempo non aiuta. né quello metereologico con questa luce grigia che minaccia il diluvio – né quello cronologico, checché ne dicano. il tempo non guarisce, non lucida, non rimette in sesto, tutt’al più continua a rovinare quanto già ha iniziato a decadere. dispiace disattendere speranze, ma è così. il tempo non resuscita i morti, neanche quelli metaforici, per quanti sforzi si facciano non funziona. i giardini dell’anima non tornano a rifiorire, e se lo fanno c’è sempre qualcuno col cerino in mano pronto a bruciare di nuovo tutto.
il tempo non sbiadisce i ricordi che dovrebbe, non attenua il disagio, non lenisce le ferite. non è nient’altro che una serie squallida di tradimenti, e sempre meno sorpresa nell’accoglierli. ma tant’è.
io tra poco compio trent’anni e mi fa strano. ché non son mai stata di quelli che si intristiscono pensando che un altro anno è passato, ma questo mi fa specie. è un anno passato in sordina, un anno di cui non ricorderò molto di bello. ed è qualche mese che guardo le foto di due anni fa e non riconosco la mia faccia.
ed ecco, mi fa specie.
10:34:43 generico collega: per la serie "nun te inkazza"
10:34:47 lapitzi [:: liberi tutti ::]: eh
10:34:50 generico collega: ti dico solo
10:34:53 generico collega: che ultimamente
10:34:58 generico collega: gli "omini" dell’ufficio
10:35:02 generico collega: stanno seriamente pensando
10:35:06 generico collega: di proporre una petizione
10:35:21 generico collega: per farti venire con le magliette a collo alto e abolire scollature da capogiro
10:35:27 generico collega: giuro che è vera!!
10:35:29 lapitzi [:: liberi tutti ::]: °_°
dopo aver impiegato tutto il giorno a sbollire dal nervoso per questa minchiata, ho deciso che semmai dovesse saltar davvero fuori una cosa del genere la faccio anch’io, una raccolta di firme. per proporre un chador maschile, che veli le facce di cazzo che girano per l’ufficio. sapete com’è, mi turbano.
(sì, scherzano. sì, sono simpatica anch’io.)
lapitzicommenta?
che poi stamattina mi s’è inchiodato il telefono proprio quando stavo finendo di scrivere il post d’attualità, e forse allora è proprio destino che io i post d’attualità non li debba scrivere, che non son brava a metter giù ‘ste cose, ma in sintesi comunque diceva solo che
- le magre consolazioni del caso sono date da qualche risultato parziale, dalla debacle di ferrara e da quella della santanché (per la serie: neanche tutti i parenti), e dal fatto che non avevo aspettative altissime, così non cado da molto in alto
- e che, altra magra consolazione, mi è piaciuto intravvedere almeno nella forma, da parte del pd, qualcosa di simile a quello che succede negli altri paesi democratici del mondo, gli auguri di buon lavoro, questo mood da politica corretta e matura e niente urla e strepiti e isteria e tutto il resto. l’ho trovato elegante, mi fa sentire meno aliena. dopodiché a me piacerebbe fare gli stessi auguri di buon lavoro ed esserne convinta, avere almeno un briciolo di fiducia nei prossimi cinque anni, credere che un bel giorno potrò dire "ok, non ero d’accordo coi modi, ma hanno lavorato umanamente, il minimo sindacale dell’umanamente accettabile". e sto cercando di convincermi a un blando ottimismo ma no, non riesco proprio, ed è da ieri che non so decidere se preparare i popcorn per le ciniche risate davanti al film grottesco che stiamo per vedere o le valigette per partire.
insomma da ‘ste parti si respira scoramento, e questo è quanto.
a voi studio.
[edit: e comunque, per eventuali approfondimenti si rimanda qui, che è sede più appropriata.]
nelle penombre delle domeniche sonnolente di periferie italiane qualsiasi, la società civile partorisce i suoi piccoli mostri. ogni settimana. a volte, con gli straordinari di sabato. e a volte, con turni di recupero che durano giorni di seguito anche oltre il lunedì.
mentre tre piani più giù, al livello della strada, le vecchiette all’odore di borotalco escono dalla santa messa sgranando rosari, dall’altra parte del muro di camera mia il generale smette di cantare fausto leali a squarciagola solo per inveire contro la moglie. che ha la colpa gravissima di aver cucinato pollo anche oggi. l’hai fatto anche ieri, le dice. ma tu sei matta a farmi il pollo per due giorni di fila, io non me lo magno quello, te lo magni te. che schifo, mavaffanculo. e sgrana anche lui il suo rosario, fatto di ingiurie e grida ripetute ciclicamente per decine di volte, sempre uguali. lei non si sente rispondere. deve avere la voce più bassa, o meno tenacia nel reagire. si sa, il lavaggio del cervello fiacca qualunque volontà.
dall’altro lato del muro della cucina, invece, le pause tra un giro e l’altro della lavatrice lasciano filtrare la voce della mamma di a. e del marito. di lui che la accusa di aver frugato nella sua borsa e di lei accecata dalla rabbia. che dice non ti vergogni?, non ce l’hai una dignità?, infame. che dice allora chi sono io per te per prendermi per il culo così?, uno straccio per lavare in terra? qui è la voce di lui che arriva più confusa, tra le urla della moglie esasperata che latra di dolore e sembra più esausta che cattiva. chissà come si difende lui, ché non si sente, quali argomenti ha da portare a sua discolpa, e discolpa di che cosa esattamente. lei dice non mettermi le mani addosso. e sono stanca di parlare con te, non ti voglio vedere più, esci da questa casa. e un attimo prima che la porta schiocchi alle spalle di lui che raccoglie l’invito, mentre dice tu mi hai rovinato la vita la sua voce è quasi rotta dal pianto.
la mamma di a. ha lo sguardo di chi ha conosciuto i sogni.
le otto di mattina esistono anche di domenica. giuro, le ho viste io.
vado a votare di buon mattino. sono una brava cittadina, anche se non ho cucinato per gli scrutatori, accidenti.
di ritorno mi aspettano le pulizie di casa, un pranzo a un’ora regolare, uno shampoo sempre a un’ora regolare, che quindi non finirà all’una di stanotte. cose utili tipo sbrinare il freezer. andare a dormire a un’orario umano, possibilmente, contando sulla fatica di essermi alzata alle otto di mattina. di domenica mattina.
sono una brava massaia, e una brava cittadina. e una ragazzetta come si deve, ordinata ed educata.
sarà il caso che faccia due ciambelle da portare alle urne?…