Archive for febbraio, 2008

ho un treno che non ha finestrini. o meglio, il mio posto, di tanti che ce n’è, è quello senza finestrini. e nemmeno mi riesce di dormire. e sto diventando claustrofobica. e le leggi della prossemica su questo cavolo di trenok sono svillaneggiate senza ritegno. e poi mi dovrebbero spiegare perché viaggio su un trenok con un posto senza finestrino e nemmeno un baretto per un caffè e nemmeno lo spazio per le valigie – se il prezzo del mio biglietto era pur sempre i suoi 44 euro, cioè tutto fuorché il prezzok di un presunto trenok.
viaggio su un treno che scende al sud, un treno rumoroso e popolato di ragazze pettegole e di bambini che strillano e di suonerie di cellulare troppo alte e pizza bianca e panini di mc donald’s e settimana enigmistica. e in mezzo al marasma generale, i bozzoli di qualcuno che dorme, di un ragazzo e del suo film sul portatile, di una coppietta coccolosa che intravvedo riflessa su un vetro, di due ragazze ciccione che si tengono per mano. e che tutte le volte che guardo in loro direzione sbuffano scocciate. io le guardo perché sono gli esseri viventi più prossimi a me in linea retta col mio sguardo, perché non ho niente da fare, perché sembra che una si appoggi sull’altra e l’altra si sia impegnata a proteggerla e mi chiedo se è proprio così come sembra o se è la mia percezione che falsa le cose; e non ultimo perché sono tenere, e sembrano proprio avere, anche loro, un pò di quell’equilibrio che a volte mi pare di scorgere dappertutto, e che manchi solo a me. loro invece forse pensano che le guardi con riprovazione, o qualcosa di questo genere. e allora mi chiedo, non è questo un pregiudizio che si rovescia, in fondo?
io, sogno un mondo in cui nessuno si senta braccato dallo sguardo di qualcun altro.

anche mio figlio indosserà cappellini di felpa con le orecchie da gatto, o da orso. l’ho proprio visto, stamattina, una premonizione, un barattolino dall’andatura incerta vestito come in dr.slump&arale. magari però dovrei iniziare a comprarli da ora: tempo che trovo un coautore e finalizzo il progetto, saranno già passati di moda da mo’…

sono tornata da bologna con la valigia piena. di lucine, muri rosso mattone, fotografie, gatti rossi, caipiroska, musica riverberante nella testa, binari di treno e cavi elettrici, elfi, mirò, faccine, indirizzi email. quando ho aperto il borsone è saltato tutto fuori rimbalzando qua e là per la stanza col frastuono gioioso di un sacchetto di biglie che si rovescia per terra.
il microuniverso che avevo lasciato quaggiù, lo ritrovo intatto e bello. caldo, familiare, rassicurante nell’essere così profondamente mio con tutti i suoi angoli sbeccati e tutte le sue sbavature e imperfezioni. ci sono cose che non riesco a raccontare, a descrivere, a rendere con la forza e lo splendore che hanno presso di me. e paradossalmente sono proprio quelle che legittimano la mia esistenza al mondo. il mio sentirmi salda e forte laddove altri si sentirebbero in estremo pericolo.
non sempre è necessario capire. a volte è sufficiente sapere.

sei minuti a bologna centrale. viaggio con una valigia leggera, e scarpe pesanti, dentro un treno veloce dai sedili di uno strano marroncino vintage. viaggio senza pesi da scrollarmi di dosso, una volta tanto, senza mali da cercare di (e non riuscire a) guarire, senza catarsi da compiere. viaggio carica di voglia di vita, e col sorriso sulle labbra. e intrisa, fra l’altro, dei suoni di un’altra anima. mi sento bene.
due minuti a bologna centrale.

io ad esempio non sopporto chi sale in metropolitana esitante, guardandosi intorno spaurito come se entrasse in un locale da solo. famo che entri e ti levi dal cazzo così fai salire anche gli altri, e ti intimidisci con comodo dopo, da una parte.
invece di contro non sopporto chi, con tutto lo spazio a disposizione, ti chiede "scende?" solo perché sei appoggiata all’angolino della porta, e ti costringe a levarti le cuffie per rispondere (che no, non scendi, e comunque ci passa).
poi non sopporto chi prende la free press e dopo averla (avidamente) letta la molla in giro, per terra, a rotolar giù per le scale mobili, o peggio appoggiata sui sedili, che la devi spostare per sederti, e io la schifo a morte, pur essendo consapevole che è solo carta tocchicciata da un tot di persone, e allora dovrei schifare anche i soldi per esempio, mentre invece insomma non mi pare.
non sopporto chi mi guarda il seno come se fossi un fenomeno da circo. non sopporto chi mi guarda, in generale, a vario titolo, come se fossi un fenomeno da circo.
non sopporto i miei colleghi quando gli viene la stupidera da seconda media. non sopporto la stupidera da seconda media.
poi non sopporto più che in questo paese si facciano le campagne elettorali, e anche il resto della politica se è per quello, come le pubblicità dei telefonini. a colpi di slogan, gherrandosela tra chi è più bello, chi è più figo, chi ha la battuta più pronta. come ad amici o al grande fratello, come per eleggere miss italia o votare il disco per l’estate.
non sopporto chi mi citofona a casa la domenica mattina, non sopporto mia madre quando mi chiama per parlarmi di mia sorella (costringendomi a riparare dietro un muro di "boh, non lo so", che tanto i fatti di mia sorella non glieli racconto certo io), non sopporto quelli che pur di non fermarsi due secondi rischiano di investirti sulle strisce, non sopporto chiacchierare la mattina presto prima di aver mangiato.
e no, non sono di malumore, ho solo sentito alla radio che parlavano delle micro-intolleranze quotidiane e ho pensato che era tanto che non facevo un elenco aggiornato delle mie.
(invece, ho fatto un sogno pervaso di una felicità sottile, impalpabile, volatile come zucchero al velo, e mi sono svegliata con la mente piena di stelline.)

c’è un freddo tagliente, e luna quasi piena. sabato scorso sarebbe stato un buon momento per tagliarmi i capelli. o forse no, non riesco a decidermi. li vorrei corti sulla nuca ma non riesco a rinunciare all’immagine di una futura me stessa coi (troppi) capelli sciolti sulla schiena. vorrei la donna morbida dall’aria dolce ma non riesco a rinunciare alla ragazzina col collo scoperto e le orecchie costellate di scortesi punte metalliche.
[passo indietro.]
andrea diceva che manca ancora solo qualche petalo. forse è di questo che si tratta. ma forse, qualche petalo poi manca sempre.
[passo indietro.]
le statistiche mi fanno male. dovrei smettere di guardarle. così smetterei di chiedermi cos’è che va a cercare, la gente, rileggendosi post vecchi di mesi. e non post a caso, ma proprio *determinati* post. no referral, direct url. proprio quelli, precisi, senza passare dall’home page. e smetterei di disseppellirli, certi post, e di disseppellire le sensazioni che si portano dietro. [era la prima volta da mesi che non mi sentivo sola, ed era sbagliato.] chissà cosa pensate di trovarci, lì dentro. sappiate che se mi contattate direttamente io vi racconto tutto, sono stupida io, racconto le cose, penso sempre che possa farmi bene. quello che non troverete in ogni caso è il dolore che per qualche attimo torna alla luce. ché i petali che ancora devono aprirsi contengono anche questo, l’impossibilità a passarci sopra. a digerire i gesti leggeri dei vari signor tentenna pensando soltanto, con un serafico sorriso sulle labbra, che in fondo la vita ha sempre la sua paga per tutti, e che in fondo ognuno di noi lo sa benissimo e – in fondo – se la sceglie.
[passo indietro.]
dice valentina di avermi vista sull’autobus stamattina. sull’autobus dei ragazzi che andavano al liceo, là poco distante da dove andavamo noi. dice che c’eravamo un pò tutti, e anche io che mi temperavo le dita con i denti. e nel frattempo però, io le unghie non me le mangio più.
[passo indietro.]
tranne qualche volta.
[passo indietro.]
quanto abbiamo camminato.
non sembrava mica così lunga, questa strada.

è l’una e cinquantasei, l’una e cinquantasei di un venerdì di nullafacenza che precede di poco un sabato di nullafacenza che precederà una domenica ancor più di nullafacenza e io mi sento come se avessi passato la serata in una compagnia forzata e sgradita (no, daniele, non la tua) di cui peraltro non riesco a liberarmi e da cui non riesco a cavare niente di minimamente utile tranne qualche raro accenno a noi ma nulla che si evinca con sufficiente chiarezza e questo è anche un pò snervante e a me vengono i travasi di bile così, e il sangue alla testa, eppure sono io che ho cercato e allora che cazzo cerco se poi mi devono venire i travasi di bile. uff. qualcuno mi ricorda com’è che si fa a respirare?

non vorrei sembrare monotematica, ma magari non tutti seguono il mio tumblr, allora segnalo anche qui. io, ho firmato. la situazione non è delle più rosee già da tempo, ma adesso davvero, davvero, non se ne può più.

anziché andare al cinema da sola a farmi venire brutti pensieri sulla mia vita di merda in cui l’ultima chiamata in arrivo risale a giorni fa e gli ultimi sette messaggi sono di trenitalia (e mi sta andando anche di lusso), ho preso un giorno di ferie. che tutti avranno pensato che lo prendevo per trascorrere questo fantastico san valentino insieme a un qualche fantomatico fidanzato, mentre invece è stato un caso che abbia chiesto proprio oggi, e in ogni caso direi anche ‘sti gran cazzi, di quello che possono pensare di me questi tutti. ho fatto un saltino in X municipio tanto perché fa sempre allegria, ho camminato al sole, ho fatto qualche spiccio di shopping di cui parte ben riuscito e parte no, ho fatto cose che ci vogliono ogni tanto per essere indulgenti con se stessi. per staccare, appena un attimo, avere un momento di riposo. senza nessun pretesto, nessun motivo.
intanto il piccolo viaggio slitta di una settimana, e incombe un pò di scazzo. umpf.
ma il guerriero della luce, quando è scazzato e si sente solo, cosa fa?

qua metto un piccolo punto, e da qui ricomincio un pochino. nel bivio tra un gran casino e sfangarla, il pullmino della mia vita ha imboccato la strada sfangarla. non so quanto larga e quanto a sfioro del muretto, ma tant’è. qui tiro una riga col gesso. da qui ricomincio. e potrei chiederti ma allora, non mi pensi?, e a volte quando l’ora si fa molto tarda e il buio molto tetro me ne viene la tentazione. ma mi trattengo, perché non è il caso, due bambine a carico sono una cosa che merita rispetto e adesso basta casini, basta stupidaggini. e sarebbe comunque qualcosa di talmente incongruo. fuori asse, fuori baricentro. una domanda fatta per tristezza, un tè leggero al posto di un caffè bollente. e quest’evidenza risalta violenta ogni mattina alla luce del sole.
qui metto un punto. qui ricomincio. con un giorno di ferie e un piccolo viaggio.

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