Archive for gennaio, 2008

message in a bottle

un saluto riconoscente a quel volenteroso che, armato di santa pazienza, in questo momento si sta leggendo gli archivi del mio blog da luglio 2003 a salire. grazie davvero, tutto ciò mi lusinga moltissimo.
buona lettura.

son giorni mica facili, sapete. nonostante la banalità delle giornate, e i pochi avvenimenti, e la routine sempre apparentemente uguale, son giorni che cammino lungo i confini di pensieri molesti. giorni che sto in bilico tutto il giorno, fino a sera, finché stremata non appoggio la testa sul cuscino e crollo, le gambe pesanti, tese, il collo contratto. una volta ero capace di individuare i centri delle cose, e di parlarne. una volta ero convinta che comunque, nonostante tutto, le cose andassero *sempre* come dovevano andare, perché c’era alla base un disegno, solo che io, dal mio punto di vista a livello terra, non potevo vederlo – ma c’era, ero fiduciosa. oggi, vorrei che qualcuno mi convincesse ancora di questa cosa, perché allora sarei capace di scrollare le spalle e passare oltre e trovare un nuovo punto d’inizio.

ho sognato di avere una bambina. ma senza gravidanza, e senza parto, solo ritrovarmela così, tra capo e collo come ci si trova un gattino randagio che si incontra sulla strada e decide di seguirci. aveva due codine di riccioli biondi e occhi grandi e scuri come i miei. ed era alta due tappi e un barattolo e scappava. scappava veloce come un furetto per andare a nascondersi dentro a vicoli e cortili e portoni di altre case, e io non sapevo come tenerla con me e come rapportarmi a lei.

se un giorno dovessi avere un figlio (sì, lo so, sta diventando un tema ricorrente ma a una certa età la sensazione che un giorno, hai visto mai, possa succedere diventa stranamente reale, e allora meglio prendere due appunti per prepararsi) – se un giorno dovessi avere un figlio, dicevo, che per carità qualcuno mi ricordi di non scaricare mai me stessa su di lui. di non riversargli addosso le mie frustrazioni per quello che avrei voluto diventare e non sarò diventata (e già che ci siamo, che qualcuno mi ricordi anche di non diventare mai qualcosa che non voglio essere – e di non mancare mai a me stessa, e di non tradirmi). di non caricarlo di aspettative su come vorrei che lui fosse (tranne: libero. e felice), ma di guardare sempre a come realmente è, e curare e coccolare i frutti della sua anima come farei con la mia. che qualcuno, per pietà, mi scampi dal crescere una creatura infelice e impaurita che a trent’anni, al quinto giorno di lavoro nel normalissimo posto in cui l’hanno appena assunto e del quale non si sente all’altezza, si licenzi sopraffatto dagli attacchi di panico dopo aver perso cinque chili e rimesso ogni singolo boccone ingerito in una settimana. che qualcuno, per pietà, mi scampi dalla colpa di un fallimento del genere.

d* @ 00:30
a parte praticare la professione di pescatore di asterischi come vorresti fosse il tuo uomo ideale?
 
lapitzi [:: i got my feet on the ground and i don't go to sleep to dream || -43 ::] @ 00:30
dovrebbe essere una persona forte
è la prima cosa che mi viene in mente
una persona indipendente e su cui fare affidamento
e che mi dia un senso di protezione
poi, una persona che non si fa inutili scrupoli su ciò che stia bene esternare di sé
che dimostri affetto se sente affetto, che non calcoli le reazioni del prossimo a ogni sua mossa
almeno su un piano personale e affettivo
terzo, dovrebbe essere una persona capace di entusiasmarsi
una persona che gli brillino gli occhi di passione per qualcosa
uno che faccia le cose per (e con) convinzione
 
d* @ 00:34
perchè non pubblichi questo?

[fatto.]

[due anni fa rispondevo così. l'evoluzione della specie uomo-ideale-della-pitzi non procede a ritmi poi così vertiginosi. sarà buon segno?]

uno. ho notato che dormo male dal lunedì al venerdì. ma male una cosa terribile, con sogni convulsi e sveglia ogni mezz’ora a controllare che ora è. e sogno sempre di essere in ritardo. in ritardo di ore. e poi non so perché. non sono particolarmente stressata, né particolarmente sotto pressione, né altro. sono stanca, magari, quello sì. di contro, il venerdì sera e il sabato sera cado in una catalessi profonda. una cosa devastante, di quelle che ti svegli e sembra siano passati anni da quando ti sei addormentata.
due. però poi se ti svegli un sabato mattina ed esci per andarti a concedere una piega dal parrucchiere e ti fanno persino i capelli belli lisci come dici tu (sono molto manga), e c’è pure un bel sole e il quartiere che vive la sua mattina lento e sorridente, e a mezzogiorno hai già finito tutte le tue commissioni compreso ritirare i pantaloni nuovi dalla sarta, comprare l’occorrente per un bel carpaccio di pesce e passare in fumetteria a prendere il 7 l’8 e il 9 di nana collection, questo aiuta a smaltire tutta la tensione sottile di tutta la settimana e prepara bene per la settimana che viene.
tre. che poi la settimana che viene inizierà con qualcuno che non vedo da tanto tempo, e che sono infinitamente contenta di rivedere.
quattro. intanto mi suggeriscono che dovrei dividere il mio blog, e dar corpo a una parte scura e una parte chiara – una parte sfogo e una parte vetrina, cioè, in pratica. ché il blog è anche vetrina, dicono, e a me non sembra neanche un’idea malvagia, ora nel mio mood di cambiare e rielaborare e reinterpretare e riprogettare le cose, ma – sarei poi in grado di mettermi serenamente in vetrina? [uhmmm...] e riuscirei mai a decidere univocamente cosa va col bianco e cosa col nero, specie coi post-pastrocchio come questo? [uhmmm...]. poi penso a tumblr e a flickr e vorrei essere un pò dappertutto, e ho sempre questa stessa difficoltà a distinguere cosa va dove. aiuto.
cinque. e oggi mi hanno chiesto maggiori spiegazioni su questo post e non ho saputo spiegare. o meglio, spiegare sì ma non convincere. o meglio, non c’è neanche niente da convincere: è che non ho saputo comunicare. il centro di alcune cose, di alcune sensazioni, dello stato d’animo di queste settimane. il senso di un guardarsi dentro, ascoltarsi, prendere tra le mani tutto ciò che c’è e proteggerlo. il senso di ricchezza e di forza dell’accettarsi e dell’assecondarsi, del cedere a se stessi senza inutili domande su ciò che è giusto e ciò che non lo è – che tanto il criterio universale per stabilirlo non ce l’abbiamo mai.
sei. ed è che ultimamente mi trovo un pò a corto di parole, non so. mi sento imprecisa.

se ci fosse stato il post delle nove e mezzo, stamattina avrebbe parlato a denti stretti. di una mattina arrivata come una sassata perché ho dormito troppo poco, preso sonno dopo troppo tempo, perché mi son svegliata alle sei senza un motivo plausibile e ho sognato cose che neanche mi ricordo, ma ho la sensazione che fossero cose che so perfettamente anche da sveglia e che già da sveglia mi danno fastidio.
in camera mia ci sono i mostri. e le loro ali nere di pipistrello che volteggiano nel buio bisticciando coi bagliori pallidi dei fantasmi. e nel parallelepipedo di spazio racchiuso fra il letto e la finestra e la scrivania, ieri notte hanno messo in scena il loro circo lugubre mentre io a pancia in su nel letto morivo dalla voglia di un abbraccio.
e a volte vorrei sparire e ricominciare daccapo, tanto mi manca l’aria. ma è fuori questione, e magari non sarebbe nemmeno una soluzione.

c’è luna piena. il che vuol dire che ho tagliato i capelli in luna crescente. il che vuol dire che ricresceranno in fretta, e quindi, che potevo farli anche più corti. ma non importa, mi piacciono, così. sono molto manga. e io mi sento bella.
c’è luna piena, e io che sono astigmatica vedo il bordo doppio, e il cielo è blu di prussia, sfumato blu oltremare, sfumato viola. che chissà perché, il viola nelle scatole dei pastelli era sempre uno solo e senza nome, mentre i blu andavano rigorosamente in coppia. ho sempre molto solidarizzato, con il viola.
io, vinco premi che posso scegliere ma non riscuotere. ma che nessuno mi impedisce di indicare, e tant’è.
io, mi sento bella.

ma io sono pur sempre una bambina inquieta e allora mi impressiona molto il fatto che sulla quarta di copertina degli aforismi per bambine inquiete ci sia scritto che

ogni albero
ha il suo
frutto
impossibile.

e m’interrogo sul significato della parola impossibile e mi rigiro il suo suono tra le labbra e mi affascina a momenti sì (come il paranormale, come la magia, come il sogno, come l’ignoto, come quando si dice impossibile con un pò di tono drammatico per dire semplicemente molto difficile) e a momenti no (come quando impossibile vuol dire soltanto e semplicemente non-possibile, e ha lo stesso suono e lo stesso schiocco doloroso di uno schiaffo in pieno volto).
e m’impressiona che molti di quegli aforismi mi colpiscano e mi affondino, e mi tengano sul filo dello stesso doppio sentimento a seconda dell’interpretazione che ne do. e che io dia a tutto, nella vita, una doppia interpretazione, due significati opposti e contrastanti, e che continui a non trovare quasi mai il modo di sceglierne uno, o di farli scendere a compromessi. il significato del cuore non combacia mai con quello della testa. e tutte le cose che non so contribuiscono a far oscillare l’altalena.
poi però sono indiscutibilmente, univocamente e fermamente d’accordo con una cosa. e cioè che

l’albero
che culla
i suoi frutti
vive
in eterno.

anche quelli impossibili, sì. tutti quanti.

ho mal di pancia. mi sento malata e pesta. mi sento in trip da autocommiserazione, ed è terribile quando capita così. dovrei pulire la stanza e non ne ho voglia, attaccare una lavatrice e non ne ho voglia, preparare da mangiare per domani e figuriamoci, zero totale. lo farò, farò tutto, ottempererò anche al gravoso compito di – come ogni fine settimana – rimettere in ordine tutti i tassellini della mia anima in vista della settimana che viene. ora però ho bisogno di qualche altra ora di bozzolo. di coperte e forse un film o forse qualche pagina di fumetto o qualcuna dei libri arrivati ieri freschi freschi da ibs. edizioni la vita felice, dovranno pur essere in grado di coccolare un pò, no?

poi troviamo qualcuno che ci interessa e improvvisamente diventiamo dei personaggi assurdi. ciechi, sordi e irascibili. insicuri e malfidenti, gelosi di qualunque cosa si muova, respiri o perfino esista. sempre pronti a puntare il dito e a dire hah, ti sei comportato in questo e questo e quest’altro modo e mi hai mancato di rispetto, quando magari questo e quest’altro modo erano solo il modo di comportarsi naturale della persona che abbiamo di fronte, magari proprio quello per il quale ci è piaciuta tanto, all’inizio, da spingerci a sceglierla.
e il dramma è che lo facciamo tutti, perfino i più insospettabili, perfino quelli, a parole, di più ampie vedute; ci caschiamo tutti. e chi non lo fa si ritrova pieno di corna (ma anche chi lo fa, se è per questo), ed è uno schifo di mondo pieno di puttane redente e magnaccia gelosi, governato da piccole violenze psicologiche e sudditanze e sottomissioni, da paure convulse e pretese irragionevoli.
e a me le quasi-lacrime di una ragazza così gioiosa mi lasciano senza fiato, e con una morsa nello stomaco a pensare a quando ero io quella che si doveva giustificare e mettere le pezze a finali di serata così devastanti, a quando io ero quella sotto giudizio, perennemente al vaglio dei complessi requisiti morali e di comportamento che servivano per stare in equilibrio sul filo di una storia che faceva male ad ogni passo. e a quando ho giurato che non avrei mai più permesso che mi succedesse la stessa cosa.
[e ancora oggi, non ho potuto sperimentare se fossi o meno in grado di far fede al giuramento.]

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