Archive for dicembre, 2007

a volte, anche dire la verità – le cose-come-stanno – serve a spezzare il ritmo. il ritmo delle infinite domande senza risposta che cede a un’affermazione, unica e semplice. quello delle emozioni da incamerare e soffocare spezzato dall’esternare, dal buttar fuori, dal lasciar fluire. il nascondino delle mezze frasi, delle sensazioni, delle esitazioni rotto dal venir fuori allo scoperto. eccomi qua, tana libera tutti.
a me, il ritmo lo ha spezzato, e ora mi sento fuori dal flusso. come quando, imbottigliato in mezzo al traffico, trovi lo svincolo giusto per liberarti e te ne vai. e fai inversione, e la coda – ferma, immobile, nervosa e insofferente – la saluti da lontano. io, fluttuo beata in una corsia irrealmente libera, adesso.
per natale mi hanno regalato una stella cadente portatile. da lanciare, per esprimere un desiderio mentre cade. la lancio in aria, nella penombra arancione della stanza. esprimo il mio desiderio. che si avveri o no, non ha importanza, in fondo. l’importante è desiderare. col cuore, con l’anima calda, luminosa.
il terzo buon proposito per il nuovo anno è non smettere di desiderare. il quarto, non smettere di amare. il quinto: armata di piede di porco, scardinare i giochi e spezzare i ritmi, ogni volta che sarà possibile.

sono giorni di silenzio ovattato. nell’anima, nel cuore, una strana calma. come un lago immobile, aria senza vento. sono giorni di caldo e di torpore.
giorni che anziché pensare a raccontare me penso a cosa mi piacerebbe raccontarmi, e raccontare agli altri, di ciò che mi circonda.
il secondo buon proposito per il nuovo anno è trovare il centro di me. e proiettarlo lontano.

la vigilia di quest’anno è una tuscolana da cui a poco a poco la gente gocciola via per andare a cena. è luci, vetrine che si chiudono, rumore di generatori e vociare che a poco a poco scema e tace, confusione che si placa. come un affanno che passa e lascia spazio a un respiro lento, sereno.
io mi metto a tavola in una casa calda, soffusa di luce e d’affetto e pervasa di buoni profumi. io mi metto a tavola consapevole della mia fortuna.
pensando alle famiglie che non si riuniscono, e a quelle che si riuniscono ma hanno una spina nel cuore.
chi deve sapere sa. il mio abbraccio l’ho già mandato.
a tutti gli altri, un felice natale.

ho messo la playlist di natale. acceso le lucine dell’albero e delle stelline dell’ikea. c’è un gelo che fa male alle mani, ai piedi, alla faccia. luce bianchiccia fuori dalla finestra. e io oggi ho la lacrima facile ma non è niente di doloroso. niente di conflittuale.
ho sistemato la stanza, fatto tutti i pacchetti, mi manca solo la lettera per babbo natale.
e devo fare una corsa, se no faccio tardi come al solito all’appuntamento coll’amichetti.

sono in ferie. sono in ferie dall’una meno dieci di questa mattina. o se preferite, da appena preso posto al ristorante per il luculliano pranzo natalizio aziendale. o se preferite, da quando ho fatto il giro per salutare tutti, consegnato il mio regalo e varcato la soglia del cancello dell’ufficio. o da quando, rientrata finalmente a casa dopo l’interminabile attesa della fine del turno di mia sorella in pasticceria, ho dato i due giri di blocco alla porta e poggiato borse, pacchi e pacchetti e cappotti e sciarpe e riassaporato il tepore di casa.
io dico che sono in ferie esattamente dal momento in cui ho immerso gambe e braccia e tronco in acqua bollente. rilassato le membra, svuotato la testa, scaricato tensione dalle spalle, dal collo, dai polpacci. passato i miei dieci o quindici minuti a osservare la schiuma che si arrotolava su se stessa disegnando l’anticiclone delle azzorre come nelle previsioni del tempo in tv.
ho fatto pace con me stessa. con ogni parte, di me stessa, coi punti di luce e coi coni d’ombra, col sussurro tra i denti e col ringhio della belva. ho deposto la pretesa di correggermi ad ogni costo. e questo, è già un buon proposito per il nuovo anno.

svelato l’arcano.

il mio nuovo fidanzato si chiama billy.
(e la sua accetta era textur).

ho trovato quello che cercavo. una parte, delle cose che cercavo. la parte materiale, diciamo. quella immateriale è ancora latitante. o meglio, sfuggente. però quella parte lì, quei piccoli pezzi di materia, per tutto lo spirito e il cuore che ci ho messo a cercarli mi piacciono. mi sembra quasi brillino.
e poi basta, e poi fa freddo e c’è sonno e ci sono ancora le poche linee di febbre ogni tanto.
e io corro a letto.

quindi ho la febbre. una linea/due linee/tre linee, oscillante. se poi mi facesse la grazia di venirmi la mattina presto, per esempio, avrei modo di starmene a casa anziché andarmene in giro tutta stordita e sentirmi salire la temperatura durante il giorno quando devo lavorare. così, soltanto per esempio eh.
è che c’è un freddo maiale. e io non sono una da climi freddi, e non mi riscaldo neanche sotto cumuli di maglie, maglioni, sciarpe e cappelli e piumini e guanti e scarpe coi ponpon (che si sa, il ponpon aiuta). niente. mi surgelo, tremo tutta, e nessuno che si intenerisca, peraltro. e con ‘sto freddo me ne vado anche in giro a cercare regali – me ne mancano ormai soltanto tre. anzi, due e mezzo.
intanto mia sorella mi ha preso un regalo alto più di me. me x 1,2, circa. o me + gnappo seduto sulla testa, per dare l’idea. ecco: di qualunque cosa si tratti, e non riesco a capirlo (gli indizi sono: è in un certo senso vivo, mi serviva, è composto di due parti – l’altra parte ha su per giù la forma e le dimensioni di un’accetta), la conclusione è: se io sono fuori di testa, mia sorella è molto più fuori di testa di me.
nel frattempo io non trovo quello che volevo trovare. svariate cose, che volevo trovare. accidenti.

[...] invece ho scoperto che la scrittura, al contrario della musica e delle lingue e della scuola e della destrezza e delle altre cose, riscatta, e in un modo tutto particolare. per esempio, una persona che nessuno ama nella realtà puoi farla amare tantissimo se la trasformi in un personaggio. così ho scritto di gente non amata e sfortunata, e ho sperato che avesse fortuna e amore almeno presso i lettori. nel meraviglioso mondo dell’immaginazione. ma non si tratta soltanto di fantasia. ciò che racconto è in parte vero e in parte inventato, e le due cose si mescolano talmente che neppure io mi ricordo quel che ho inventato e quel che è reale e spesso mi capita di attribuire caratteristiche inventate alle persone e inizio a guardarle come personaggi e viceversa. sto su una sottile linea di confine, come un equilibrista, come quando si fanno quei giochi scaramantici tipo: "se riesco a camminare esattamente lungo questa fila di mattonelle…"
non solo per questo mi piace scrivere. scrivere è la tana che mi porto sempre dietro. quando mi immagino dentro a una situazione o in un posto di disagio, o in preda a una crisi di panico, penso che però potrei sempre tirar fuori il mio quaderno di appunti e rintanarmi nell’altro mondo, e là starei bene. [...]

notizie dagli esteri.

il mio libraio di fiducia mi ha chiesto cosa c’e’ da pensare tanto nel fare un regalo. che siamo sette miliardi di persone diverse, con opinioni e percezioni diverse, e invece un oggetto non cambia, quello e’ e quello rimane. gli ho detto si’, pero’ bisogna stare attenti perche’ un oggetto e’ sempre anche il vettore di un messaggio. mi ha detto certo, non ho negato questo; ma noi pensiamo troppo e osserviamo troppo poco. come ci siamo ridotti cosi’? [a capo;] invece un tizio l’altra sera – un tizio dall’aspetto molto poco credibile, ma io purtroppo la gente che mi parla di me la ascolto tutta – mi chiedeva quante storie ho avuto, e (a parte che farisca) quando non ho saputo dirglielo, sia perche’ ho smesso da mo’ di contare i fidanzati, sia per la difficolta’ di distinguere tra storie e non-storie e contatti e cose ufficiali e ufficiose e scamuffe, mi ha detto che “a vedermi non si direbbe”. che vabe’, e’ un po’ come dire che ho la faccia di una che non scopa e quindi hai gia’ fatto mille punti-carineria, ma non e’ questo l’importante. e’ che di contro mi diceva che ho gli occhi da guerriera. e io mi sono chiesta, com’e’ che ci siamo ridotti cosi’ (che *mi sono*, ridotta cosi’)?. quand’e’ che, anziche’ diventare una qualunque altra cosa delle tante che potevo diventare, sono diventata una guerriera? e chi e’, che mi ha dichiarato guerra – che poi e’ piu’ guerriglia, piazza la bomba e scappa? che io ero una bimba tanto pacifica, e ora dalla trincea sembra che non riesca ad uscire piu’. [a capo;] e fabio dice che se sto cosi’ stomacata e annoiata dovrei partire. andarmene, tipo all’estero. mi ha chiesto pensaci, che cos’e’ che lasci? ed e’ venuto fuori un elenco di quattro-cinque cose. e mi e’ sembrato di avere una vita talmente piccola, anche se l’idea di lasciarla senza sapere per cosa mi fa paura e non riesce a convincermi. [a capo;] e a volte mi sento come se la mia vita, la mia anima, fossero un cassetto frugato malamente e buttato all’aria e in cui non si riesce piu’ a trovare un ordine.

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