Archive for novembre, 2007

questo tempo non aiuta. questo tempo rallenta, scioglie tutto in un brodino sporco e fetido, questo tempo tira fuori le lacrime. quelle stupide, senza motivi, quelle per tutto quello che non c’e', che non aspetta a casa. questo tempo tira mazzate alla nuca. uccide ogni voglia di lottare e di attaccare, ti lascia a mani alzate ad arrenderti all’inedia. a desiderare solo una cioccolata calda, grey’s anatomy e di non alzarti piu’ dal letto fino a domani mattina. e ti inzuppa, fino al midollo, di tristezza e di mancanza. ti fa perdere i riferimenti visivi. perdere di vista la terra in questo mare di cose avvilenti. un cellulare che potresti anche buttare al cesso perche’ non squilla mai. un letto vuoto, troppo tempo da far passare. e da troppo tempo nessun abbraccio, nessuna carezza, nessuno sguardo che ti dica che sei tu. una volta tanto, la scelta giusta. una volta tanto, qualcosa su cui scommettere una monetina. questo tempo e’ una pioggia di domande che continuano a non avere risposta. e un senso di solitudine che continua a espandersi come una macchia d’umido.

il dramma (*un* dramma) è che oggi non ho con me il mio lettore. il che vuol dire che non ho neanche le cuffie. il che vuol dire che mi tocca sentirmi il 100% delle stronzate prodotte qui nello stanzone degli orrori. coretti e battute alla american pie e musica discutibile e siparietti vari di dubbio gusto e alto tasso di fastidiosità.
il dramma (*l’altro* dramma) è che ho il fondato sospetto di non averlo semplicemente lasciato a casa, ma di averlo proprio perso. per strada. per la precisione, potrebbe essere stato sulle scale d’ingresso della metro lucio sestio, lato ponzio cominio – mentre tiravo fuori la tessera dalla tasca della borsa dove, sono convinta, lo avevo riposto ieri sera. complimenti a chi lo trova, nel caso: ci sono dentro delle belle cosine, a mio parere, e lui stesso, il sassetto, è un lettorino onesto, con una sua dignità. ma per me questo significherebbe il protrarsi del dramma odierno per giorni e giorni e giorni, finché non avrò ricomprato almeno le cuffie.
siate solidali con me, è un momento difficile.

uno. quando mi vedevo con carlo, ogni volta il suo profumo mi rimaneva attaccato ai vestiti. e sul cappotto, e sulle lenzuola, e persino sulla pelle. oggi, inspiegabilmente, ho preso il maglione giallo senape da un mucchio di roba che stava su una sedia e aveva esattamente quel profumo. naturalmente, diversamente da quanto avevo pensato di fare, domani non lo metto più.
due. sogno ricorrentemente di fare una cosa. e muoio dalla voglia di farla. e lo so che non è opportuno farla, ma io muoio comunque dalla voglia.
tre. chiacchierando con le persone giuste davanti a un tè arancia e cannella e a un soufflé al cioccolato si perde il senso del tempo e fa sempre piacere perderlo.
quattro. è ufficiale: questo scrittore qui scrive in una maniera deliziosa, e anche il secondo libro sembra essere una perla. e quella di questo qui (seguite il link hear more) è la colonna sonora perfetta per leggere.
cinque. programmi per il futuro: enzimi. magari con tamara, o magari con gianma, o tutti e due. magari venerdì sera, o magari sabato. o tutti e due. chi viene con me?

tengo le orecchie chiuse per undici ore al giorno. minuto piu’, minuto meno. musica in cuffia e non sento piu’ niente al di fuori di quello che scelgo io. mi parlano e non sento. fanno rumore e non sento. in effetti si puo’ dire che lavori in una stanza da sola. il fatto che le pareti siano inesistenti ha poca importanza.
alle sette di sera passa il controllore a verificare. alloora, mi fa con la sua cadenza cantilenante e i finali delle parole che svirgolano verso su, tuuutt’appostoo? problemii? no, signora guardia, nessun problema, tutt’apposto, e che ti dico? che sono allergica alla stupidita’ ostentata dilagante e all’esibizionismo? non mi pare carino. che mi pesa stare a sentire la semplicioneria dei discorsi seri da tg-com, il senso critico da statistica cotta e mangiata? nemmeno. che non sopporto nessuno di voi per piu’ di quaranta secondi di fila? figuriamoci! siete il microcosmo perfetto, la ricostruzione in scala fedele di tutto quello che non sopporto su scala nazionale (nazionale a voler essere fiduciosi). e se prima, sparpagliati in varie stanze, la cosa era sotto controllo, ora tutti insieme non vi s’affronta. ma questo e’ un problema mio, ed e’ anche un problema che sarebbe opportuno guardare in faccia, in effetti. pero’ certo non raccontandolo a te, signora guardia, e che ci puoi fare se siete una gabbia di scimmie urlatrici.
[nel frattempo, al terzo-quarto ascolto e' sbocciato l'ammore per l'eclissi. non avevo dubbi che sarebbe successo.]

autopsicanalisi – parte I

quando avevo 13 anni cambiai casa. uno dei miei infiniti traslochi (se ne contano una ventina in tutto), ma non uno come tutti gli altri: *il* trasloco, il principe di tutti, perché oltre a cambiar casa cambiai città. la mia famiglia mi prese e mi spostò di peso insieme a lei una cinquantina di chilometri più in là. che cinquanta chilometri, per una ragazzina di tredici anni, ovviamente senza un mezzo di locomozione proprio e coi limiti del trasporto pubblico del basso sulcis, sono una distanza insormontabile. una cosa che tornare per qualche giorno al vecchio paese a trovare tamara diventava una gita, come quelle che oggi mi portano a bologna o a bari o di tanto in tanto a vedere i miei.
al paese vecchio lasciai la scuola, i pochi amici, gli occhi di un ragazzetto che mi faceva stringere lo stomaco e una cesta di belle speranze di una crescita serena e lineare. al paese nuovo trovai un primo giorno di scuola con la pioggia, un programma di fisica di due anni da recuperare in tre mesi, e la brutta sorpresa di un ambiente sociale chiuso, dove frequentare persone nuove diventò subito un’impresa impossibile. al mio arrivo in città, i gruppi erano già formati, fissi e immodificabili. funzionava che la gente del liceo usciva con gli amici delle medie. che a loro volta si frequentavano dalle elementari. che poi erano tutti dello stesso vicinato. e molti dei gruppi che uscivano insieme durante il liceo, e le medie e le elementari e la scuola materna e il nido, li vedi in giro insieme ancora oggi, senza apparenti nuovi acquisti, come se fosse semplicemente un destino a cui non si sfugge.
io passai gli ultimi tre anni di scuole superiori in una specie di isolamento a singhiozzo. ogni tanto, quando sentivo il bisogno di un pò di vita, cedevo alle insistenze di qualche compagna di classe che si sentiva particolarmente buona, o della mindy che mi voleva effettivamente bene, e uscivo la sera insieme a loro. in piazza a far le vasche come tutta la gioventù del paese che si radunava ogni sera alla stessa ora. quelle volte lì rientravo a casa talmente avvilita e arrabbiata che dal giorno dopo mi tappavo in casa per un tempo variabile tra le tre settimane e i due mesi, quando mi veniva di nuovo voglia di boccheggiare fuori dal pelo dell’acqua. durante quei tre anni, le comitive delle mie compagne di classe buone (quelle che uscivano insieme già alle medie, alle elementari ecc. ecc.) mi venivano presentate ogni singola volta che uscivo in piazza con loro. ogni santa volta, queste persone facevano finta di non avermi mai conosciuta. mi stringevano la mano, si (ri)presentavano, passavano il resto della serata senza rivolgermi neanche un’altra mezza parola. a tutt’oggi, quando torno e le incrocio per le strade del paese, queste persone mi guardano e mi riconoscono (sì, la gente al paese mio ha una memoria mooooolto lunga, non immaginate quanto, e molte poche cose serie con cui tenerla impegnata), e non gli esce di bocca neanche un ciao.
io, quel trasloco forzato e quei tre anni di isolamento a singhiozzo non ho mai smesso di riviverli. se penso alla mia città, non mi riesce di immaginarla illuminata. la visualizzo sempre con una luce cupa, un eterno inverno-sette-di-sera. con le foglie degli eucalipti scosse dal vento osservate da dietro i vetri della finestra di cucina, mentre impiegavo il tempo in infiniiiiite e variegate merende, o mentre scrivevo i miei infiniiiiiti quaderni colorati e ingrassavo e prendevo tutte le brutte abitudini dell’anima che non mi hanno mai più abbandonata.
e poi è normale che da lì appena possibile sia scappata. e poi da allora è sempre stato così. io non ho passato, non ho radici, non ho rete di sicurezza al di fuori della mia famiglia e di tamara. e da quando avevo tredici anni c’è questa specie di costante che sembra una maledizione: io arrivo sempre un attimo (mesi, anni, una vita) dopo. arrivo quando tutto è deciso e formato, quando i posti sono già presi, occupati da chi sta lì da prima. questione di anzianità, di punti in graduatoria, una specie di collocamento dei sentimenti e dei legami. io il mio punteggio l’ho azzerato ogni volta che qualcosa mi è scivolato via dalle mani. e le cose mi sono sempre scivolate via dalle mani perché io arrivavo dopo e non c’era più spazio e dovevo per forza mollare la presa e cambiare aria. un circolo vizioso che non riesco mai a spezzare.

avevo voglia di scappare dalle cinque di questo pomeriggio. di staccare il cervello e andarmi a immergere nell’umido della sera, tra luci e rumori e musica e parole e profumi. ho soglie di concentrazione sempre più basse e fragili. basta un soffio per distrarmi, bloccarmi, portarmi via da quello in cui sono impegnata. come quando da piccola perdevo valanghe di tempo disegnando bamboline sui margini del sussidiario, e ci mettevo ore per studiare una pagina perché nel frattempo costruivo i miei castelli immaginari.
e per esempio anche adesso. mi sono messa a scrivere e tempo trenta secondi non so più dove dovevo arrivare. sono stata distratta dal mio libro nuovo, dal profumo di biscotti al burro che mi è rimasto sulle mani dal mio giro da lush, dal plugin di last.fm, dalle bollette del condominio, da parole che premono per uscire da altre parti e che non so decidere se sia giusto o meno far arrivare a destinazione. dalle cose che da giorni mi dico che devo aggiungere alla mia wishlist e poi mi dimentico sempre. dal poster che è caduto in corridoio, dalle figure del libretto de l’eclissi, dal mio stomaco che inizia a reclamare una tazza di latte, dall’attenzione che ci vuole già solo a stilare quest’elenco.
mi trovo inconcludente. faccio stupidi giri a forma di otto intorno a tutte le cose che non posso dire, a quelle a cui è meglio non pensare, a quelle che vorrei avere e non posso avere. e non arriverò da nessuna parte così, ma mi viene da pensare a chi diceva che il modo più veloce di arrivare non è andare ma diffondere, e allora continuo a danzare, e prima o poi avrò le mie risposte. la mia chiave di lettura. e il mio posto nel cuore delle cose.

uno. questo papa ha l’aria di un funzionario. uno che sta lì a svolgere un compito e nulla di più. non emana calore, non emana carisma, non emana ispirazione, niente. un impiegato. a me non piace, al di là del mio essere più o meno cattolica. non mi emoziona. la piazza sì, invece, lei emoziona sempre. i suoi muri, le sue pietre, la sua distesa immensa, il colonnato sotto cui riparare dalla pioggia improvvisa che fa brillare tutto. ecco. io mi sento in empatia coi muri e le pietre e completamente su un altro pianeta rispetto alle folle celebranti. e sarà la mia dimensione particolarmente privata della religiosità, ma mi chiedo che senso abbia una religione armata di striscioni come un qualunque tifo. militiae christi, nella guerra contro cosa? l’immacolata vincerà (giuro, so che sembra un’invenzione ma l’ho visto davvero!), ma in che partita?, in casa o in trasferta? ditemi, sono solo io che penso che se si è tanto convinti la si dovrebbe prendere un tantino più seriamente di così?…
due. contro ogni resistenza e ostruzionismo, quest’anno ho un albero di natale. privato, personale, piazzato chiatto chiatto in fondo al corridoio, tra la cucina e il bagno, e già acceso e operativo anche se ancora mancano due settimane all’immacolata e non si dovrebbe. (ecco, come volevasi dimostrare: becero consumismo batte immacolata 1-0.) è un bell’albero, piccolino, educato, con le lucine rosse molto chic, le palline piccole piccole argentate e bianco panna e i ghiaccioli di vetro che sbrilluccicano rosso di riflesso. come puntale, un fiocco di iuta bordeaux e un ancoraggio per contrastare le forze del male e quelle della gravità, tutte concentrate in un unico peloso essere con le unghie lunghe e una grande passione per le cose che pendono. speriamo regga. intanto fa molta atmosfera.
tre. incidentalmente, per una serie di motivi che non sto qui a spiegarvi, non sono più biondazza, bensì castanazza scura. non l’avevo previsto e ci devo ancora un pò (ri)fare l’occhio, ma per fortuna io mi piaccio di più coi capelli scuri che chiari, quindi riaffronto l’esperimento abbastanza di buon grado.
e quattro. faccio sogni che non dovrei. sogni che mi sveglio con sotto la lingua il sapore dolce di un desiderio e quello amaro di una mancanza. contemporaneamente. faccio sogni che non dovrei e che ho tentato in tutti i modi di scacciare ma non ne vogliono sapere. li cacci dalla porta e rientrano dalla finestra, è così da tempo ormai. ed è una cosa così disarmante che non so più cosa posso farci…

la sensazione è quella di un groppo alla gola, e una fitta alla nuca. come quando ti dimentichi di una qualche cosa gravissima, o ti accorgi di aver sbagliato o tralasciato qualcosa di fondamentale. o ti torna in mente qualche pensiero orrendo che per qualche ora eri riuscita a mettere da parte.
solo che a me succede senza che io sappia il perché. sì, mi riassalgono ogni tanto due o tre pensieri molesti che cercavo di metter via senza vederli più, ma niente con questa portata qui così devastante.
eppure era un fine settimana tranquillo, sereno. con una mamma e un papà che mi abitano in casa fino a lunedì pomeriggio, con tante lunghe ore di sonno da spendere, con giri per negozi tra le lucine intermittenti e niente di molto più impegnativo; invece no, all’improvviso, bum, groppo alla gola e fitta alla nuca. ecchenesò…
mi guardo i vicini del piano di sopra, giovane coppia carina e sorridente con cane che scodinzola e bimba di due mesi con occhioni e singhiozzo, e mi chiedo come si faccia ad essere così terribilmente belli, cosa bisogni aver fatto di così buono nella vita precedente perché il karma ti dedichi tanta indecente [apparente?] perfezione.
poi mi guardo la moglie del generale, qui alla porta di fronte, continuamente in lite col marito, me la guardo che scende per le scale tutta svanita e con una faccia distrutta, e penso che fa paura. ma è normale: la gente palesemente infelice fa paura. forse perché la si crede contagiosa, forse si ha paura che abbia una qualche specie di rara malattia per cui in realtà *non possa* essere felice. mentre a volte basterebbe un sorriso. una carezza, un attimo di tenerezza in più.

ad augurarmi la buona serata, oggi, c’e’ una manciata di parole che sentivo di dover dire ed ho detto. ma anche un mon cheri, e infine l’abbraccio di slancio di un ometto in cappotto nero, un ometto con occhi neri e tondi come bottoni. in testa, nel frattempo, continuo a palleggiarmi le immagini di barcellona. delle strade ampie inondate di luce, dei vicoli del barrio gotico, del mare. e di quella piazzetta minuscola che portava il mio nome di battesimo, con il libro abbandonato ai piedi della statua dietro al cancello della chiesa, e dentro il foglio degli appunti, che abbiamo pensato fosse un segno del destino e se solo fossimo riuscite a prenderlo l’avremmo senz’altro decifrato. da la’, tutto quello che c’e’ di qua sembrava immensamente lontano e irreale. perfino le beghe tutte italiane che ogni giorno ci assalgono dalla tv, gli omicidi irrisolti, i cowboy che sparano ad altezza d’uomo da un lato all’altro dell’autostrada, le uscite del caballero, come lo chiamano – ho scoperto – su euronews. avevo la sensazione che se fossi rimasta, avrei sentito la mancanza soltanto della lingua italiana e di un cappuccino come si deve. che e’ poi la stessa cosa che avevo pensato anche a londra. che forse pero’ e’ quello che si pensa in vacanza, a immaginare soltanto di vivere altrove, e invece quando torni e riabbracci certe persone capisci che non e’ esattamente cosi’. e forse i viaggi servono anche a quello: ad autoindursi un po’ di nostalgia per le cose buone che ci aspettano al ritorno, e ritrovarle piu’ colorate di prima.

sono discontinua e altalenante. chi mi conosce lo sa, lo dice: se non fossi cosi’ non sarei piu’ io. mi abbatto per poco, con poco mi risollevo. mi basta un diversivo, una novita’, qualcosa di bello nelle cui immagini tuffarmi e uscirne imbevuta e nuova. e’ una giornata asciutta qui, nella mia roma che mi riabbraccia, che mentre non c’ero ha gia’ iniziato ad adornarsi di lucine tremolanti. una giornata asciutta e fredda, metro ha anche oggi in prima pagina l’allarme del giorno, viaggiamo in ritardo di un paio di minuti e non faro’ in tempo a far colazione come dico io. e io ho nella testa manciate di parole che poi non so se diro’, e ascolto musica che stamattina non prevedevo di ascoltare. [:: e noi siamo quello che siamo _ ladri di parole d'amore _ anime poco impermeabili _ a bere questa pioggia che scende ::] respiro piano, faccio le scale di corsa.

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