che brutta sensazione. quella che la memoria ti scappi e si nasconda. la memoria a breve termine, quella che serve a ricordare parole, frasi, fatti recenti. ti si affacciano alla coscienza per un attimo e poi puf!, svaniti. un secondo dopo stai cercando senza successo di ricordarli. e un secondo dopo ancora, non ricordi cosa stavi cercando di ricordare. e sei inerme in balia delle sensazioni che non ti riesce di focalizzare. inerme e fluttuante, come una barchetta di carta trascinata dall’acqua piovana di cui sopra. || io ci inizio le giornate, cosi’. ultimamente, tutte le mattine il risveglio e’ incerto e smemorato come quelli di quando la sera prima hai bevuto troppo. che a riprendere il filo che hai interrotto la sera prima ci metti qualche interminabile decina di secondi. solo che io non ho bevuto troppo, anzi non ho bevuto e basta. forse dormo poco, e mi tratto male. forse non sorrido abbastanza. non lo so. || il fatto e’ che cosi’ ogni cosa sembra una fatica di ercole e uno scoglio insormontabile. e a stanchezza si aggiunge stanchezza in una spirale che non finisce piu’. || sono partita da quasi due ore e non mi riesce di prendere sonno, ad esempio. nel mio viaggio mi accompagnano, sui sedili al mio fianco, lamentina e scassapalle, madre e figlia ad alto tasso di fastidiosita’. meno male che almeno ho tina dico nel lettore. (dico? o dicko? o dickow?, non l’ho mica capito ancora…)
Archive for ottobre, 2007
piove tutto quello che può piovere. scrosci di vuoto, mancanza, nostalgia. di sentimenti liquidi che si insinuano sotto le porte, di freddo, di voglia di mani a carezzare il viso.
scoppiano tuoni che sono pugni nello stomaco, picchia il suono insistente delle gocce sui vetri, un attacco combinato a cui non c’è che da cedere. cedere e ascoltare. cedere e lasciarsi trascinare via.
lasciarsi portar via le forze, le parole, la ragione.
giù per le gronde, come acqua sporca caduta da un cielo impietoso.
ho fatto del mio letto un sandwich di plaid e trapunte. nonostante il sole di stamattina e di ieri, sì. ché non mi fregate a me, lo so che era solo un diversivo per nascondere l’arrivo della glaciazione. ma non mi avrete così facilmente!
il giorno che in questo condominio accenderanno i riscaldamenti sarò una donna finalmente realizzata.
è passato in un lampo, questo fine settimana. come non averlo vissuto, come aver saltato mille anni con uno schiocco di dita. strano, irreale. è passato per la maggior parte del tempo in una cucina, tra prezzemolo da tritare e olive da snocciolare e crostini da spalmare con un’intera collezione di cose buone; in compagnia di due bottiglie di vino e un dvd dei simpson e un lynch poco digeribile (e pensare che era anche il lynch *più* digeribile, rispetto al resto della produzione: non sono proprio all’altezza, sigh e sob); con un camino acceso e le solite facce amiche e le solite risate.
e domani si ricomincia daccapo ma, sarà che è una settimana corta, sarà che sono in partenza e già col cervello in modalità valigie, sarà quello che vogliamo pensare che sia, mi sembra di essere in un’altra dimensione. mi viene in mente supermario che finisce il percorso, fa l’ultimo salto per tirar giù la bandierina e – tururururuttuttù – schermo nero, punteggio che sale e via un altro livello. con altri mostri, ancora qualcuno di quelli vecchi, colori più acidi e un numero in più sulla riga in alto.
e oggi la mia serata odora di muffin, di melanzane, di detersivo all’orchidea. e finirà presto con qualche puntata di nana e un giusto sonno tra lenzuola fresche di bucato.
uno. cadere è un verbo che non mi piace (più). io, sono cresciutella per le ginocchia sbucciate. sono cresciutella per lasciarmi cadere, in un eterno gioco della fiducia che non va mai a finire come deve. le volte che l’ho fatto, a raccogliermi non c’era nessuno, e il mio culo è sempre atterrato su quei lastroni di cemento con dentro affogata la ghiaia. duri e accidentati. ecco. la nuova politica prevede che volontariamente non si cade più. che fino all’ultimo momento in cui questo sia possibile, si tiene l’equilibrio. e chi è impegnato a tenere l’equilibrio, si sa, non vuol essere toccato.
due. neanche riposare è un verbo appropriato. non si riposa negli alberghi. non si riposa negli ostelli per viandanti. non si riposa in casa degli altri. si riposa in casa propria. negli altri posti, semmai, si prende sonno per un pò, ma quando ci si sveglia il viaggio ricomincia un’altra volta, e con la testa più pesante di prima. io ora scelgo di non posare la testa, perché è inutile e dannoso per me. e anche quando ho sonno e mi lamento, vale la stessa scelta.
e tre. io di domande ora non ho bisogno, ne ho valanghe e valanghe già di mio, e continuo a produrne incessantemente. sono uno stato autarchico quanto a produzione di domande, ho fabbriche che funzionano a pieno ritmo, e in qualche caso le raffinerie producono anche qualche risposta a uso interno, che, vigendo come sappiamo la censura e il controllo autoritario dell’informazione, è sempre una risposta che va benissimo. in ogni caso, quanto a questo sono autosufficiente.
quattro. le mie eventuali difficoltà a mettere in fila i miei passi sulla mia strada (naturalmente, perché non hai una strada tua! vedi, tutte le strade qui sono strade della regina! – come direbbe lo stregatto, e come ogni bravo bambino sa, e come si può vedere qui intorno al minuto 3’10", volendo fare un ripasso) sono una questione tutta, soltanto ed esclusivamente mia. di queste eventuali difficoltà, eccetto che a me, io non rendo conto a nessuno. mi rifiuto categoricamente di farlo. perché a nessuno devo dimostrare il mio benessere se non a me. così se io qui, qui dentro che è casa mia, mi lamento di certe cose, o scrivo di aspetti cupi di me stessa, di cose fastidiose che ho agganciate in gola e che ho da sputare, allora a) non vuol dire che nella mia vita ci siano soltanto quelle, perché questo, qui, è un estratto di me ma non è il tutto, e b) nessuno si dovrebbe permettere di venire qui a puntarci sopra il dito ed etichettarle come difficoltà, perché non ne sa, fondamentalmente, niente di più di queste quattro parole che io spiaccico qua sopra, e perché – appunto – sono una faccenda mia e soltanto mia.
cinque. e a proposito, sempre perché questa è una parte e non il tutto, gli occhi neri erano quelli di carlo redivivo dopo mesi e mesi. ma neanche lui è una buona idea. i tre quarti abbondanti del genere umano, per un motivo o per un altro, in definitiva non sono una buona idea.
cioccolata calda, fondente. una nuvola di panna, a parte, da incorporare a poco a poco. chiacchiere con l’amica del cuore. e poi freddo su per le narici, il cappuccio tirato sulla nuca. oggi, le paranoie sono andate a dormire prima di me. avevano sonno, povere stelle, dopo giorni e giorni di superlavoro.
qui, la nuova politica è rispondere ai commenti. ma alcune volte, con alcuni, mi manca proprio la fantasia.
la serranda di qualcuno, chissaddove nel palazzo, fa un suono stridulo e liquido, simile a un cane che guaisce. mi sveglio in quel momento, quando il mio ignoto vicino fa entrare la luce in casa sua, anche se non so perche’. sono in piedi da piu’ di mezz’ora, ho gia’ fatto la doccia, mi sto guardando allo specchio. ho addosso una maglietta giallo uovo, con sul taschino un bottoncino rivestito di tessuto. si vede un pezzo del collo da sotto la felpa col cappuccio. sembra una tirata d’evidenziatore sotto il mio viso, come a dire: importante. mi sveglio e guardo l’ora e stringo le mani attorno a un qualche senso di concretezza che portero’ di fuori con me, oltre la porta che chiude le mie quattro mura. per strada, la gente gia’ si muove veloce. fuori sincrono, fuori dal tempo lento scandito dal piano di tori. all i ever wanted. all i ever needed.
la gente non regge gli sguardi. non sopporta essere osservata. dovremmo andare in giro tutti guardando per aria. fissando le crepe nei muri, le fughe tra le mattonelle dei marciapiedi, i cartelli di avvertimento. vietato sporgersi. pericolo, non appoggiarsi alle porte. la gente, quando la guardi, si indispettisce. ti guarda subito storto di rimando, come a dire cazzo vuoi.
e io magari ti sto osservando perché mi ricordi qualcuno che conosco. o perché mi piace il tuo abbigliamento, o mi colpisce un qualunque particolare che noto su di te. un taglio di capelli, un disegno
su una maglietta, una postura. o perché sto pensando che mi fanno girare i coglioni quelli che, come te, anziché abbracciare la compagna o tenerle una mano, la agganciano per un occhiello dello zaino (variante di quelli che la compagna la tengono per un gomito, o per la collottola come i gatti. lo fanno in tanti, sembra una pubblica attestazione di possesso. è brutto). comunque mi sforzo sempre di mantenere un’espressione neutra. cioè, di non sembrare una di quelle persone che ti fissano con aria di disapprovazione. perché con quelle mi indispettisco anch’io, e passo anch’io al riflesso "cazzo vuoi". ma a me piace osservare, e osservo quello che si muove e respira, perché è quello il motore della società. quello, non le crepe nei muri, non le fughe tra le mattonelle, non i cartelli di avvertimento. quello, purtroppo, ancora e nonostante tutto.
–
ho sognato una pubblicità di lush in tv. che è come dire un baluardo che cade. e mi ricordo che ci rimanevo male, ma commentavo che i prodotti erano buoni, perciò avrei continuato a comprarli comunque – e però peccato, perché mi piaceva molto quel valore aggiunto. un pò tipo quando ho scoperto che flux tv era un sottoprodotto fintoalternativo di mtv. che ho continuato a guardarla, sì però. ed ecco, il sì però è quanto di più amaro si possa assaggiare. sì però. sì però tutto qui odora di polvere, di chiuso, di muffa. di artificiale e di stantio.
nella mia vita, ciclicamente, interi mondi di cartapesta si materializzano sotto il mio sguardo meravigliato e credulo e poi crollano miseramente e all’improvviso. e credetemi, non sono io a volerlo. io mi limito a prenderne coscienza, sono solo quella che redige il verbale dopo i fatti. e farlo non è sempre semplice, ma purtroppo non lo posso evitare.
nella prossima vita, voglio nascere senz’anima.
talmente così – così stanca, scazzata, e tutto il resto – che non riesco neanche a dire quanto. che non riesco neanche a decidere cosa mi andrebbe di fare ora. se ho più fame, più sonno, più voglia di una boccata d’aria. o più voglia di rivedere davanti a un caffè un paio d’occhi neri che non vedo da un secolo. e non riesco nemmeno a decidere se sia una buona idea, e a che pro dovrei farlo. e se le cose, nella vita, devono tutte per forza avere un pro oppure qualcuna si può prendere anche così come viene. e nel secondo caso, se questa è una di quelle.
intanto basta che esca da quest’ufficio…