Archive for settembre, 2007

questo non è un Silenzio Ostinato. esse maiuscola, o maiuscola. è un silenzio-che-sto-pensando, invece. rimescolando, riassegnando i valori alle cose. cercando i dettagli di un possibile modo pratico di tener fede a quello che dice la pancia, in mezzo al chiasso generale.
nel frattempo non mi va di raccontare cos’ho fatto durante la giornata, o in serata, o cosa farò domani o altre cazzate così. non è interessante.

addictions

hanno cambiato la font delle domande di chi vuol esser milionario.
ehm…

ho fatto un sogno dove era buio. andavo su una bicicletta con un pedale da cui il piede scivolava fuori, in cui il rapporto tra moltiplica e rocchetto era pesantissimo. e io volevo correre, avevo fretta di recuperare cose che avevo perso per strada, ma una minima salita diventava ripidissima. le gambe di marmo, le ruote che non volevano girare. c’era un senso vago di tristezza. c’erano persone che si allontanavano in silenzio. io che nel mio giro intorno all’isolato non trovavo il palazzo splendido che mi era stato detto di cercare, ché valeva la pena visitarlo, ché era proprio lì a un paio di cento metri.
l’alba nel sogno non è mai arrivata. quando mi sono svegliata mi è sembrato di aver dormito settimane. sono andata a rileggere cose che avevo scritto  altrove tempo fa e, anche su questo, mi è sembrato di aver dormito mesi.
nel sogno, sarebbe bastato cambiare marcia.

il viaggio di stamattina è sembrato insolitamente lungo. la verità è che ho la nausea, e intorno, oggi, tutto odora tremendamente di polvere.

[in ordine sparso]
un mal di reni che mi ci viene da piangere. un passato di verdure, un sofficino e un aulin. una puntata di nana che non ci capisco più niente perché ne ho perse troppe; vedo se riesco a scaricarlo, ne farò il passatempo dell’inverno. una carezza sul collo e un brivido giù per la schiena. arretrati delle parole di frà. un messaggio carino. la bozza mentale del post sulle otto cose a caso, che penso e ripenso e non mi decido a scrivere.
dovrei buttarmi sotto le coperte. anzi, meglio: lo faccio.
[buonanotte]

che poi. che poi, e non mi stancherò mai di ripeterlo, non è che vorrei i problemi. non rivorrei neanche morta i musi lunghi e il dolore sordo di febbraio, la rabbia devastante di luglio. non passa giorno che non ringrazi qualche dio che neanche so bene (probabilmente quello della mia schizofrenia) per questo nuovo pseudoequilibrio che mi son ritrovata da un momento all’altro, per questa specie di stato di atarassia che peraltro mi lascia libera di godermi le cose che ho, e non è poco.
è solo che a volte mi sento intorpidita. come sedata. come se l’anima non scorresse abbastanza, come se cercassi e non trovassi, me compresa.
ma sto bene, comunque, e in maniera continuativa (danie’, tranquillo!). e questo periodo ha il sapore, dolce e sonnacchioso, di una lunghissima colazione a letto.

già che ci siamo, svegliatemi. facciamo un gioco. ho bisogno di un libro (e un personaggio), un film e un disco di cui innamorarmi. vanno bene anche vecchi, basta che non li conosco. le ultime (arcinote, ma io le ribadisco, così vi fate un’idea) scosse vere qua sono state l’arte del sogno, il gioco del mondo (e la maga), il dio delle piccole cose (e ammu, e i gemelli – inarrivabili), controllo del livello di rombo, la quinta stagione (sì, questo è recente, via). suggerite, su.

questo settembre è, davvero, incredibilmente poco molesto, se escludiamo il fatto che qualcuno mi abbia tirato un’influenza inusitatamente lunga (questioni di malocchio, senz’altro, ma niente di abbastanza avvincente).
è un settembre in cui i patemi d’animo vertono sulle maniche lunghe delle magliette, sull’aulin che esce fuori commercio, sulla musica nuova da ascoltare quando mi tappo le orecchie con le cuffie e, isolata acusticamente, guardo da molto lontano ciò che succede al di qua dell’acquario.
è un settembre che mi lascia tempo e spazio perfino per chiacchierare. raccontare diligentemente tutte le cose che mi succedono, ironizzare, riderci su di gusto. che non è che voglio le complicazioni, per carità, e qualcuno dice che questa tranquillità me la merito, che questo sorriso a fior di labbra l’ho pagato in anticipo. vero, non lo nego. me ne rendo conto come quando ci si rende conto che un bicchiere di camomilla col miele prima di andare a letto ci farà senz’altro bene, al sonno, alla gola, alla panza, a un sacco di cose.
ma.
ma non è interessante.
e non sono interessante io, che a volte sembro un pò un’anima in pena – silenziosa ma sempre in pena. io che ho sempre voglia di un morso, e le scosse non mi bastano mai.

a proposito di mode, poi qualcuno mi spiegherà per quale motivo quest’autunno non si usi la manica lunga. oppure succede tutti gli anni e io regolarmente salto la mezza stagione?
funziona così: tu entri nei negozi e trovi le stesse magliette dell’estate, ma virate di colore. marron anzichè gialle, diciamo. e forse un po’ più pesanti nel tessuto, ma comunque trascurabilmente. naturalmente siccome è autunno i prezzi sono da autunno, quindi ad esempio anziché costare dai 7 ai 15 euro la tua maglietta ne costerà dai 15 ai 25. così, tanto per attenersi all’atmosfera decadente dell’autunno.
poi, siccome è autunno, succederà che tu, donna spavalda ma pur sempre con un sistema immunitario di provenienza umana, ti cagherai dal freddo ad andare in giro con le trendy-maniche corte. ed ecco che dovrai ricorrere ad almeno un paio tra le infinità di coprispalla, pulloverini e cardigan esposti, ideati per coprire delle parti a caso del tuo corpo e fra queste, incidentalmente, i polsi. (la pancia no, ad esempio, la pancia di solito puoi pure mori’.) prezzo: tra i 12 e i 25 euro. per un totale dai 27 ai 50 euro, contro gli originari 10 della bella stagione.
a me, mi sembra un po’ un’inculata. un pò il meccanismo mil*ka lu*flée, per intenderci. bolle d’aria in mezzo al cioccolato, al prezzo del cioccolato.
naturalmente io che son testarda le mie 4 magliette a maniche lunghe le ho trovate, e vaffanculo.

periodicamente ho domeniche iperattive. tipo questa, questa è stata una domenica iperattiva in piena regola. che poi non lo sai da dove arrivino eh, succede all’improvviso, all’improvviso ti rendi conto che hai suddiviso giusta la giornata, mattina/pomeriggio che corrispondono a mattina e pomeriggio del resto del mondo, e che sono le tre e stai già uscendo, e prima di uscire hai anche già pulito camera corridoi cucina tutto. che detta così sembra stancante, e in effetti arrivata a quest’ora hai anche un discreto mal di reni, ma sai che soddisfazione quando rientri avere tutta la casa in ordine, tutto che profuma di pulito, e stenderti su un letto che non è in mezzo a un’esplosione atomica.
è stata domenica iperattiva e consumista, di shopping, pezzente ma pur sempre shopping. maglie a righe, maglioni giallo senape, calze, uno spazzolino nuovo, un libro. non voglio pensare a quanto ho speso, però è rigenerante…

sarà una questione di digestione se dopo una cena alla latteria del gatto nero sogno un gatto che mangia veleno per i topi e muore intossicato (con tanto di schizzetti di sangue sulla mia telecamera onirica)? eppure era tutto buonissimo. e poteva essere più pesante, devo dire, dato che mi sono addormentata solo a sprazzi e abbondantemente dopo il bivio della tenaglia gialla, dopo aver fatto il mio dovere e contribuito a scongiurare la deviazione per bracciano. (sono una pessima, pessima compagna di viaggio, e chiedo scusa a tutti coloro sui cui sedili ho ceduto alle lusinghe del sonno, ma come vedete ogni tanto mi ci impegno.)
calcata comunque fa sempre la sua porca figura. fanno sempre la loro porca figura le finestrelle delle casettine illuminate come in un libro di fiabe sugli gnomi, l’aria frizzante che ti entra su per le narici, lo strapiombo col rumore del fiume (sì, anche al buio, che la distesa di alberi su cui ti affacci te la puoi giusto immaginare), e il cielo anche, che io di cieli visti da così in alto e tanto nitidi mi stupisco sempre. quante stelle, non ci sono mica tutte queste stelle in città.
poi il cellulare che non prende, il vino rosso e il maiale con le mele, mia sorella che non vedevo da giorni (!), il buon vinz, la gatta nera e il fidanzato pezzato (e il gatto di coccio), il libro di foto di un egregio sconosciuto, una tavolata di gente con la spocchia, le risate finte. devo imparare a fare le risate finte, pare sia la moda di quest’inverno.
e io che ho dei nuovi capelli meravigliosamente anni ’70 (almeno fino alla prossima piega), e che mi sembra tutto così immensamente sereno e mio.

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