guardo christina aguilera su mtv e piango. non perché sia commovente, ma perché ho la febbre da avantieri sera e la lacrimazione è abbondante. il medico dice faringite, con episodi febbrili – che più che episodi a me sembrava tutto un lungometraggio anche parecchio lungo, ma va bè. due giorni di mutua, che come rientro è fantastico, davvero in grande stile. molto raffreddore, molto mal di gola, molto mal di testa. amen.
pretende di tenermi compagnia una tv insulsa in cui su 24 ore di palinsesto l’unica cosa in effetti guardabile è un’ora scarsa di fabio volo a parigi. poi lucarelli su raiclick. poi un pò di messenger, poi gnappo infermiere che si addormenta al mio fianco.
e poi mi mancano le forze fisiche anche per continuare a scrivere. ci dormo su, magari le ritrovo domani.
Archive for agosto, 2007
la mia cena di questa sera (a dieta dal rientro dalle ferie) è un fantastico passato di verdure scaldato al microonde e ravvivato da una manciata di mais fresco, un filo d’olio crudo e una spolverata di pepe. triste detto così, in realtà è un coccolarmi dimenticato da un pò. come contorno, tv, il mio letto, e una finestra aperta anche se ho mal di gola e cinque linee di febbre.
stento un pò a riprendere i ritmi, in questi giorni, ma mi scopro una forza rinnovata, un nocciolo piccolo ma caldo, giù, da qualche parte sotto lo sterno. una sorta di gusto nuovo per le cose, non so. o forse non nuovo, soltanto ritrovato, tirato fuori dagli armadi come un cappotto che era passato di moda.
e se ho passato la sera a decidere se mandare o meno un messaggio e poi non l’ho mandato, non è perché rifiuto di lasciarmi libera. è perché sto ancora cercando di capire se si tratta in fondo di qualcosa che voglio, o solo di curiosità. e nel secondo caso, se è davvero una buona idea.
che non ci ho poi gran voglia di scrivere alcunché. è stato un viaggio faticoso, con gnappo nettamente contrariato, che sbavacchiava e si lamentava nella sua gabbietta, povera stella. sono stanca. ho mal di tonsille.
dico soltanto che però è bello ritrovare casa. ritrovare l’aria, gli spazi, gli odori. e mia sorella che non vedevo da settimane. chiacchierare e sistemare le spezie e i tè sulle mensole. lamentarci dell’estate appena passata (che poi facciano 32 gradi ancora adesso è un dettaglio, per carità) mentre con largo anticipo ci prepariamo per l’inverno.
nel frattempo che non c’ero, è arrivato a casa il poster di collemcvoy, mentre lush mi ha mandato a casa il giornalino (fra un pochino siamo davvero alle lettere d’amore, sì). e prima di partire avevo lasciato la stanza in ordine, con le lenzuola pulite. che cosa meravigliosa. è come se tutto stesse aspettando me.
più d’uno sostiene che questo, è il vero capodanno. a momenti più vitali i buoni propositi, allora.
per ora, nanna.
un pipistrello con apertura alare di un metro e cinquanta aleggia sinistro sulla mia ultima serata di ferie. che si chiude governata da una desolante atmosfera di scazzo generalizzato. accidenti a quando decido (anche un pò giocoforza, a dire il vero) che sì, tre settimane di sardegna sono la vacanza perfetta. tre settimane di cui l’ultima subito dopo ferragosto, notisi, quindi il trionfo dell’inutilità metereologica (e per lo più anche sociale).
per l’anno prossimo, un appunto, ché così può essere che me lo ricordo: va sempre a finire così. ogni.santa.volta. e non si può far diventare tondo chi nasce quadrato. e se si potesse, io in ferie non ne avrei certo voglia.
la giara di gesturi è gialla, ho scoperto. (senti che bel suono, intanto. gg-gg-gg.) gialla mulino bianco, di campi di grano a perdita d’occhio che affogano paeselli bassi di pietra antica. quelli che vanno in vacanza a olbia aspettandosi la terra incontaminata (che sono poi, come genere, gli stessi che dipingono le rocce pensando di fare un regalo ai selvaggi) dovrebbero fare un giro qui – e ancora sarebbero lungi dal trovarla, ma troverebbero il silenzio, e il tempo. e potrebbero per esempio passeggiare tra i murales di villamar (contrasa a sa prepotentzia) e sarebbe tutta un’altra aria, decisamente.
io passo sul sedile di dietro di un’auto sotto la pioggia, un cielo color piombo e un’ultima fettina di tramonto. tra le mani lo strano caso del signor mesina. gli occhi che vagano lontano.
a volte il senso di straniamento di essere qui, provenire (più o meno) da qui e non saper che farci ha il sopravvento su tutto.
altre volte capita di non riempirsi di paranoie, lasciar solo scorrere il tempo e riuscire a trovare delle persone che riescono a fare un minimo di conversazione, fare due mezze risate, farsi perfino offrire un mirto e tutto sembra un pò meno grigio. un pò, dico. diciamo un warm gray 7 anziché un warm gray 8, via. allora quindici giorni di vacanza sembrano quasi accettabili (fermo restando il divorante desiderio di essere a barcellona, o in portogallo, in grecia, a londra, miami, un qualunque posto dove succeda qualcosa).
ho bisogno di nuovi confini, insomma.
nuovi confini per l’anima. ristabilire dove dimora, con chi interagisce, a che cosa si interessa. in che direzione si rivolge mentre cresce.
i grandi saggi direbbero solo lasciala libera (evvé, capo? mi sbaglio?). per me è estremamente difficile, ancora. devo lavorarci tanto, profonderci tante energie, ancora. ho davanti una strada lunga, tortuosa e in salita, perché certi scarabocchi acquistino un significato e un senso.
protagonista della giornata di oggi: il sonno a sprazzi (frazioni di qualche ora, come i neonati), per recuperare la tarda ora di ieri sera (o meglio, l’alba di stamattina). ma anche la strega di portobello. ma anche l’aria spettrale dei cuboni razionalisti che compongono la città di carbonia. l’arena del cinema all’aperto, saturno contro. la costellazione del cigno sopra la mia testa.
ieri sera ho rischiato di rimorchiare il figlio del beccamorto del paese. solo che magari no, grazie – uno perché è di questo paese, due perché assomiglia alla regina di cuori di disney e tre per altri mille e mille motivi. mia sorella però sarebbe stata fierissima di me, l’incarnazione di six feet under nella vita reale.
oggi invece sono stata svegliata dalla telefonata di uno sconosciuto che sostiene di conoscermi e di aver preso il caffè con me, anche se non ricorda per quale motivo ci siamo conosciuti. la sua voce impostata dice io lavoravo nei villaggi, facevo l’istruttore di vela, forse lì (che se ti impegni potresti visualizzare anche il riflesso di luce sul sorriso durbans da piacione); la mia voce impastata invece censura lo spontaneo madaddovecazzosaltifuori con una pioggia di punti di domanda e la semplice notazione ne dubito.
per il resto, ho in programma mercatini, altro mare anche se mi sono già abbastanza ustionata, qualche cena fuori coi miei, un paio di uscite con amiche che non vedo da un pò. una delle quali, riapprodata nella mia vita casualmente che più casualmente non si può, mi dice di aver voglia di cazzeggiare, ridere, suonare i campanelli [...], e allora come avere il cuore di dirle di no?
le cronache iglesienti continuano. vi aspettiamo alla prossima puntata.
la linea dell’orizzonte sulla strada per masua è una tirata di matita blu cobalto fatta col righello, immediatamente sopra un guizzo luminoso di azzurro più chiaro, sopra un mare che risfuma a scuro con un sospiro di meraviglia, verso la costa sotto e le scogliere ricoperte di macchia. sono tornata, non si fosse capito. ho azzerato i miei problemi di postura e i miei dolori alla cervicale – è appurato: dovrei proprio dormire senza cuscino – e ricaricato un pò le pile, pur senza grandi avvenimenti e niente che mi abbia cambiato la vita. cose come imparare a far la doccia centellinando tre minuti d’acqua calda e a camminare dalla doccia alla tenda senza imbarcare chili di terra con la punta delle ciabatte, trovare la pazienza di levarsi le scarpe ogni singola volta che si entra in tenda, svuotare le giornate da ogni programma che non sia assolutamente modificabile, servono a riportare tutto a zero. un control-alt-canc dell’anima, diciamo.
la settimana poteva andar meglio, certo, quella dell’anno scorso per esempio è stata più ricca, ma poco male. sono sempre stati i miei sette giorni di decompressione, e la compagnia della pitzicugina è sempre una garanzia. siamo tornate a casa con una nuova serie di dubbi-da-fugare (dovremmo tenere il quaderno però, perché tendiamo a dimenticarli prima di fugarli) e con una sporta di aneddoti risibili. che tutto sommato, è sempre una gran ricchezza.
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per chi tra queste pagine qualche giorno fa avesse cercato un nome: ssì. ecco. mi piacerebbe molto non parlarne più. non pensarci più. è una faccenda molto sgradevole, che mi ha ferita oltre quanto avrei dovuto consentire e non mi va di continuare ad averla ancora davanti agli occhi. quindi famo che tiriamo una bella riga (magari blu cobalto, come quella dell’orizzonte di queste mattine inondate di luce) e ricomincio da qui, eh? se c’è qualche domanda ed è qualcosa a cui posso rispondere, qua su in alto ci sono i miei contatti. però poi chiudo la scatola, dò un giro di nastro adesivo e non voglio più vederla.
è giornata di cose che aspetto e non arrivano. epporcavacca, mi verrebbe da dire, anzi, lo dico. ché sembra che tutto complotti contro di me e a favore di una forzata immobilità. comprese le poste italiane. compreso il mio fisico dal tempismo straordinario. compreso il maestrale che scuote le persiane e i telai delle zanzariere, che la casa dei miei genitori ci si lamenta tutto il santo giorno.
e vodafone mi informa che la sua vodafone-infinity-un-mese è finita, grazie e arrivederci. in contemporanea con la summer card di cui ormai non me ne faccio più niente. guardacaso, a non molta distanza da quando la sua promozione tenerezza-un-mese è finita, grazie e arrivederci (e come al solito, poi non ho mai i soldi per rinnovarle, ‘ste promozioni, o per acquistare le tariffe vere. peccato, sarebbe carino. la informiamo che le è appena stata attivata la tariffa tenerezza-per-sempre. grazie e buona fortuna).
sono sottilmente insoddisfatta. ho una pelle ancora non abbastanza calda, non abbastanza scura, non abbastanza liscia. e un umore non sufficientemente leggero.
ma stanotte cerchiamo di goderci la notte bianca di cagliari, e domani si (ri)parte. alla volta del cielo stellato della costa nord-est.
tu credi che io non sia destinata ad averne mai una, di casa? casa-e-non-parlo-di-mattoni? perché a me a volte sembra che sia così, e non è un’idea che mi piace. ché non mi mette in crisi la solitudine a livello logistico, non mi spaventa vivere da sola, seguire le mie cose, viaggiare da sola, decidere, fare e disfare e spostare. non mi spaventano le lampadine da cambiare, le valigie da trascinare, i filtri delle lavatrici da pulire, non mi spaventano le file negli uffici e i contratti d’affitto da firmare (avercene, magari). mi intristisce la mancanza di una carezza sul viso, però. di una spalla sul cui incavo appoggiare il naso, aspirando forte per sentire l’odore della pelle. non mi piace la mancanza di qualcuno che mi guardi con tenerezza anziché con diffidenza. non mi piace la cronica mancanza di abbracci, il telefono sempre muto, la buonanotte che non c’è mai. e odio l’assenza di attenzioni, e odio l’arido che scopro crescermi dentro e intorno al cuore.
e odio la rabbia di tutte le volte che piccole cose tenere sembrano materializzarsi come per incanto e invece spariscono un istante dopo così come sono arrivate, lasciando graffi a rapprendersi e lividi a diventar viola.
[il paese, a una cert'ora, diventa un mortorio. dopo l'una diventa una città fantasma. popolata solo di luci gialle dei lampioni, qualche derelitto come noi, insegne spente e porte chiuse. il paese conta trentamila abitanti scarsi ma quest'anno ha la sua ztl. il paese, io mi ci sento soffocare dopo appena due mezze giornate. ma io mi sento soffocare in generale, in effetti.]