la stanchezza di quando non hai niente di bello per cui essere stanca non è sostenibile. a differenza di quella di quando ti sei voluta stancare, ché quella ne vale la pena. che dici sì, sono distrutta, ma andava fatto, c’erano cose che non potevo perdermi. quando spariscono, ti sgonfi tutto d’un tratto. io quando ci penso mi sento le gambe di legno, ad esempio. e la testa dolorante, e gli occhi che si chiudono.
e vorrei buttarmi a letto e dormire dalle nove, e invece ho da iniziare le valigie, piegare la roba stesa, forse pulire. costretta alla veglia per un sacco d’altre ore, accidenti.
ho sognato gente malata, ieri notte. e persone che tornavano a parlarsi. e qualcuno che mi diceva che sì, sei/sette chili magari dovrei perderli. e in effetti [realtà] sì, sei/sette chili dovrei perderli.
cionondimeno, continuo a mangiare schifezze in preda a una trance nervosa che non mi lascia scelta.
Archive for luglio, 2007
sono uscita di casa a metà, stamattina. niente bracciali tintinnanti, niente lettore mp3, niente libro da leggere. come se qualcuno avesse deciso che dovevo per forza, tutto il tempo, essere presente a me e al resto del mondo, e che non avevo diritto a isolarmi o a distrarmi. così ho il sangue alle orecchie dopo che per tutto il giorno ho sentito le chiacchiere insulse di tutti, qualunque rumore, qualunque stronzata, full-time.
oltre ad avere la mandibola contratta per tutto il tempo che ho digrignato i denti e tenuto giù gli angoli delle mie labbra.
sono decisamente di malumore, ma vabbè.
era la prima volta da anni che non mi sentivo sola. come tutte le cose che tornano dalle ferie, rieccola più vigorosa che mai, invece.
era la prima volta da anni che non mi sentivo sola ed era sbagliato.
ho finito il libro. con una fitta in mezzo alla fronte subito dopo il punto dell’ultima parola, nel momento in cui quel fiume di lettere ha lasciato spazio dentro la testa per tutto il resto. ciondolo per casa senza effettivamente fare niente. niente pulizie, niente lavatrice, niente doccia, niente mangiare. devo uscire per andare a comprare il sacco a pelo e non me ne fotte niente. devo iniziare a pensare a cosa mettere nelle valigie e non me ne fotte niente. niente delle ultime commissioni prima di partire, niente neanche di partire, allo stato attuale delle cose. ho solo un senso di rigetto per tutto. tutte le cose che un attimo prima riescono a darmi un pizzico di gioia e un attimo dopo si ritraggono sdegnose, lasciando ogni dettaglio del contorno a perdere di significato.
voglio scendere, da questa barca di merda. sottrarmi a questo balla-balla spinto dal vento, a questa continua alternanza di pieni e vuoti che fa vomitare. non ne posso più, davvero.
mi sveglio in un inferno di caldo e silenzio. anzi no, peggio: caldo, silenzio e luce. che appena apro gli occhi una lama mi s’infila per entrambe le pupille, prima una e poi l’altra, e desidero di non essermi svegliata. [è qualcosa di simile a riemergere da un'apnea lunghissima. a quell'istante in cui, ancora sott'acqua di qualche centimetro, guardi su e la realtà è deformata e ondulata.] mi rendo conto di avere qualcuno seduto proprio sopra lo sterno. qualcuno di pesante che non accenna a scendere, e non scende neanche quando mi alzo, faccio il mio giro per casa, pipì e controllo chi c’è. mia sorella e l’allegra brigata di pasticceri sono andati al mare. sola con gnappo.
ho sognato, finalmente, e anziché sognare cose belle che consolassero ho sognato cose che mi tenessero semplicemente il cervello impegnato. ho sognato che andavo in giro a raccontare a tutti questa cosa che ho letto e che mi ha colpito molto. chiedendo a tutti, ma secondo te, perché lo fa? il come è più o meno spiegabile. questioni di biochimica, odori, concentrazioni di sostanze nell’aria. ma il perché? il perché di un gesto puramente altruista, che non ha niente di quella che dicono sia l’economia emotiva del gatto?
nessuno mi rispondeva.
così la cena mi è tornata su. e non è colpa né degli ingredienti, né del caldo, né tantomeno – figuriamoci! – della compagnia. nemmeno di lynch, che fra parentesi ci ha dato buca anche stavolta. chi deve sapere lo sa, di che cosa è colpa, e sa che il rigurgito viene automatico.
ho mal di testa. la strada per casa sembrava non finire mai. si suddivideva all’infinito, come la distanza tra achille e la tartaruga, come l’ultimo tortiglione nel piatto di oggi. io sono stanca, e non per il sonno perso.
sono stanca perché qualcuno vorrei me lo spiegasse, dov’è nascosto quel bastardo del regista in questa candid camera di merda. in questo giorno della marmotta che tutte le mattine ricomincia sempre uguale e tutte le sere finisce sempre uguale, e io non ho imparato mai una mazza. e sono stanca di tutte le parole buttate là alla leggera perché meno compromettenti di altre cose, stanca di doverle tutte le volte prendere e raggruppare da una parte e impacchettare per infilarle a forza in uno sgabuzzino dei sentimenti che ormai trabocca. mi avete rotto i coglioni, tutti. tutti. voi e le vostre seghe mentali. voi e i vostri giochi. voi e i vostri auguri del cazzo, ti auguro il meglio, voglio che tu sia felice. che in italiano vuol dire: sei tanto caruccia, ma vaffanculo lontano da me, che non mi riguardi. che non ho voglia che tu mi riguardi. e siete tutti uguali, tutti assolutamente uguali e fatti con lo stesso cazzo di stampino che sarebbe da fondere e riutilizzare per fare stampi per vibratori.
e sono stanca di essere sola, stanca di non avere niente. stanca di sapere che ogni volta, la strega ha ragione. che le parole che sento e i sentimenti che mi raccontano non sono per me. che sono rubati, di contrabbando, sottratti indebitamente a qualcuno che ne aveva diritto più di me, perché lì da prima di me, perché suoi per usucapione. però sono tanto carina. però mi merito il meglio. però, questa faccenda, a nessuno interessa. e vaffanculo.
da soli si sta male. da soli non c’è tepore e non c’è riparo. non ci sono sorrisi che non siano velati, mai. non c’è atto che non sia fine a se stesso, non c’è dolcezza, non c’è luce. c’è la libertà, ma è una libertà che tira da troppe parti e finisce per lacerare tutto. c’è che si diventa più vulnerabili ogni giorno, e ogni ferita inferta fa male un filino di più.
e io sono stanca, stanca, stanca.
caldo, umido e muffe sono stati curatori di strane raccolte letterarie, da queste parti.
manzoni si è unito a gibran e shakespeare a kafka, marziale figura accanto a poe e a pietro aretino, virginia woolf ha scelto l’appiccicosa compagnia di bulgakov, di leonardo da vinci e di un tale meyrink autore di non meglio precisati racconti agghiaccianti.
io e mia sorella ci siamo divise il tesoro del ripostiglio, saltato fuori ieri all’improvviso mentre controllavo che gnappo non avesse nascosto il sequestrato sopra l’armadio. a lei è andato il cofanetto delle storie di fantasmi, a me i racconti di natale di dickens. a me sun-tzu e l’arte della guerra, a lei il saggio di carcopino sulla vita quotidiana a roma. l’abbiamo visto un pò come una specie di risarcimento, questo ritrovamento a sorpresa, per il fatto di ospitare ancora a casa, dopo due anni (fra l’altro senza l’ombra di un contratto, diversamente da quanto promesso), svariati armadi e multiformi accumuli di averi del nostro sovversivo e assente padrone di casa. tanto figurati se verrà mai a cercare un mucchio di centopaginemillelire ingialliti dal tempo. per noi è una piccola biblioteca piovuta dal cielo, senza tessera e senza noleggio. urge libreria altrettanto low-profile (kilby di ikea sarebbe perfetta, ad esempio).
ma ora non è proprio il momento di andare a cercare librerie, che da qui alla partenza manca solo più una settimana, con in mezzo un unico weekend nel quale far carambolare tutte le commissioni che, mi sono resa conto, ancora ho da fare. sarà il solito turbine pre-partenza, e arriverò a venerdì senza neanche accorgermene.
meno sette, insomma. sono talmente stanca che sono felice.
[pss: pensa che strano. c'è meno distanza tra quei due posti, che fra i due di adesso. eppure. ecco, per questo non sono mica poi felicissima...]
estremamente è scappato di casa. o è stato portato via, o si è nascosto, non so, comunque è sparito. dal suo posticino sul letto, dove stava abitualmente, è scomparso da giorni, non so neanche esattamente quanti.
sono preoccupata. non so bene cosa pensare. può darsi che si sia sentito trascurato perché da quando è iniziato questo caldo infernale la notte non me lo abbraccio più. o perché diverse volte ho desiderato che al suo posto ci fosse qualcun altro, meno pezza e più carne e ossa. e che allora, preso dallo sconforto, se ne sia andato col sacco in spalla, alla ricerca di una nuova padrona che lo apprezzasse più di me. ma quello che non sa è che io lo amavo sinceramente.
la seconda ipotesi è quella di un sequestro di persona (vabbè, persona). questa ipotesi è più complicata da verificare. non ho ricevuto richieste di riscatto. tamara dice che secondo lei a breve ne riceverò una, con le lettere di fogli di giornali tagliate accuratamente da otto piccoli artigli (di gatto eunuco, qualora non si fosse capito). o che magari inizieranno ad arrivarmi le foto di estremamente davanti ai più famosi monumenti di tutto il mondo, come quelle del nano di amélie.
non so, io intanto sto in ansia e aspetto. forse appenderò le locandine in giro per il quartiere. magari se la cosa va per le lunghe mi toccherà chiedere la mediazione di mesina, chissà.
intanto se qualcuno di voi lo avvistasse mi faccia sapere qualcosa, vi prego.
la mia vita non è la stessa senza di lui.
lei dice "all i ever wanted. all i ever needed." lo dice lamentandosi piano, sospirando dolente, sul pianoforte che esita e si ferma ogni tre note come se ci stesse pensando. come se si gustasse la sofferenza inferta. lo dice come se invece, quello che desidera non fosse tra le sue braccia e non accennasse ad arrivare. come chi tende le braccia ma è ancora, sempre, troppo lontana.
lo dice con lo stesso tono con cui cristina donà dice "arriverò fino a dove sei tu": come un desiderio irrealizzato. o forse sono io che proietto.
sono le nove e mezza e fa già quasi trenta gradi. è difficile, così.