Archive for giugno, 2007

freddolosa è un termine orribile. sa di ghiacciolo, di orsetto del cuore, di miominipony e altre cose giocattolose e felici tipo queste. certo, mai come calorosa usata per esprimere il contrario, come si usa a roma, che io quando la sento mi immagino sempre grandi slanci d’affetto e sorrisi generosi. ma comunque: freddolosa è brutto, io non lo uso mai. preferisco dire che soffro il freddo, che rende meglio l’idea del tormento che posso provare sotto il getto di un condizionatore, o – per dire – in cinque ore di eurostar quando non capiti, come è capitato oggi, che qualche divinità clemente metta fuori uso le bocchette di metà vagone, regalando così una temperatura affrontabile a schiere di passeggeri *freddolosi*. forse dio soffre il freddo, e viaggia in carrozza 1. [a capo.] questo per dire che c’è un bel tepore e che sopravviverò. il sole che mi accompagna ad ovest del mio finestrino mi ricorda costantemente il percorso che seguiamo. costa tirrenica para para, metro per metro. il loop è immaginarmi l’italia in verticale. piatta, in piedi e monocromo, come alle elementari. e il mio treno che ci si arrampica su altrettanto in verticale. come una lumaca, o un lombrico bavacchioso. (quando invece mi muovo verso sud, mi si capovolge tutto. e non c’è verso di girare la cartina. il lombrico viaggia sempre verso l’alto. c’è qualche psicanalista che voglia tirar fuori una diagnosi da queste due cose?) [a capo.] questo ancora per dire che non ho niente da dire, ma ho scelto di dirlo lo stesso perchè è sintomatico di qualcosa di buono, stavolta. niente riflessioni da treno, niente grandi patemi d’animo, niente fardelli da portar via con me e scaricare in giro. di questo viaggio d’andata ricorderò il sole, l’imprenditore rompicoglioni col cellulare che suona a stecca ogni cinque minuti (e che mi ha svegliato almeno due volte nella mia ora di sonno), un panino allo speck che sapeva di maionese, un biglietto venduto due volte, una passeggera freddolosa. niente di più, niente di meno. [a capo.] ho nell’anima un vuoto accogliente, pronto per la prossima infornata di immagini, pronto per assorbire tre giorni nuovi. [a capo.] mi sento serena.

ho una valigia mezzo fatta. due biglietti immateriali per un treno più che materiale. cose in sospeso, richieste al vaglio, ordini in corso d’evasione, lavatrici che girano.
ho uno sguardo un pò più sereno e un pò più di pace nel cuore, un pò meno fiele in circolo e un netto debito d’ore di sonno.
ho una scritta in giapponese e un appuntamento per mercoledì. una bottiglia piena di spicci da cambiare in soldi di carta.
ho idee vaghe che hanno voglia di prendere forma.
e pizzichi di zanzara, e tori amos nel lettore, e un barattolo di sabbia, e qualche spiccio di buona notizia ogni tanto.

edit — e ho anche: un gatto che, sentendo il pianto di un neonato nel vicinato, drizza le orecchie e si affaccia dal balcone con aria preoccupata, cercando di capire da dove venga e ogni tanto guardandomi interrogativo, come a chiedermi "ma hai sentito? cosa sta succedendo?". qualcosa di meraviglioso.

al buio, tutto sembra fluire meglio. l’aria, i pensieri, l’energia. sembra anche meno caldo. che qui l’estate è arrivata sul serio, ufficialmente, lo dice il calendario e lo dice il termometro e lo dice la mia pressione che si accascia a meno due.
sfinita e quasi vinta, scrivo per annotare che ho ritrovato abbracci che credevo perduti, e senza i quali non molte cose hanno lo stesso sapore.
e per annotare, perché forse in futuro vorrò ricordarmelo, il fatto che carlo mi ha chiesto scusa – la seconda o la terza volta in tutto, forse, e dopo sei mesi da quando doveva, ma va bè).
e per annotare che da qualche parte, da un qualche posto che non so, il vento mi porta alle narici odore di mare, lieve, sfumato, percepibile solo a chi sa di che si tratta. e che io, io mi ci perdo.

che cosa fantastica. voglio farlo anch’io. andare in giro con un mazzo di foglietti e un rotolo di scotch e appiccicare le mie parole dappertutto. un’epidemia. guerrilla-non-marketing, stickering fine a se stesso a promozione di niente di niente di niente. senza scopo di lucro – senza scopo e basta.
che figata.
domani stampo i foglietti.

informazione di servizio: sono viva. sì, sì. viale liegi mi si è materializzato davanti dopo dieci minuti scarsi, ho fatto la mia zozzata girando a sinistra e da lì in poi tutta vita. strade che si lasciano guidare forte. sono a casa, sana e salva e senza che neanche un intoppo di percorso si sia presentato. solo, sembravo un pò coatta, a finestrini aperti e musica alta per non (ri)addormentarmi. a cantare da sola, a voce alta – la coka nostra, the fuckin’ world ain’t ready – e altre tamarrate così. [fine dell'informazione di servizio.]
e che peccato non avere nessuno a cui raccontare. che è stata una bella serata, con chiacchiere e risate a fluire rapidi come al solito – che il ragù della nonna era superlativo, e poi di quella gatta nera altezzosa stesa sotto il tavolo, e del profumo di biscotti fatti in casa – e che il cielo da lassù è pieno di stelle, davvero pienissimo – cionondimeno il cigno è latitante – e che ho la schiena scoperta perché fa caldissimo, e i capelli liscissimi, e anche la pelle, liscissima, e sa di biscotto – biscotto alla nocciola – ecco, mordi qua.
neanche qualcuno a cui mandare un messaggio, neanche una telefonata.
non dico un bacio. ma neanche una parola.
che spreco.

io vedo. vedo cose che la mia retina non percepisce. e quando le vedo, le so. so più di quanto possa sembrare, più di quanto finisca per dire. anche le cose che, a parole, suonano brutte. soprattutto, quelle. strega. strega d’incenso e merda, di zucchero sulla lingua e d’asfalto che brucia.
se non sono ancora sana e salva è perché mi ostino in un’idea del mondo. perché mi piace pensare che non tutto è perduto. che qualcosa, dall’oblio, si salvi, che sia possibile, a volte, una redenzione. e quando mi racconto questa fiaba sto bene, finché non finisce, finché non devo ammutolire.
nella vita, di mestiere, rimetto a posto i puzzle. raccolgo le tessere piano piano, le volto tutte, le incastro una all’altra finché i bordi non sono diritti e le linee conseguenti. è la mia occupazione principale, non mi piace ma sono un talento naturale. quando finisco, ci ballo sopra. una danza rituale e macabra che mi permetta di iniziare a dimenticare. è sempre così. sarà così fino alla fine dei giorni.

io, di noi tre, sono la minore.
se guardo a voi due, che ho visto nascere e crescere, come l’omino e la donnina che siete, mi sembra di aver tante di quelle cose da imparare. che non sarò mai bella come voi, grande come voi. ma sono contenta. dell’irruenza e della volontà di tuo fratello, della tua forza e della tua decisione, io vado tanto fiera.
e quando ti vedo farti valere, con quel tuo viso angelico e gli occhialetti rossi andar sotto alla vita e incazzarti – anzi, soltanto armare il casino e lasciare che siano gli altri ad incazzarsi – il cuore mi si gonfia e sorrido compiaciuta. perchè capisco che non sarò io a far la parte della tigre per dilaniare chi ti minaccia. perchè non dovrò più asciugarti le lacrime, finchè sarai così. perchè la delusione, la rabbia ruvida mandata giù a forza per la gola senza neanche un sorso d’acqua, non sono destinate a farti del male senza che tu reagisca.
e io posso soccombere, posso perdere, abbandonare il campo a testa bassa; ma se tu lotti col coltello fra i denti, e magari tiri via qualche scalpo, questo per me è il trionfo più grande. e non c’è niente che valga altrettanto.

e mi piacerebbe riuscire a scrivere semplicemente e senza fatica. sempre per quel famoso discorso che io scrivo come penso, e se scrivo arrancando vuol dire che dentro alla mia scatola cranica c’è un casino che lascia stare.
mi piacerebbe ad esempio non fare la lotta per decidere *cosa* scrivere, tutte le volte – e ogni volta con l’eco di quella sempre ottima perla di saggezza che dice che tante volte, un sano silenzio è una valida alternativa alle cazzate.
mi chiedo come facevo solo un anno fa, ad esempio. non me lo ricordo più. scrivevo come se nessuno stesse ad ascoltare. ora è come se avessi la fila, fuori la porta, dei controllori col taccuino, pronti ad appuntare i voti e le valutazioni di condotta. e so perfettamente che sono tutti proiettati dal mio inconscio, che si sta valutando da solo, e anche piuttosto impietosamente.
mi piacerebbe scrivere senza quest’odore di bruciaticcio che pervade tutto quello che dico. scrivere senza veleno, senza quest’impressione di poter sembrare pazza.
qualcuno dice che se son rose fioriranno, ma se son gambi faranno biomassa – che in fondo è utile anche quella. biomassa emotiva per energia spirituale rinnovabile, dico io. forse dovrei iniziare a tenere a mente questo, intanto.

questo balcone sa di amuchina. o di euclorina, o sa dio cosa. di quel disinfettante che usano in ospedale per i prelievi del sangue, per capirci.
però è bello. sono belli i balconi di fronte che ti sembra di poterci arrivare allungando una mano, il cinguettio delle cocorite del vicino, affianco a me; le tende a righe degradé, tutte uguali, verdi o marron; e il filo di brezza che passa piano, e il sole che traspare attraverso le foglie delle piante. e il basilico e la salvia (mentre l’azalea, poverina, mi sa che è morta del tutto ed io mi sento terribilmente in colpa).
e sono bella io coi capelli profumati. io appesa a un filo che in realtà è un non-filo.
respiro lenta, lenta, lenta.

mi sveglio e ricostruisco la realtà a scatti. rimetto insieme le tessere con difficoltà, ci metto un tempo improponibile e una fatica sopra la norma. è qualcosa di simile a riemergere da un’apnea lunghissima. a quell’istante in cui, ancora sott’acqua di qualche centimetro, guardi su e la realtà è deformata e ondulata.
dopo qualche minuto mi ricordo dov’ero ieri. dopo un altro tot, di aver scritto prima di andare a dormire, ed essere andata a dormire troppo tardi. dopo qualche secondo ancora, mi ricordo i conati. e non ero ubriaca, no. sono solo gli ennesimi conati di una lunghiiiissima serie, anni e anni di allenamento. qua si è professioniste, del conato.
a sprazzi, quando ho del tempo da perdere, rileggo gli archivi di questo blog. le parole che scrivevo, le cose che pensavo. a volte mi ci ritrovo ancora, ed è triste che dopo tre anni le cose non siano cambiate di una virgola. altre volte, troppe cose belle e troppi umori sognanti, e troppa generica fiducia nel futuro mi sembrano persi per sempre. e non sono una bella persona. non lo sono più. sono una persona che si consuma nella rabbia e nell’avvilimento. sono sempre più piccola, sempre più curva, sempre più suscettibile, sempre più vulnerabile. mi ferisce tutto. anche ciò che non ha senso che lo faccia, anche ciò che è talmente slegato da me da non poter avere interesse a farmi del male. e io, guardia costantemente troppo bassa, anima candida, incasso colpi su colpi sorridendo sempre, ma ogni volta è un livido più largo, ogni volta dolore che cresce.
e non capisco perché. più vado avanti e meno capisco, sapete. dev’essere che i miei metodi sono sbagliati. non può essere che tutto quello che mi circonda, sempre, finisca per rivelarsi menzogna. devo essere io, che difetto in qualche cosa. io, che non so valutare la vita.
e a rifletterci bene, a pensarci con la necessaria lucidità, questo diario neanche avrebbe motivo di esistere, ora come ora. vomito parole talmente brutte e tagliate con l’accetta, e nemmeno poi troppo libere, che comincio a chiedermi davvero che senso abbia, e se non sarebbe bene semplicemente finirla qui.
poi siccome ne ho bisogno, a smettere di scrivere non ci penso neanche per sbaglio. ma se fossi meno ossessiva, sarebbe il caso di.

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