ho esaurito tutte le batterie. tutte, contemporaneamente. cellulare, lettore mp3, cellulare di scorta. sveglie, telecomandi, tutto, d’un botto. insieme a cuore cervello e polmoni, difese immunitarie e sistema nervoso. respiro a mezzo servizio, ho il sangue che va a passo ridotto. il passo dolente di una processione senza santi.
ma.
in mezzo a tutto questo, dietro le scapole sento prudere le ali. e ho un passo un pò più lungo, il mento un pò più in alto, le spalle un pò più dritte e un pò più su. e da qualche parte, tra le circonvoluzioni della materia grigia, passeggia ozioso un pensiero. che comunque sia, in ogni e qualunque caso, è bello veder brillare un paio d’occhi amati.
fra due giorni ho ventinove anni.
liberi tutti. [::]
Archive for maggio, 2007
fa freddo. un freddo cane. di quelli che viene da prepararsi una tazza di qualcosa di caldo e infilarsi sotto le coperte. quel freddo da autunno, che non sembra preludere alla bella stagione ma a mesi rigidi e difficili. io, vorrei non esserci. non essere dentro la mia testa, non essere dentro la mia casa. non avere intorno nessuno.
per il compleanno imminente, ho ricevuto un biglietto d’auguri da mia cugina quella matta. quella che credevo che neanche si ricordasse chi sono, e letteralmente, non per finta. invece lei si ricorda di quando sono nata e di quando mi teneva in braccio. non so se commuovermi o prenderlo come un segno funesto. firma accanto al nome di uno che non ho neanche mai visto, uno che a detta della famiglia sembra voler più bene alla sua pensione che a lei.
mi spaventa. e mi spavento io, che ho terrore di lei e delle macerie che si è lasciata alle spalle. che ho l’ansia di lasciarmi anch’io alle spalle tanto vuoto da uscire di testa, prima o poi. mi spaventa il mio vedermi precaria e instabile, l’aura costante da potrebbe-ma-non-si-impegna che pervade la mia condotta da sempre. che preferirei essere stupida, almeno non ci sarebbe questo bollo eterno. che non so come spiegarlo, che io accidenti mi impegno, che faccio le cose con metodo e dedizione – ma è solo che non saprei da dove iniziare, a far andare le cose come dico io.
qui l’azalea sfiorisce, anche se ci ho messo tutta me stessa e dovrebbe essere il suo miglior periodo. niente di quello che faccio va a frutto. e ogni cosa si rivela prima o poi una cantonata mostruosa. ogni fottuta cosa che incontro sul mio cammino e che mi sembra meritare rispetto, amore e dedizione, prima o poi marcisce e s’accartoccia su se stessa. forse non sono brava a valutare le cose. forse non lo sarò mai.
e nel frattempo, mi avveleno un pò di più ogni giorno che passa. ogni giorno un pò più di tristezza, disillusione, scoramento. ogni giorno un pò più di distacco dagli altri. quelli che il mondo lo sanno affrontare, e vivono una vita che va da qualche parte.
[un segreto: non è vero, che si sta bene, qua dentro. e non è vero che il fascino dei luoghi compensa il fatto che siano diroccati. altrimenti qualcuno sarebbe rimasto. altrimenti qualcosa, ogni tanto, si salverebbe.]
quando la sensazione, a distanza di quasi tre anni, è questa; è un sogno che non hai mai più rifatto ma che ti è rimasto in mente, che rivedi perfettamente nitido se chiudi gli occhi e ti concentri, che ti viene alla mente ormai sempre più spesso;
allora vuol dire che c’è qualcosa che non va. o magari più di qualcosa. e che c’è bisogno di prendere dei provvedimenti, e di prenderli in maniera sensata.
come ad ogni svolta, a non sapere cosa c’è dietro l’angolo ho paura; ma non si può, star ferme ad aspettare quando è chiaro che la vita che si vuole, dal lato dell’angolo dove ci si è rifugiate, non c’è.
a volte, rarissime volte, parlare con mio padre infonde sicurezza anziché incutere timore. lui la verità te la dice così com’è, cruda, senza girarci troppo intorno, senza aggiungere zucchero; ti dice figlia mia, per quello che vedo da esterno la situazione è questa, e se tu riesci a non pensare che lo stia facendo per venderti la sua verità con piglio dittatoriale, ma con l’intento di vederti felice, allora capisci che quello che ti sta offrendo è una chiave di lettura. e che è anche fondamentalmente corretta. e quando ti dice io per come sono fatto caratterialmente farei così, ma tu sei diversa da me perciò fa’ quello che ti senti, tu sai esattamente quello che farai.
io, paura del mio riflesso sugli specchi, non la voglio avere più.
sventola una bandiera rossoblù. legata a un palo, tra i giunchi e l’erba secca. due curve ancora, ed eccolo lì all’orizzonte. mi aspetta dall’estate scorsa, calmo, paziente, bonario. il mio mare. sono cambiate miliardi di cose, avrei da raccontargliene troppe – troppe – ma non mi va di ripercorrerle ancora una volta. così mi porto soltanto al suo cospetto, vuota, silenziosa. mi lascio cadere sul bagnasciuga, lambire la schiena e le gambe dall’acqua gelata. respiro a fondo. il vento accarezza i capelli, il sole bacia la pelle scoperta.
vuoto la mente. riesco a sentire il mio cuore che batte, adesso.
[nota: amico, come promesso ho fatto un bagno anche per te. inspirato salsedine anche per conto tuo. ah, mi ha detto che ti aspetta.]
mi intristiscono i rumori da aeroporto. gli annunci di voli che non sto per prendere. atene, francoforte, barcellona. ascolto musica a volumi improbabili, perciò. sempre lo stesso disco, non vi sto neanche a dire quale.
ho girato tutte le librerie del terminal. cercando quella lì che scrive come me – ma senza trovarla. so di quattro profumi insieme. profumi provvisori, da tester, odori che non sono i miei, che non sono di nessuno. e tutti quanti mi pungono un po’, addosso.
seduta, non sono riuscita a starci. non ho svuotato la mente.
:: senza parole mi muovo incontro ai giorni _ senza parole _ ricordero’ di te ::
caldo e spalle scoperte e fragoleeyogurth e brezza da fuori le finestre; finisco le valigie inusitatamente presto rispetto al solito, e sono valigie leggere, a parte il mazzo di scartoffie da analizzare. peccato che sono io, ad essere pesante.
ho superato la metà di manituana, forse anche i due terzi, e contro l’iniziale perplessità adesso procedo spedita come un treno, e prevedo di finirlo entro il fine settimana. fra il viaggio e le pause-sole in terrazza e, tempo permettendo, al mare. aspetto di arrivare all’ultima pagina per dire che è bellissimo. è che lo voglio dire in maniera più articolata.
nei momenti di relax, le donne che leggono sono pericolose. gentilmente regalato.
[...] ma è come un bambino che legge: prima la mamma vuole che lui se ne stia buono in un angolo con il suo libro, ma poi si rende conto che il bambino che legge non è un semplice bambino docile, ma un ribelle che si estranea dalla realtà circostante e vede malvolentieri questo mondo. [...]
tu chiacchiera, chiacchiera, e non pensarci. parla d’altro, sorridi, stai molto meglio, in gran ripresa. dev’essere che siamo entrati nel segno dei gemelli, sì sì.
non pensarci. musica, libri, lavoro. tutto va avanti senza una meta come deve, una giornata dopo l’altra, fino al prossimo muro contro cui sbattere obiettivo. un treno, un aereo, qualcuno che arriva da lontano, una tenda da campeggio, facce sconosciute.
non pensarci, a tutti gli abbracci che ti mancano. a tutto il poco senso che ha tutto quanto. questo frullar di ali contro i vetri, senza vie d’uscita, senza tregua.
non pensarci, è già mezzanotte.
dormi.
- tra le altre cose, so anche pulire il filtro di una lavatrice. cosa che mi ricordo di fare, come tutte quelle di un certo impegno, sempre fra mezzanotte e l’una, fra una passata di latte detergente e tonico clinique e un’innaffiata all’azalea – che, poverina lei, non sta per niente reagendo bene alle mie cure.
cosa che mi ricordo di fare, dunque, un attimo prima di andare a dormire e sognare andre*otti – che subito dopo aver dichiarato alle telecamere "guardate il parlamento: è pieno di gente vecchia, sempre la stessa, che sta lì da trent’anni", fugge (curiosamente vestito da beduino, il che è coerente con l’ambientazione nordafricana del sogno) e si suicida sparandosi. morale, se andre*otti dovesse schiodare da qui a pochi giorni, ricordatevi che io l’avevo premonito.
poi: ho la discografia dei subsonica, intera intera. sì, è periodo. li ascolto di continuo da mesi a tracce sparse pensando che sarei curiosa di sentire i dischi uno per uno, nel loro progetto coeso, cosa che non ho mai fatto. ad esempio, controllo del livello di rombo dev’essere figo. adesso lo saprò con certezza.
abito una casa che non è mia.
sono settimane che non accendo la tv. settimane che non mangio a casa. non so nemmeno cosa c’è in frigo, e cosa no. solo alzo e abbasso le persiane, lavo, stendo e ritiro i panni che indosso fuori di qui. non tengo il conto delle bollette. non mi accorgo quando arrivano, e quando scadono. il mio padrone di casa nel frattempo indossa tute bianche e ferma treni radioattivi insieme ad altri attivisti di greenpeace, da qualche parte nel nord italia. sono mesi che non lo sento. conservo nell’ingresso montagne di cose sue che dovrebbe riprendersi, e dice sempre che passa, passa, e poi non passa mai.
abito un corpo che non è mio. con posture che non sono le mie, e pezzi in più che non mi appartengono. espressioni del volto che sono di qualcun altro, che non riconosco quando le guardo allo specchio. non lo controllo. non so quanto peso. non conosco i miei valori. le proteine, i globuli bianchi, la glicemia e tutte le altre puttanate che ti cavano fuori dalle fialette del sangue. non so a che cosa devo i miei mal di stomaco, e comunque non prendo niente per farli smettere. dico sempre che vado a farmi vedere, che mi iscrivo in piscina, che cambio materasso. e non faccio mai niente di tutto questo.
abito un’anima che non vuole appartenermi. che si rifiuta di farsi domare, che si rifiuta di crescere, che non ci pensa neanche a sottoporsi alla disciplina dell’intelletto. un’anima pericolante e dall’affitto troppo alto. tengo le chiavi di scorta sotto lo zerbino, ancora, sempre. fin troppo facile, per chiunque, prendere e entrare e farsi un giro indisturbati.
dico sempre che smetterò, e cambierò il nottolino, ma non lo faccio mai.