ridatemi la mia ragione. laute mance a chi la ritrova, e se poi me la riporta funzionante ancora meglio. offro in cambio chili e chili di rabbia. lustra, confezionata e infiocchettata per sembrare più carina. oppure offro i miei giochi di bambina, che tanto non mi servono, che non li uso più. bambole con gli occhi di vetro, cannelli per le bolle di sapone, il vapore di treni che avrebbero dovuto raggiungere destinazioni meravigliose, nei miei sogni. e ombrellini con le ruches, e piroette. ah, e i libri di fiabe dove alla fine le sorellastre vivevano felici anche loro, che a me la sorella buona mi è sempre stata sulle palle.
qualcuno me la riporti, però, ve ne prego. o mi porti qualcosa con cui sostituirla, una ragione in prestito, anche solo un sano oblio. qualunque cosa mi faccia vivere senza questo buco sullo sterno. qualunque cosa mi faccia sentire nuova e forte. ché io non voglio più starci, male così. e non a partire da un generico futuro in cui le cose andranno meglio: da domani. anzi, no, è già tardi anche domani. da fra due minuti. o da adesso, direttamente. senza perdere più neanche un minuto, ad ascoltare il rantolo di quello stronzo del mio cuore che si lamenta.
Archive for aprile, 2007
a casa mia il bagno è maledetto. se non si bruciano i fusibili del boiler si crepano i lavandini, se non perdono i rubinetti esplodono le lampadine e tutto l’impianto elettrico va in corto senza che scatti il salvavita, mandando in giro indisturbato il suo carico di elettricità libera in cerca di una messa a terra – magari anche attraverso un corpo umano, perché no. poi già il fatto che un cesso sia tutto rivestito di perlinato color miele è già di per sé una maledizione, se non sei a più di ottocento metri d’altezza sul livello del mare ma ti trovi invece, come qui, in pieno quadraro. ad ogni modo: stavolta è il turno del flessibile della doccia che decide di bucarsi e di sparare di lato il suo flusso d’acqua anziché indirizzarlo verso il doccino. così anziché farcisi una doccia si lava la tazza del cesso, che tanto va pulita, quindi perché no. comunque pazienza: rattoppo tutto con lo scotch fino all’acquisto del prossimo doccino e i capelli me li laverò così. vuotando due scaldabagni al posto di uno. ché devo andare allo zoo, è fondamentale riportare il programma al cinquanta per cento di cose fatte, dopo i buchi nell’acqua di ieri.
qua i giorni son trascorsi ciondolando tra negozi e locali, qualche mostra e qualche monumento, svariati aperitivi, troppi dopocena alcolici. guardando il cielo e sperando che non piovesse. ascoltando il mio stomaco che chiedeva pietà. parlando e parlando e parlando e senza produrre risposte. ché io risposte non ne ho più, anzi no, non ne ho mai avute, e per come sto ora è un miracolo che ancora cerchi di produrle, che ancora mi faccia le domande.
inizio piano piano a digerire. e mi chiedo cosa devo (/posso, /è opportuno e fruttuoso) continuare a scrivere qui, mentre altrove rinasco e sputo veleno tra i denti.
l’importante è che non bisogna *mai* fumare in stanza con la finestra chiusa. mai, è fondamentale. e se a dirtelo è uno fatto come una pigna e con la faccia piena di croste come se si fosse grattugiato sull’asfalto, come non fidarsi. il volto nuovo del salutismo.
e dire che pensavamo solo di andarci a prendere l’aperitivo, io e la pitzicuggina. ma i vicoli di trastevere riservano sempre qualche sorpresa. e fra una caipiroska e un rum nel bicchierino di cioccolato, fra mia sorella che aspetta autobus inesistenti e giamma che (ancora, sempre) progetta truffe per diventare ricco e andarsene in brasile, fra il belli che scivola dai gradini del suo monumento e l’arte non convenzionale di una ruota legata a una catena penzolante sul tevere, la serata scivola liscia. e finisce tra gli angeli minacciosi di ponte sant’angelo, e poi in piedi davanti alla basilica di san pietro illuminata, ad ammirarla da lontano rammaricandoci di tutte quelle transenne; a rattristarci per come muoiono, svuotandosi di significato, chiese, monumenti, argini di fiume e angoli di città, isolati dal tessuto urbano e dalla gente che dovrebbe viverli.
(bottino di guerra di ieri: due bicchieri da cocktail, un montarozzo di cocci di vetro con su scritto bacardi.)
ho fatto la domanda. cioè, non esattamente quella domanda in quei termini che immaginavo io. ma ho affrontato la questione e capito la risposta. i parametri che ne ho ottenuto sono, diciamo, corretti. ciononostante, non ho resistito alla tentazione della verità appena disvelata. della confessione smozzicata dietro un paio d’occhiali da sole, del lusso di privarmi dello sforzo di accampare finte motivazioni che risultino plausibili. d’altra parte avevo bisogno di levare un pò di peso da sopra la mia anima oppressa. d’altra parte non mi vergogno di niente, io. e non ho niente di cui vergognarmi, semmai solo cose da dimenticare.
ah: mi sono concessa anche un momento didattico, già che c’ero. lapitzi, in piedi sulla sua cattedra immaginaria, alza l’indice al cielo e, con voce di diaframma e retroilluminata dai raggi di luce riservati ai grandi saggi della storia, enuncia la morale del racconto. bandiera da tenere alta a sventolare sopra la testa, lezione da ricordare sempre, nei secoli dei secoli.
io che esco presto la mattina anche se mi verrebbe da ributtarmi a letto e tanti cari saluti. io che incontro per caso un ex scortato da compagna incinta, e la prima cosa che mi viene da pensare è come si faccia a decidere di fare un figlio con uomo come quello lì, che già non è mai cresciuto lui, figuriamoci tirar su un bambino.
io che tornando a casa faccio giro largo e passo da san lorenzo cercando il negozio del barbiere che racconta la guerra. che mi fermo in basilica, entro e c’è la messa e non riesco ad ascoltare niente di quello che dicono; che solo mi siedo, respiro l’odore delle pietre antiche, osservo i buchi delle bombe nelle colonne. e penso a quanta forza, quanta da un lato per distruggere e quanta dall’altro per resistere.
io che metto ordine, piano piano, pezzetto per pezzetto, che innaffio l’azalea, che butto le cose scadute dagli stipetti, che lavo i pavimenti. che come al solito finisco le mie pulizie a mezzanotte, con le finestre ancora aperte e l’aria tiepida che gira per casa.
io che più ci penso e più mi sento soffocare. forse è prerogativa della stagione. ma arriverà il momento di levare le tende, e buttare nel fuoco tutte le cose inutili che ormai mi porto affastellate sulle spalle. il momento di una nuova, piccola libertà.
[post che avrebbe dovuto essere pubblicato stamattina presto. va bè, famo finta.]
slightly disappointed.
sarà perché ho sognato di bere alla tavola del nemico, e quel nemico non sapeva neanche di esserlo.
sarà per quando sento di gente che fa la vittima e mi girano i coglioni. che se uno non sa gestire la propria vita e le proprie relazioni non è mica colpa mia, io ne ho già abbastanza dal non saper gestire le mie.
o sarà che quella domanda non salta fuori. che poi quando mi trovo di fronte alla persona da interrogare finisce che la domanda, nella mia testa, assume inspiegabilmente il tono di un’accusa a qualcuno che non c’entra niente, e non so più come farla suonare per quello che è: una richiesta di informazioni, il chiarimento di una circostanza, per cercare di chiudere il processo di sepoltura di tutta questa storia del cazzo. per acquisire i parametri corretti per interpretare il silenzio che segue certe frasi buttate là con nonchalance, e poter correggere la mia reazione.
un pò un riprendere le misure del mondo. dei suoi spigoli, e dei suoi angoli ciechi.
la sensazione è quella di non esserci.
no. non è esatto.
la sensazione è quella di esserci a metà.
ma anche questo è impreciso.
è quella di essere metà viva, presente e cosciente in maniera impetuosa, e metà sopita, zittita, frammentata. divide et impera, sapeva la mia metà razionale dalle lezioni di storia dell’antica roma alle elementari, e l’ha messo in atto brillantemente nei confronti della mia metà emotiva. che ora è mille pezzetti disgiunti e immersi nel caos, cosicché ognuno leva all’altro il tempo e la possibilità di prendere forza. se nessuna delle parti negative della mia vita si concatena all’altra, non c’è modo di leggere tutto come un grande problema globale. non ci si chiede neanche di intravvedere un domani in cui in qualche modo i nodi dovranno essere stati sciolti. la questione non esiste, regna una pax emotiva invidiabile, finché non mi fermo.
così faccio, leggo, immagino, progetto, organizzo, vado e programmo di andare, mi interesso, osservo, ascolto. fagocito. allargo le braccia per sentire il vento e neanche me ne frega niente di abbracciare il mondo, o qualcun altro, chicchessia. siamo solo io e il vento. soprattutto io. e rido, rido tantissimo. salvo sentire, a volte, che dietro alcune delle risate più fragorose si nasconde un ringhio. e che altre hanno in sottofondo il suono dell’affanno. peraltro, sempre di risate si tratta.
ho una domanda che mi ronza per il cervello. e, rullo di tamburi, mi sa che la faccio.
sì, dev’essere la primavera. il sole caldo sulla pelle, l’odore di terriccio tiepido quando si mette a piovere all’improvviso, i tramonti rosa pennarello giotto e l’aria fresca su per il naso e nell’incavo alla base del collo. dev’essere la primavera, la stessa che a me fa venire buonumore e voglia di fare e di andare veloce e di volermi bene, a risvegliare gli ormoni anarchici di certa gente inutile. che peccato che il mio buonumore non basti a tenere a freno il veleno e a dissuadermi dall’essere tagliente, scontrosa e sgradevolmente sincera. che peccato che il mio volermi bene mi spinga a rovesciare la coda e pungere.
ma si sa, a primavera la natura riserva un sacco di brutte sorprese.
[nota di stile: ammirevole, promuovere petizioni per i perseguitati dello stato del puercavaca o per i leoni di mare albini o per sa dio che altri disgraziati sparsi per il pianeta, quando non si ha neanche una dose minima (le basi, cazzo, le basi) di rispetto e delicatezza per i propri vicini di pianerottolo. bah.]
assioma: con la pioggia e l’umido, la brace non viene bene. e non si può pranzare in giardino e stravaccarsi al sole come lucertole.
sì ma però noi siamo motivati.
e ma però, siccome la compagnia è sempre bella, divertente e familiare, noi si sta bene lo stesso, si affronta il pranzo a testa alta e si finisce con due bipedi e due cani addormentati in fila sul divano. vinti, ma con onore. (va da sé, uno dei due bipedi è lapitzi. manco detto.)
naturalmente il giorno dopo, cioè oggi, alla scoperta che fuori dalle finestre c’è un sole che spacca le pietre, il risolino sardonico non ce lo leva nessuno. ma va bè.
la domenica è giro in centro senza il giubbotto e guerrilla shopping. due pantaloni ventotto euri, siore e siori, oltre a tre libri, lush e body shop per la cura di certi impegnativi capelli, matita kajal, verdura, funghi e cracker di soia per un pranzo salutare. è, perfino, resistere alla tentazione di mangiare schifezze in giro in vista del suddetto pranzo salutare.
e la città è bella sotto il sole e senza troppe auto in giro, bella nelle voci della gente e nel profumo tiepido dell’aria d’aprile. ed è bella casa mia quando rientro che apro tutte le finestre e faccio girare aria e luce.
ho un’azalea di cui mi prendo cura. mangio grana padano a pezzi. e mi crogiolo come una lucertola anche se ogni tanto capita che piova.
ho cucinato per un’ora e qualcosa, in preda a uno dei miei raptus da bella stagione – funghi, insalata, salsine, fragole col limone (e che limone!) – e ora che ho finito non ho più voglia di mangiare.
ho deciso: da grande voglio fare la cuoca.