Archive for marzo, 2007

ho passato due ore vagando fra gli scaffali della libreria croce, indecisa su cosa comprare, incapace di scegliere un libro fra le migliaia che mi sfilavano davanti agli occhi. la verità è che non so cosa ho voglia di sentirmi raccontare. esattamente come non ho nessuna idea di cosa posso e voglio dare al mondo adesso, non so che cosa voglio averne in cambio.
la verità è che tutte le creature che mi popolavano l’anima continuano una dopo l’altra ad andarsene, prendere la porta e abbandonarmi, al massimo mettersi sedute da una parte e decidere di dissentire, di non partecipare più, far finta di non esistere. in ogni caso mi lasciano sola e arida. a guardar fuori dai finestrini degli autobus senza sorridere, ma solo con gli occhi spalancati e vaganti di una che ha fame.
la verità è che di tutte le magie che sapevo fare o che sentivo di poter fare, se solo mi fossi impegnata, non ne rimane quasi più nemmeno una. e allora non so più che cosa offrire al mondo, ecco. e non so più che dialogo costruire.
alla fine sono uscita dalla libreria croce senza niente in mano. a termini, ho comprato questo. che ho letto nel giro di mezza giornata lasciando che mi montasse dentro la rabbia. quella per tutte le cose che già so, messe tutte in fila da qualcun altro in termini incredibilmente coincidenti a quelli in cui le penso io.
ieri notte ho di nuovo sognato di volare. ma era un volo rasoterra, e non riuscivo a tenere quota.

cammino lenta. mi sembra di aver dormito per giorni. c’è l’aria che punge, che fa male su per il naso e sotto le tempie; un cielo blu petrolio con le nuvole di un colore cangiante.
respiro flebile e lenta. come se avessi un buco, qui, a metà trachea.
e ho una bambina accovacciata nel cuore. sempre la stessa, sì. seduta da una parte, con le ginocchia al petto, che disegna per terra con le dita. cerchi concentrici. uno dentro l’altro dentro l’altro dentro l’altro, finché l’ultimo non è che un puntino.
mirate qui.
colpite qui.

secondo pomeriggio a casa con la febbre. a l’italia sul due si interrogano sull’importante tema tradimento: meglio sapere o non sapere? (non sapere, per inciso. se per caso so mi tocca sfondarti il culo, e non è carino). il tutto giusto un istante prima di interrogarsi sull’importante tema chi è la più sexy della televisione italiana, la blasi, la chiabotto o la ventura?. il tutto un istante prima che io spenga e mi metta a vedere buongiorno, notte. che per inciso è bellissimo e vi recita lo cascio (i cento passi, la meglio gioventù, la bestia nel cuore, recita mymovies.it, oltre a un paio d’altri). segue sessione di ricerca sulla vicenda aldo moro (così come ieri è seguita sessione di ricerca sulla biografia di ernesto guevara, detto el fuser, detto el che, alla visione de i diari della motocicletta. che per inciso è bellissimo e vi recita gael garcía bernal – io voglio un fidanzato con la faccia di gael garcía bernal, a proposito). la febbre e la noia mi rendono curiosa, così segue puntata di blunotte su raiclick (la strage della stazione di bologna). con raiclick ho scoperto un mondo. c’è tutto lucarelli, tutto correva l’anno, cinque puntate di enigma, otto de la storia siamo noi. quattordici puntate di lezioni di design, tutto sfide. non mi basterebbe un mese, di malattia, per vedere tutto.
nel frattempo ho finito gesù lava più bianco e, non sapendo cos’altro iniziare a leggere, e dato che new thing, per non so bene quale motivo, non riesco a leggerlo, ma lo mollo sistematicamente a pagina 30 (ma arriverà anche il suo momento, prima o poi), ho iniziato i love shopping, prendendolo esattamente alla stregua di un libro da cesso e non calcolando invece che poteva trattarsi di un angosciante thriller. tamara me l’aveva prestato a forza dicendo "devi leggerlo, fa troppo ridere, questa tipa sono proprio io". e invece no: a ogni pagina che giro, un brivido d’orrore mi percorre la schiena. perché mi tornano in mente cose come questa. o questa. e mi rendo conto che no, mia cara: quella, sono io. e neanche riesco a non trovare patetica l’idea di scrivere un libro che sfotta tutte ‘ste manie idiote, far ridere la gente e – hai visto mai – fare la kinsella della situazione e raccattare qualche lira.

[...] possiamo confondere i nostri simili scrivendo che quest’acqua è l’acqua per antonomasia, oppure che "disseta più dell’acqua", ma rimarrà sempre pura e semplice acqua, due parti di idrogeno e una di ossigeno, comunemente disponibile in natura. allo stesso modo, occorre comprendere che i valori che le grandi multinazionali tentano di venderci ci appartengono già. ci appartengono le cose della nostra vita, come pure i valori e le parole che li descrivono. non esiste un amore cristiano, esiste l’amore. si può avere un grande rigore morale anche senza essere religiosi. la fede non può essere condivisa e quindi divenire oggetto di massificazione da parte del marketing, né essere esportata, diventare merce di scambio, motivo di persuasione degli altri. deve restare una questione rigorosamente privata e personale. solo così aumenterà l’autocoscienza e diminuiranno i conflitti. [...]

faccio entrare il sole in stanza. insieme al cinguettare degli uccellini, insieme alle voci del quartiere, insieme ai profumi dei pranzi dei vicini di casa. il mio è stato cappuccino nescafè e muffin in bustina. tosse, mal di testa, qualche linea di febbre.
lascio che suoni e rumori e profumi e il tepore che sa di vacanza sovrastino la voce del telegiornale in sottofondo. cerco di far loro accompagnare le parole nella mia testa, di metterli nella giusta prospettiva, a far da culla alle sensazioni. rovisto per cercare la lucidità che diceva ieri d., ma ancora non mi sembra di trovarla. è presto, bisogna ancora accontentarsi dell’istinto.
nel frattempo il dondy dondola la testa, il daffy duck dondola la testa, gnappo prende il sole spalmato immobile su un angolo di letto, non accade niente che non sia un intermezzo. e come al solito, io sono altrettanto sospesa.

errata corrige: ho riportato indietro anche il sacchetto delle lacrime, già che c’ero. non volevo lasciare roba in giro.
come va? va bene. va che neanche sogno più. va che non so individuare dove ho messo le mie risorse nascoste. che se fosse per me sospenderei qualunque attività, smetterei di fare tutto. va che sono incazzata e non riesco a far calare la tensione. che mi sento sola. che ho nostalgia di com’ero tempo fa. di quello che vedevo, di quello che sentivo. delle volte che mi sentivo viva, anziché avere la sensazione di camminare sottoterra.
va che trovo tutto orribile, e anche me.

ho deciso che quando avrò una bambina (ha ha ha ha! vabè, dai.) la porterò a vedere le mostre d’arte. come quella bambina di ieri pomeriggio ai simbolisti (mamma, ne ho visto uno bellissimo! mamma, è orribile quello, ha gli artigli nei piedi!). perché vorrò che sia attenta ed entusiasta. che non abbia paura di ciò che ha personalità. che abbia l’idea che le cose grandi e belle sono alla sua portata, e che ne può fruire.

ho portato a bologna un sacchetto di lacrime. ne ho riportato una manciata di parole che prima o poi riordinerò e scriverò, immagini di bellezza da conservare nella memoria, un mal di gola di autentica provenienza emiliana doc prodotto con pioggia e umido, svariate calorie di troppo.
ho concluso che non ho più voglia neanche di andare a ballare, che mi sono rotta le palle di postacci con musica di merda stipati di gente orribile. che poi la gente orribile sta dappertutto, ma almeno evitare lo "stipati" quando si può è un gran risultato.
ho pensato che sto diventando aggressiva. a un tipo, senza neanche l’ombra del sarcasmo stronzetto che avevo fino a non molto tempo fa, ho detto levami quelle cazzo di mani di dosso. e le mani erano sul braccio, poi, niente che giustificasse il mio ringhiare rabbioso. a un altro stavo per mollare uno schiaffo. roba da mettermi potenzialmente nella merda, meno male che non sono di riflessi così pronti e lo schiaffo non è partito.
è che si diventa aggressivi quando si ha paura. e si ha paura quando si è molto feriti. e io ho paura. di più, sono terrorizzata. e lo so che finché si ha paura e si è aggressivi, il mondo non sorriderà mai, di rimando. lo so perfettamente. ora come ora, la cura è soltanto tra i miei piccoli riti rassicuranti, nei miei ritmi lenti. tra i sorrisi caldi di quella dozzina scarsa di persone che a vario titolo costituiscono mi familia.

no, non è interessante, davvero. quello che scriverei se mi lasciassi libera di trascorrere mezz’ora davanti a questo schermo senza essere stanca morta per i mille giri che faccio ogni sera pur di non prima di tornare a casa. quello che scriverei se ci fosse un collegamento diretto tra il mio cervello e una tastiera nei necessari momenti morti della mia vita, quando le attività si interrompono e mi avanza tempo per pensarci pensare. il vaso di pandora non si è aperto qui sopra, ma si è aperto dentro il mio cervello. e quello che ne esce no, ribadisco, non è per niente interessante.
per di più sono un travaso di emotività. mi urto, mi rattristo, mi commuovo per qualunque puttanata. come per i due che si stavano lasciando oggi in treno. o separando, non ho ben capito, perché lo stavano facendo in inglese. so che lei gli ha detto what would you have done if… (x), dove (x) sta per una condizione che ora non ricordo, e lui le ha risposto i would have done the same (poi l’ha guardata negli occhi, poi le ha scoccato un bacio sulle labbra), because i love you.
io mi sento il cuore come se fosse stato scavato con un cucchiaino.

:: non mi manca niente ::

ho trovato molto carino che la vera tormenta sia iniziata ad un’ora a cui ormai tendenzialmente la gente è tornata a casa. la gente normale, dico, non la gente come me che in pieno diluvio riceve un messaggio dall’amica che propone un aperitivo, pensa e risponde "mah, perché no", arriva a casa, si cambia e riesce.
ho trovato molto carino anche l’essere riuscita a stare in piedi, da casa alla fermata della metro, senza scivolare sull’uniforme, meraviglioso tappeto bianco di grandine e nevischio che nel giro di una mezz’ora aveva coperto tutto. coefficiente di difficoltà 8,5. stupore e gioia a livelli altissimi. (mia sorella diceva: sì, tutto questo sarebbe veramente bellissimo, se non fosse *dentro* le mie scarpe. quante storie.)
l’ho trovato talmente carino che vi risparmio la dose quotidiana di paranoie a vantaggio di un lapitzi consiglia®: panic cafe, via tuscolana 30/32 (re di roma), ex la donna e l’ombrello. dopo l’aperitivo, dalle 21 alle 23, fa l’happy hour: tutto a metà prezzo. il tutto comprende una discreta selezione di birre, ottima caipiroska, panini giganti, patate ben fritte, crêpes dolci e salate di considerevoli dimensioni e buonissima qualità. il barista/cameriere ha fatto il militare a perdasdefogu e l’ha considerata un’esperienza ascetica. poverino.

per ricordarmi. in ordine sparso.

c’era toffolo. che parlava dei suoi fumetti giù nella galleria dove i suoi fumetti erano esposti. c’era lo scimmione bianco, per esempio, e piera degli spiriti.
c’era il palazzo del podestà con la finestra su piazza maggiore. le pubblicazioni di matrimonio nell’androne. la mostra di futuro anteriore, e la tizia che leggeva la sua rivista davanti alle porte finestra nella stessa stanza. (se vivessi a bologna, anch’io andrei a leggere nel palazzo del podestà).
c’era beppe maniglia.
c’era l’ex brigatista coi capelli tutti bianchi e lo sguardo buono ma truce, come quello dello scimmione bianco di toffolo. e radio alice. e la guinness con la piada al prosciutto. c’era un susseguirsi di stanze assurde coi divani sfondati e le sedie con lo schienale in lamiera, un albero con le parole al posto delle foglie. una jam session di bonghi, lattine e bottiglie di heineken. un profumo restituito alla libertà che gli spettava.
c’era caldo, sole, un giardino pubblico traboccante di gente. le anatre che trombavano, e nessuna tartaruga.
c’erano sempre le solite domande che continuiamo a farci e a cui ancora non abbiamo trovato risposta. stavolta un pò meno d’impeto, un pò più fiacche e rassegnate. un pò più a bassa voce, ma la sostanza non cambia mai.

:: quasi adatti ::

Next entries »