Archive for febbraio, 2007

una metà di me sta in piedi. agisce, parla, fa quello che deve fare, abbozza qualche mezzo sorriso. il minimo sindacale, chiaro, ma lo fa. la stessa metà si sobbarca la fatica di attraversare un’intera stanza, una stanza che sembra immensa, per un bacio sulla guancia e per sentirsi augurare buona serata (ma a lei o all’altra metà, poi?). l’altra metà è latitante. se ne sta da qualche altra parte, a momenti in giro lungo il fiume, a momenti sotto le coperte, a momenti lì stesso ma nascosta, rannicchiata verso il pavimento, con le braccia intorno alle ginocchia. è convinta che così nessuno la veda, povera ingenua, e invece è proprio come se fosse fluorescente. la notano tutti. oggi ha passato la giornata a canticchiare nella sua testa il mantra sbagliato. e ha mangiato tutte le unghie dell’altra metà, che si è molto incazzata perché erano lunghe e laccate di fresco. la metà accovacciata ha risposto che fosse per lei si mangerebbe tutto fino alle ossa, di quelle stupide dita. di tutte. non si sono più parlate fino a sera. quando si sono confessate a vicenda che entrambe vorrebbero sparire, e sono scoppiate in un (ennesimo) pianto a dirotto, all’unisono.

vorrei un lettore che trasmettesse silenzio. silenzio a rimpiazzare i rumori del mondo. quelli costanti, sempre uguali, di me stessa che compio gesti identici a quelli di ogni mattina sentendoli rimbombare nel vuoto. quelli del corteo che mi si svolge in piena anima – cacerolazo sulle vie del sistema nervoso – per protestare contro le politiche di governo dissennate che hanno portato il paese alla bancarotta, e ignorando tutte le piu’ fosche previsioni del caso. (darei le dimissioni, ma sono reggente a vita.) —

mi piacerebbe scriverne ora. ma non ho le forze, non ho la lucidità, non ho le parole che spingono soprattutto. eppure lo so che prima o poi dovrò e succederà. che all’improvviso sarà tutto chiaro e semplice e forte, e vomiterò l’ennesimo pasto indigerito. vorrei che accadesse ora, lo ripeto, per passare una notte serena, invece ancora niente, e metà della notte mi è già scivolata via dalle dita, fra una lacrima e l’altra.
mi dispiace anche. di soffrirne, di non digerirla, di non riuscire a far finta di niente. ho sempre l’idea del ricatto morale, il concetto che il mio star male fa star male gli altri, e la paura che possa venir considerato un’arma puntata. non lo è. il mio dolore è dolore e basta. solo che è esposto ad asciugare al vento, sfacciato, impudico.
ho perso, insomma. ho perso contro nemmeno so chi, una battaglia mai ingaggiata contro nessun nemico. una battaglia contro tempi, spazi, situazioni, che, si sa, a volte si autodeterminano – o qualcosa del genere – e sono inesorabili. ho perso lottando sempre tra la voglia di sguainare la spada e la sensazione che fosse inutile. uno scontro stupido e a senso unico, fra me e i miei mulini a vento.
e vorrei scomparire. ora come stamattina a colazione, esattamente identico, non è cambiato di una virgola. vorrei scomparire perché sono demoralizzata, perché sono stanca e triste e mi sento piccola, perché mi sale da dentro lo stomaco il pensiero importuno che se neanche così come con te, allora.
e se potessi odiare, o anche solo incazzarmi, giuro, starei molto meglio. invece neanche quell’ultimo appiglio.

quanta energia sprecata, a cercare di immaginarmi quello che si agita (e si agita in questo caso è proprio l’espressione giusta) nella testa di certe persone. cose di cui non mi frega un cazzo da mesi ma che continuano a riguardarmi mio malgrado. famo così, guarda: ti cancello e non ci penso più. la mia energia mentale è poca e preziosa, meglio destinarla (sì, anche le briciole) a cose più importanti.

farei un foglio excel per ogni cosa. iniziando da me stessa. righe e righe e righe di cose da fare, desideri da esaudire, libri da leggere, spunti su cui riflettere, cose che mi piacciono, cose che detesto, caratteristiche del mio essere me e difetti da correggere e punti fermi su cui poter contare. in modo da avere la mappa precisa, davanti agli occhi, e ricordarla meglio.
ho bisogno – mi capita, a volte – di ordine. incasellare tutto, tracciare una riga, calcolare i totali. da lì, andare avanti e crescere ancora. e riimparare a respirare, con meno affanno e più serenità.

mi piacciono i lieti fini. i film che dopo le peripezie più improbabili finiscono con un bacio e una canzone anni cinquanta sui titoli di coda, e te che, sotto le coperte, ti stringi le braccia intorno alla vita cercando di ricacciare in fondo alla gola il pensiero di quante storie improbabili senza finale felice hai visto nella realtà, e di riportare a galla una qualche illusione in cui far finta di credere. una fata benigna, un disegno superiore, un destino più dolce.
mi piacciono a volte, certo, non sempre e non tutti. ma a momenti mi sento così, da film col lieto fine, e sono momenti in cui sono talmente vulnerabile e scoperta che chiunque potrebbe arrivare ovunque, dentro di me. dentro l’abisso nero delle mie pupille, dentro le mie ferite, dentro la mia anima che si sviluppa in verticale come un pozzo.
e sono un pugile al centro del ring con le braccia lunghe distese giù per i fianchi, il bacino in avanti, lo sguardo perso.
attonita, incosciente, senza difese. in attesa di soccombere a un attacco – di chiunque non si metta paura solo perché indosso i guantoni, ma guardi bene e capisca che in fondo — in fondo, è tutta scena.

rinuncio al tè all’arancia perché il tè mette in tensione, e io ho un serio bisogno di dormire. di distendere gambe, schiena, cervello, che mi fa male tutto, soprattutto l’ultimo. recuperare la settimana (finita oggi) e rigenerarmi per la prossima (che inizia domani). e sperando di non sognare impaginati com’è successo ieri notte, avantieri e come succede spesso. quindi accompagno il tortino ciobar eletto a cena di questa sera con un semplice, innocuo infuso caldo al lampone. ho voglia di calore e di dolcezza, per fare un facile parallelo.
eppure, pensavo, sarebbe facile sembrare una persona normale. basterebbe scrivere quasi solo di cazzate. oh, sapreste un sacco di cose su di me, così. della processione sotto casa, nell’androne del palazzo fra la scala 81 e la 57, delle rane di carta, del salvavita, di luisella del 190, del mio simpatico vicino di scrivania, di qualunque puttanata succeda al lavoro, a casa, per strada.
poi da qualche altra parte andarmi a lagnare. in qualche blog protetto, da far leggere a pochi, scollegato da qui. dietro un nuovo anonimato, raccontare cose che fino ad ora neanche mi sogno. sfogare rabbia, tristezza, disagio, paranoie.
sarebbe un attimo. niente più contrasto, niente più contraddizioni, stranezze, altalene emotive.
niente più sentirmi nuda e vulnerabile. niente più paura che ogni mia parola sia fraintesa, mal interpretata, sembri un ricatto emotivo, un pretesto, un capriccio per farmi comprare i giocattoli.
eppure, eppure non ci riesco. continuo, imperterrita, a preferire mostrare tutta l’incostanza del mondo. e, semmai, chiarirlo: non faccio i capricci. e non voglio giocattoli. voglio solo buttar fuori il veleno, e un bel giorno dovrà pur finire. le interpretazioni non importano, non importa se chi conosce la mia faccia finisca per pensare che sono da manicomio.
io normale non lo sono sembrata mai, d’altra parte, perché iniziare proprio ora?

ladra.
continuo a rubare immagini. (quella di oggi sono tre palloncini. magenta, arancio, giallo uovo. gonfiati ad elio, legati allo specchietto retrovisore di un’auto parcheggiata, ondeggianti al vento. con sopra scritte a pennarello parole d’amore, in femminile grafia grande e tonda, di quelle da ragazza solare e positiva.) (ma poi, scrivere sui palloncini di gomma con grafia grande e tonda non è più o meno come scrivere a biro nera sui fazzoletti di carta amore mio ti amo, anche se con un punto esclamativo solo?) (e io, perché mi immalinconisco a vedere certe cose? perché se penso a quanto poco mi è stato scritto, e permesso di scrivere – e regalato, e permesso di regalare – in tutti questi anni di deriva, mi sento un buco dentro al cuore?)
continuo a rubare immagini, suoni, parole d’altri. (che se solo non avessi la fame nervosa che ho e che mi fa divorare oltre al cibo anche tutto il resto, libri, film, canzoni, con foga ed alla svelta come se non dovessi far a tempo a vedere e sentire tutto quello che c’è, sarei una cassa di risonanza potentissima per ogni cosa che sento e che riverbera dentro di me per un tempo lunghissimo, mischiandosi al nuovo che continuo a buttar dentro e facendo un gran casino.) (nell’arte del sogno stéphane dice nei sogni, sei sopraffatto dalle emozioni. dice io la amo perché lei fa le cose, con le mani; è come se le sue sinapsi si collegassero direttamente alle dita.) (tutte le persone che ho amato prima d’ora non avevano abilità manuali. tipo dipingere, disegnare, suonare, che ne so. la magia di un paio di mani che creano è qualcosa di dolcissimo e struggente, ed è tutta un’altra cosa.) (fossati la mattina mentre vado al lavoro dice, dice, dice. dice giro nel mio deserto e fa lo stesso, per non scalfire il tuo senso morale; ma dentro, caro il mio ingegnoso narratore – dentro, dentro è tutto un altro carnevale. dice dormo nella follia, e tutto il teatro con me. dice siamo giocatori di carte, lo spettatore comprende; con gli anni si misura la distanza. dice è così che si ripensa a tutto l’amore detto; è così che si ripensa a tutto l’amore scritto, che era acqua da bere, fuoco, sete da morire; ma come passa il tempo, non lo sappiamo dire.) (ed è curioso il tema ricorrente della follia che mi colpisce in fronte quando meno me l’aspetto dalle parole di una canzone ascoltata mille volte prima d’ora. e curioso come da quelle di un’altra canzone, mi venga da pensare a tutto l’amore scritto e tenuto per me, in contrasto violento con tutto il poco scritto a qualcun altro.)
e rubo come se nella vita non avessi modo di guadagnare altrimenti. convinta ormai dalla consuetudine, ché tutta la gioia che ho avuto, breve, passeggera, altalenante, l’ho sempre rubata. ad altri che non avevo il diritto di scippare e che si sono sempre ripresi il maltolto senza troppo accusare il colpo; al tempo, agli spazi, alle situazioni, alla mia stessa dignità qualche volta.
e rubo quando la fame più grande sarebbe quella di regalare. ladra.

:: è che in questo deserto a tutti piace naufragare _ vivi e fortunati di poterne respirare _ così non rimane che lasciarsi dire cosa fare _ così non rimane che lasciarsi ancora abbracciare ::

plaid giallo attorno alle spalle. dormirei ventiquattr’ore al giorno. ho mal di testa, ho le guance bollenti. e il termometro si ostina ad affermare che no, non ho la febbre, anche se io secondo me ce l’ho. è solo che ce l’ho nascosta, troppo in profondità, da qualche parte sul fondo dei polmoni o alla bocca dello stomaco, e ora che arriva in superficie il termometro non se ne accorge – perché, appunto, è un superficiale, e non è che verifica se magari la mia temperatura sembra trentasei e mezzo ma invece è due-tre gradi in più. però purtroppo comanda lui. quindi neanche mi posso lamentare, neanche posso riscuotere la mia razione di minestrina-arancia-cocacola-cioccolatinoperilmorale. e l’unica cosa che posso fare è plaid giallo, pigiama, e se ho proprio tanto sonno andare a dormire e zitta e mosca. ah, e per aiutare un sonno sereno, forse chiudere fuori il gatto. il serial killer col pigiamino tigrato, sì. è che poi sono un cuore tenero e mi commuovo a pensarlo solo in corridoio, povera belvetta.
quindi, chiudo i battenti e vado a dormire. solo il tempo di attaccare le figurine sull’album di oggi: una lumaca bellissima con relativa tortuosa e nettissima striscia di bava sullo sportello dei contatori della luce; il discorso (altrettanto tortuoso ma anche altrettanto netto) sull’uomo bello e l’uomo impaccato di soldi; la riflessione, conseguente al discorso, di come forse sia più semplice e divertente pensare per schemi e caselline quadrate piuttosto che per figure che si intersecano fra loro in maniera un pò più complessa – altrimenti non si spiega come l’umanità ancora si ponga certe domande; una fiesta; il trailer e il sito di manituana; la puntata settimanale di nana; uno sguardo acchiappato al volo, sotto casa. (che di quelli, belli quanto inutili, prima o poi ne avrò una scatola piena zeppa e non saprò che farmene, come con le mie cartoline. ma è che mi piacciono, che ci devo fà.)

ho comprato una bacchetta magica. di vera plastica argentata effetto punzonato e con puff di vero marabou. certo, per due euro e novanta non è che pretendevo che fosse anche funzionante. ma giuro che la prossima volta la compro vera. e giù magie a rotta di collo, e mi riplasmo la realtà che voglio io. tu, puf!, sparisci, tu invece, puf!, diventa come voglio io, e poi puf!, giù un muro, puf!, su altri tre-quattro, e puf!, teletrasporto. via, lontano, in un posto a caso nel mondo, ché tanto va bene tutto visto che a casa non ci sono da nessuna parte.
la verità è che mi annoio. e non basta un cinema, non basta un programma in tv, non basta un’uscita o qualche battuta che spezza il lavoro. non basta se non momentaneamente. mi annoio a un livello più profondo, a quel livello in cui ti guardi intorno e neanche ti viene più, da allungare la mano per afferrare qualcosa – afferrare che cosa – perché ti sembra che poco valga veramente. ma quello che valeva veramente, fino adesso, per un motivo o per l’altro non l’ho tenuto mai.
io mi sento, e credo che mi sentirò sempre, insoddisfatta in questo modo, come se non fossi mai in grado di pagare quello che voglio. come se i miei crediti, tutti gli sforzi che già mi sembrano enormi, bastassero giusto per le noccioline – ma io, ormai, dopo anni di noccioline che gonfiano senza saziare mai, di così poco non me ne faccio più niente.
nel frattempo la gente normale vive vite normali, guadagna e gestisce rapporti normali e senza troppe seghe mentali. io no, io tutto quello che so fare è far collezione. di cose, immagini, simboli, rituali. dipinti sui muri, frasi di canzoni, parole d’altri, baci che non ho, sogni ricorrenti, bolle di bagnoschiuma, note di pianoforte, perle di saggezza, gesti sempre uguali, abbracci di gatto, angoli nascosti di città; bacchette magiche, asinelli che volano.
ma nessuna di queste cose mi dice mai *tu* con sufficiente convinzione.

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