Archive for gennaio, 2007

dicono che c’è una sola uscita. che gira e rigira, dopo una strada lunga e tortuosa, il punto d’arrivo di ognuno è uno soltanto, e non ci si può perdere, non ci si può sbagliare. io non ce l’ho tatuato (ancora), ma ci credo profondamente. solo che è difficile tenerne sempre conto.
allora mi perdo, mi attardo tra i cunicoli e dietro le curve strette che chiudono la vista, e l’uscita in quei momenti è come se non ci fosse, e con essa neanche la fiducia.
mi perdo e scivolo via, via dentro i miei pantaloni larghi e tra le mie spalle curve, via tra le ciocche che arrotolo fra le dita aspettando che ricrescano almeno un pò. via dietro le mie palpebre chiuse e appresso ai miei sogni, nell’immagine di tutto quello che non mi comprende, che non mi contempla. via dentro la bolla d’aria che ho nel cuore, quella che attutisce i suoni da fuori e amplifica quelli di dentro e rende tutto stordito e dolente.
ho mille posti dove vorrei essere. e di alcuni, a volte, forse preferirei non sapere nulla.

lui portava una vera d’oro sottilissima. lucida lucida, che quand’è così capisci che non può essere tanto vecchia. forse due mesi, chissà, forse meno. se non avesse avuto quella gli avresti dato al massimo vent’anni, ma forse non ne aveva davvero molti di più. jeans scuri, giubbino militare, cappello nero calato sugli occhi, aveva l’aria dura di un ragazzetto ribelle. gli occhi belli e dolenti che mettevano a fuoco lontano, in un altro paese forse, in altri spazi, un altro orizzonte. occhi lucidi e ferini, di animale selvatico.
lei aveva i capelli lunghi e scuri, mediamente belli, mediamente ben curati. i tratti affilati delle donne del sudamerica, le labbra imbronciate e carnose, con gli angoli all’insù. indossava una fede un pò più spessa di quella di lui, e uno sguardo felice e limpido. due occhi nero pece incastonati in un viso disteso. nessuna ruga d’espressione, nessuna preoccupazione apparente.
era piccola, snella. alta al punto giusto perché le labbra di lui poggiassero esattamente sulla sua fronte. e le labbra di lui ci si appoggiavano. mentre l’abbracciava, e le carezzava la nuca, le regalava un tracimare continuo di baci dall’aria intensa. di quei baci che evocano protezione, tenerezza.
sono scesi due fermate prima della mia, senza mai sciogliersi dal loro abbraccio. abbiamo fatto un equo scambio: loro mi hanno regalato un’immagine di splendore da attaccare nel mio personale album delle figurine, quello dove colleziono l’amore altrui; io ho ricambiato con una manciata di invidia benevola.
di questo baratto, non sapranno mai niente.

[ *your wish has been granted!*, diceva il bigliettino nella mia vasca da bagno, che tanto lo so che non è vero e che la mia è ostinazione stupida e non arriverà mai da nessuna parte ma io, io non so fare altrimenti e continuo, continuo, continuo a desiderare fino allo sfinimento -- ]

la domenica di norma rimetto insieme i pezzi in vista della settimana successiva. dietro il mio apparente poltrire tiro giù i bilanci, faccio le mie somme e le mie sottrazioni, le quadrature del dare e dell’avere; ogni domenica pomeriggio chiudo un esercizio e ne apro uno nuovo che durerà fino alla successiva domenica pomeriggio. e stabilisco le linee guida e il budget, decido tagli e finanziamenti, riscuoto i conguagli, concedo qualche (raro) condono o qualche proroga. la mia piccola finanziaria emotiva e della ragione, sulla base dei risultati dell’esercizio precedente. regolarmente, durante la settimana i consigli d’amministrazione si dimettono e vengono sostituiti di continuo, a ritmi insostenibili per un’azienda che si vorrebbe florida; e così, le linee guida e i principi non vengono seguiti mai, finendo per durare al massimo mezza giornata; ma almeno si è provato a stabilirli, il che è già rassicurante. è come dovrebbero andare le cose, è una parvenza d’ordine e di controllo.
oggi, non riesco a fare neanche questo. il consiglio d’amministrazione è entrato in sciopero.
credo che avanti di questo passo, presto dichiarerò bancarotta.

il film inizia fra le sette e un quarto e le sette e mezzo. sprofondo giù nella mia poltroncina rossa, poggio la borsa sulle ginocchia, ho la prima fila. non ne voglio perdere un istante. accanto a me e alle mie spalle, gli altri spettatori non sanno. non guardano, non ascoltano, si spazientiscono. utenti annoiati di questo teatro errante, non immaginano quante cose si possano vedere e sentire in quell’ora che per loro è una scocciatura, che preferirebbero di gran lunga risparmiarsi.
i titoli di testa sono scritti in lettere gialle grandi. dicono Pizzeria Trattoria, e sotto, tanto per ribadire, ancora Pizzeria. dall’altro lato dello schermo, riflesso in rosa pallido, qualcosa tipo Offab Rrab Ckans scorre veloce per scomparire subito.
nel frattempo, a un altro livello, e dopo una serie di luci rapide e confuse, iniziano i dialoghi. le mille voci che si sovrappongono. quella di Reps parla a lettere grandi e colorate, ben scandite, delineate alla perfezione (i semplicioni, mi ha spiegato prima il mutanda – che sono quelli più difficili da fare, a quanto pare). oppure si affianca, più scarna e a volte sottolineata da punti esclamativi a gruppi di due o tre, a quelle dei suoi amici che si dichiarano, dai muri, presenti all’appello. si chiamano Lash, Panda 1, Lucas. o Lhs Milano Bombers, o Fuori Serie Crew. poco più in alto, Trattoria Perilli promette Specialità Romane (in marrone, con delle strane font che terminano a punta), Tabacchi Piermattei Articoli Per Fumatori (a lettere pompose, rétro, arricciate), e un anonimo in rosso a rilievo su fondo sfumato Maxi Focaccia A Tuo Gusto (e come dire di no). ma nella ridda di offerte, una più onesta tenda da sole in invidiabile posizione turistica, chilometri più in là, ammetterà coi turisti attratti dal suo strillo Bar – Pizza – Pasta che il suo è un (in piccolo) Prodotto Precotto. intanto Volpetti, imponente e un pò triste, giganteggia da sopra la sua tenda beige sopra la vetrina della pizzicheria. è lì da anni, ma dev’essere rimasto un pò spiazzato quando la signorina alata dell’Interflora (che poi è mercurio, ma lui vedendolo di sfuggita l’ha sicuramente scambiato per un’affascinante ninfa e se ne è innamorato) è passata volteggiando avvolta nei suoi caratteri giallo oro ma non si è neanche fermata a guardarlo – e ora, all’incrocio successivo, ancora la troviamo lì ma chissà, magari fra un’ora volteggia via di nuovo.
Ave Maria, sussurra implorante una sbiadita madonna da dentro una cornice ovale, guardando giù dall’angolo di un palazzo di via marmorata. Ave Maria, e nessuno l’ascolta più. pochi metri più in fondo, il dio di concorrenza urla Unicredit da lucidi pannelli arancioni. lo stesso dio che in altri punti della città dice la stessa cosa in altre lingue, con mezzelune bianche su fondi amaranto sfumato, o rondinelle che volano come dai vecchi biscotti mulino bianco. Capitalia, Sanpaolo, Paribas. o letterone nere su fondi gialli che avvisano: Tutto Al 50%. ciiiiinquuaaaanta, allungatissimo, p’rcent’, piccolissimo. di passaggio davanti alle terme di caracalla, un branco di lucine gialle declama: 175 P.le Partigiani. risponde in morse un lampeggiante azzurro d’ambulanza, acceso-spento, acceso-spento. che in italiano vuol dire, pressappoco, nii-noo, nii-noo.
su via labicana, non lontano da una -Intoria, qualche timida lettera con le grazie, incisa su travertino antico, ci indica il Ludus Magnus – e se avessimo la fortuna di trovarci incastrati in un ingorgo, scopriremmo anche che ha da darci un altro paio di righe di indicazioni – ma non così, non di passaggio, cotta e mangiata. ché appunto, son timide loro. Nemo, poco più in là, meno timido ma più sognante, ci notifica con colori e omini cicciotti, alti il loro abbondante metro e mezzo, che That’s Amore. ma solo due incroci più in là, forza nuova ci scuote brutalmente dicendoci, con la sua tipica, nera grafia stile anni ’30, con le N che non ce la fanno ad attaccare il discendente in alto ma lo fanno partire mosciamente da tre quarti di asta verticale, che La Ricreazione È Finita. meno attenta alla forma, più spiccia e brusca, una palina dell’autobus ribatte prontamente che Quando Lo Stato Si Prepara A Uccidere I Propri Figli, Si Fa Chiamare Patria.
e davanti a san francesco, che ricorda Roma, L’Italia, Il Mondo (MCCXXII MCMXXII), davanti alla mole di san giovanni che recita autoritaria cose dall’aria importante come Clemens.XII.Pont.Max.Anno.V.Christo.Salvatori.In.Hon.Ss.Ioan.Bapt.Et.Evang., un display elettronico mente spudorato: 81 2 fermate 2", 16 5 fermate 10", 87 7 fermate 9". una vecchia freccia gialla e nera, ferma lì all’angolo almeno dagli anni ’60, dice Piazza Dante appoggiandosi al muro e guardando incurante la scena. stanca morta, sicuramente, poveretta.
dopo di lei, iniziano chilometri di strada lunga e dritta, scanditi dalle voci sempre uguali dei civici (che a un certo punto – 108, 110, 112 – un 114 ci ha provato ad alzare la voce, frivolo e liberty; ma il 116 dopo di lui, prepotente e conformista, ha subito ristabilito l’ordine).
scendo dopo cinque virgola sei chilometri di Jago, Asc, Trols, Siero e Koton3, dopo che i romanisti mi hanno ricordato che Lazio Merda e che C’è Solo Un Capitano; dopo un Pane Ciociaro Cotto A Legna, un Alta Tensione scritto con lo spray e un Culturista Stencil che mostra i muscoli grazie a #C0DEFC. dopo uno Speciale Pizze Tonde Da Asporto e un Ho Creduto Ke Fossi Un’Illusione (tre puntini).
all’uscita del teatro errante, due ragazzi si abbracciano.
the end.

priorit

la scena: ufficio postale di via nocera umbra, stretta traversa della tuscolana con parchetto spartitraffico tra una corsia e l’altra. ore 11.30 di sabato mattina. fuori dall’ufficio, in doppia fila, l’ambulanza. dietro l’ambulanza, bloccato, il 16. dietro il 16, bloccate, macchine in fila che strombazzano.
dentro l’ufficio postale, dove un’impiegata si è sentita male, i volontari dell’ambulanza litigano confusamente con un pò tutti. gli *un pò tutti* in questione sono quelli che sostengono che l’ambulanza non può restare lì. che la gente deve passare. d’altra parte si sa, a via nocera umbra se parcheggi in doppia fila si blocca tutto.
morale: a quanto pare l’ambulanza, secondo il sentire comune, avrebbe dovuto cercare parcheggio. magari, dal parcheggio a destinazione, portarsi un’eventuale barella a piedi. se no la gente, come fa a fare le sue commissioni del sabato mattina. magari le tocca aspettare anche un quarto d’ora, in fila.
a me, la gente, alle volte mi fa un pò schifo.

gnarls barkley mi fa sorridere. ho scoperto questa cosa ieri sera in metro, quando scorrendo i titoli sul mio lettore sono arrivata alla c di crazy. gnarls barkley mi fa pensare, con tutte le stelline negli occhi, a quest’estate. al sole e al mare e allo scoglio di mangiabarche e al campeggio, e alla macchina di mia cugina (deejay, metti la musica) che ci ha scarrozzato in giro per tutta la sardegna mentre io cantavo a squarciagola. al bagno in notturna quella sera che ero triste (smiley faces), all’odore del sale sulla pelle.
gwen stefani, e if i was a rich girl, invece è l’estate del 2005. le serate all’aquarium con i cieli stellatissimi sopra le nostre teste, io che mi guardavo quella meraviglia dell’amic(hett)o di mio cugin(ett)o maledicendo il mio appartenere evidentemente alla generazione sbagliata, e quella volta che nigololianas da dietro il bancone offriva i cocktail con la formula 3×2.
è che il potere evocativo della musica è immenso, e bastano due note per riportare a connessioni che magari sono casuali, ma rimangono indelebili e potentissime. come quando una musica brutal dei gotan project mi fa pensare all’omicidio matteotti per via del libro che leggevo nel periodo in cui l’ascoltavo a rotazione, o alla bellezza dei margini per lo stesso motivo mi riporta a Q e 10.000 oceans di tori amos a l’ombra del vento; o londra è e sarà per sempre il disco di 54 che mi girava in testa per tutti i cinque giorni (o se è per quello l’odore del sapone alla fragola di lush e del deodorante arômes fleuris al gingko biloba di clinians – ma qui stiamo già divagando), o il trenino di casella coi suoi 40 gradi sotto il sole di luglio è sciopero degli yo yo mundi, e di conseguenza lo è anche l’estrellita che mi aspetta al capolinea in piena valle scrivia.
così ad esempio, se penso alla lu la prima canzone che mi viene in mente non è un marilyn manson o qualcos’altro di darkeggiante e rock; la prima canzone che mi viene in mente è cuore di tenebra dei baustelle, col suo lalallalà vezzoso e malizioso di cui una volta lei parlò a conclusione di un post. il mio amico fabio invece è inevitabilmente asereje, di quelle tre tipe spagnole che non mi ricordo come si chiamavano, in memoria di quella volta che decise che *doveva* insegnarci il balletto – ma anche jà sei namorar perché sapeva a memoria il testo, che pronunciava alla perfezione senza minimamente sapere cosa volesse dire, e diceva che ci faceva un figurone. oh, ma anche cristina donà e la sua dove sei tu, e se è per quello anche veronica lock e i blindosbarra, perfection dei massive attack e il balletto degli ok! go. il mio amico michele, rumeno triste e con un passato dark, è stranamente legalisación degli ska-p. mentre luli sarà sempre le vent nous portera dei noir désir, e blurry dei puddle of mudd.
mio fratello è 2030 degli articolo 31; mia sorella mad world di gary jules, ma anche ape regina dei marlene, ma anche svariate altre fra cui, ad esempio (chi lo direbbe mai?) indaco dagli occhi del cielo, e solo tre minuti dei negramaro. mio padre è ma che bella giornata di sole, di venditti, mio nonno è invece, in un curioso transfert generazionale, together again di janet jackson. lucike, saltata fuori oggi inaspettata, anche lei, dagli abissi dei miei venti giga, è una tamarrissima canzone dance del 2000 o giù di lì, di quelle dal ritmo molto seventies, che si chiamava don’t call me baby – e che diceva you know i don’t belong to you _ i belong to me so don’t call me baby, e che riporta ai tempi in cui si andava a ballare e si ballava davvero, fino allo sfinimento e andando avanti tutta la notte ad acqua di rubinetto, ché si era studentesse e povere in canna e i soldi servivano per i pantone e lo sviluppo delle foto; e io iniziavo già a sentirmi prigioniera, molto prima del momento in cui effettivamente mi sarei liberata (con sommo stupore del nostro) e quelli con lucy erano i miei momenti di libertà provvisoria.
le mie parole sono ovviamente io, ma è anche il capo nella stanza in fondo al corridoio prima che buttassero giù la parete con la vetrata. il capo è anche solo per te dei negramaro e almeno due canzoni di elisa, oltre a dov’è dov’è e svariate altre (stranamente nessuna di carmen). andrea è dulce pontes. lineacurva i dirty three e i sigur ros. la tartaruga è una giapponese a roma, e cascade (per reciprocità, dopo avermi a sua volta associata a questa canzone) hyperballad di bjork. philadelphia di neil young e i believe di tale marcella detroit sono entrambe ayrton senna. e new adventures in hi-fi sarà sempre il disco di me appena arrivata a roma, delle suore e delle fughe dalla finestra la domenica mattina, di rough quando l’ho comprato per la prima volta e me ne sono innamorata.
io sono (l’ho detto più volte) il tema di 54 e tutti i proletari del pianeta. il violino di yoko kanno e maaya sakamoto. lindbergh di fossati, bullet in your head, il corvo joe. e troppe, troppe altre.
e per voi?

ehi. ehi, laggiù, dico a voi. dico, non state angosciati, non preoccupatevi. nel caso l’aveste fatto, insomma… sì, lo so che a volte sono eccessiva, e scrivo come se stessi per morire, ma guardate: non è mai niente di granché serio.
è che io scrivo per lo più a sangue caldo, da molto felice o da molto triste o da molto incazzata; ed è anche vero che a dispetto dell’apparenza di personcina molto misurata, io ho quasi sempre il sangue caldo (ma come dice, rassegnata, la pitzimamma, i geni sono geni, la famiglia è quella e ormai non ci possiamo fare più molto). è che poi mi dimentico, o tralascio, di riportare il momento in cui le cose nella mia testolina si normalizzano; però accade.
ad onor del vero dovevo scriverlo già ieri sera sul tardi, dopo una riflessione un pò più obiettiva (svoltasi tra phon e piastra), ma non ho retto al sonno e il mio computer ha lentamente iniziato a squagliarsi, e allora eccomi qui solo adesso.
insomma, alla fine ho pensato che in fondo – in fondo ho visto di peggio. e sono andata avanti lo stesso. e così, alla fine andrà anche stavolta. con un aiuto da una parte, un pò di attenzione dall’altra. devo solo spostare il mio baricentro per un pò, ecco.
ed essere più tenace nell’acchiappare tutto l’immateriale che potrò, dato che il tempo di tuffarsi nel superficiale per non pensare è, se non finito, sospeso fino a data da destinarsi.

credo di avere nel lettore l’intera colonna sonora del giardino delle vergini suicide e non ho idea di come ci sia arrivata…
dottore, è grave?

hop!

salta il fine settimana dei primi di febbraio con annessa mostra di de chirico. che per quanto fosse già molto in forse, adesso non è più neanche immaginabile.
salta il ponte del 25 aprile, e ogni ipotesi di viaggio ad esso connessa (fra cui lui, il viaggio, che stavolta eravamo proprio decise, accidenti).
salta qualunque weekend fuori da qui a molto tempo. fabio e la puglia, bologna, eventuali raduni che dovessero tenersi fuori roma.
salta ogni ipotesi di computer nuovo, che doveva sostituire il traghetto che ho sopra la scrivania e dal quale (per quanto ancora, prima che soccomba?) vi scrivo.
salta ogni programma d’uscita che preveda una spesa superiore ai quindici euro.
saltano le visite mediche.
salta la piscina.
salta, insomma, più o meno qualunque cosa che esuli dal mangiare, dormire, lavorare, pagare le bollette e non sia fatto con molta, molta, molta parsimonia. apnea quasi totale da oggi (anzi, ieri) a giugno.
ci sarebbe da farsene una ragione, ma a me continuano a girare le palle.

io oggi, in questo momento, e non certo limitatamente a stasera, ovvio, ma comunque oggi in particolar modo, vorrei accanto qualcuno. una mano dietro la nuca a sorreggermi la testa. una spalla su cui appoggiare la fronte e piangere. qualcuno che mi prenda per mano e mi dica vieni, ti porto a vedere la pioggia con me. da un posto che so io, da dove è bello guardar piovere in silenzio e non pensare a niente. e mi abbracci e mi faccia sentire leggera.
ché ho passato tutta la giornata a maledirmi in silenzio, e a maledirmi talmente tanto – me, e le volte che do retta agli altri, le volte che anche solo li ascolto anziché mandarli affanculo subito in prima istanza, e poi sotto alle cose ci rimango io, il mio nome, la mia disponibilità di tempo e mezzi a cercare di spicciare tutto dopo mesi e mesi – che mi fa male dappertutto. come se avessi picchiato la testa contro il muro.
e invece niente, telefono muto e stanza vuota e solo il gatto ad aspettarmi per saltarmi in grembo. e nessun diritto di cittadinanza nel cuore di nessuno. e oggi – non certo limitatamente a stasera, ma particolarmente oggi – mi sembra di essere una barchetta di carta che galleggia da sola, giù per gli scoli ai lati dei marciapiedi, in mezzo alle cartacce e ai mozziconi gettati. ed è vero, alla fine non mi rovescio mai; ma è pur sempre un brutto viaggio, e senza né ancora né passeggeri.

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