Archive for ottobre, 2006

il mio angelo ha stivali pesanti. le labbra rosse, le unghie lunghe e scure. il mio angelo è vestito di bianco. di mille strati, strappati e ricuciti e appiccicati insieme, uno sopra l’altro. orlo su orlo, piega su piega. ha ali di vere piume, capelli lisci e occhi grandi, spalancati. vive di contrasti. e non sa volare, ma è convinto di poter imparare.

:: è una strada lastricata, amore _ dove passa l’innocenza _ e dopo noi che siamo senza _ poi l’angelo senza di noi ::

tre deserti geografici, un deserto dell’anima. babel è un film che quando hai finito di vederlo ti gira la testa e non ne sai parlare.
andatelo a vedere, ché secondo me ne vale la pena.

a volte mi dimentico. mi dimentico di tutto il resto, dico. finisco per vivere guardandomi fissa la punta dei piedi e senza godere di quello che esiste a un palmo dal mio naso. a volte vado in palla, è come una specie di panico che mi prende e mi leva il controllo di me stessa e della realtà (d’altra parte, io ho modalità un pò dannose per riprendere il controllo. ma tralasciamo).

[

d* scrive:
eppure di primo acchito ho sempre l'impressione che tu sia in fondo in fondo davvero positiva 
d* scrive:
è solo un malanno passeggero
lapitzi [ . ] scrive:
sono altalenante, e conflittuale
lapitzi [ . ] scrive:
sono intimamente convinta che tutto vada sempre come deve, secondo meravigliosi disegni divini
lapitzi [ . ] scrive:
ma nel frattempo, quando le cose vanno male, mi scazzo
(…)
lapitzi [ . ] scrive:
e poi sono umorale, metereopatica e dipendente dagli ormoni
lapitzi [ . ] scrive:
per cui d’inverno mi deprimo, e durante la spm ancora di più
d* scrive:
beh, umorale e ovulodipendente lo sono tutte le donne
lapitzi [ . ] scrive:
ecco
lapitzi [ . ] scrive:
io forse peggio

]

a volte mi dimentico che là fuori c’è un mondo (e qua dentro una vita) in continua evoluzione, che non fai a tempo ad abituartici che è già diventato qualcos’altro. un’infinità di combinazioni e di variabili, una ricchezza di colori sconfinata. mi dimentico di guardare in faccia la gente, di darle attenzione, di assorbire tutto quello che posso, di tirarmi fuori e restituire la me stessa che ho appena trasformato per l’ennesima volta in qualcosa che non è e non sarà mai definitivo. a volte mi dimentico di ricordare. ricordare quando stavo chiusa in casa terrorizzata dalla vita, o quando pesavo 49 chili, o quando non ero libera neanche di scrivere o di parlare di me stessa, e ricordare che in fondo è sempre stato tutto nelle mie mani. a volte mi dimentico di non dare ascolto a chi mi mette sotto pressione per questioni che non dipendono da me; mi dimentico di non pormi crucci che non mi riguardano, problemi morali o esistenziali o pratici che non sono i miei. mi scordo la più elementare delle economie dell’anima, quella che avevo imparato quando (non) c’era carlo, mi scordo l’autonomia emotiva e il godere di quello che ho. mi dimentico di demolire le sovrastrutture inutili e le convenzioni, di guardare alla sostanza. di avanzare trasversale, della mia anarchia interiore. :: i’m aware what the rules are _ but you know that i will run ::, dice tori amos in un impeto di volontà che mozza il fiato, ed è quel but che cambia tutto e dà un senso alla vita.
a volte mi dimentico che in altri tempi ho imparato a credere che tutto in fondo va come deve, *sempre*, sempre. che le cose giuste arrivano nei momenti giusti e in quei momenti il da farsi è sempre chiarissimo, inevitabile, e non c’è poi tanto da agitarsi, ma solo da gustarsi il momento.
il percorso potrà essere lungo e tortuoso, ma l’uscita è una sola. e non ci si può perdere, mai.

a me i miei capelli lunghi piacevano. o meglio, mi piacevo io coi capelli lunghi. mi piaceva il solletico sulla schiena, buttarli dietro le spalle, raccoglierli tutti insieme in code belle alte. solo che avevo bisogno di vedermi diversa dalla solita immagine di me sempre identica. e di – come dire – un pò meno peso alla testa. l’avevo detto: più leggera, più forte. uguale: quindici centimetri di lunghezza in meno, un altro taglio, un colore completamente diverso. chi dice che per una donna tagliarsi i capelli ha un alto valore simbolico e rituale, per quanto mi riguarda ha perfettamente ragione. mi sembra di aver recuperato tutte le forze perse negli ultimi tempi.
per chi fosse rimasto con la curiosità di cosa avevo da dire ieri prima di crollare per il sonno: si trattava di raccontare – come ormai hanno già fatto – un inatteso aperitivo sull’erba, tre metri sopra il celio®, in compagnia di un uomo da (far) sposare e di un’elegante donna in gonna e tacchi. e le chiacchiere innaffiate dallo spritz, e le risate del resto della serata col resto del gruppetto. ma non ho più tante parole, ho ripiegato già tutto nel solito cassetto dei bei ricordi, dove finiscono tutte le serate con loro. (a proposito: ho verificato. era una cazzata. :D )

dondolare su un’altalena in pieno centro di roma. ricordarmi che l’ultima volta che ero salita su un’altalena ero al primo anno di università, dopo una nottata in bianco per preparare un esame; in un’alba lattiginosa e fresca, coi vecchietti insonni che mi guardavano storto, io dondolavo e mi sentivo bene. oggi ho riscoperto la sensazione di tirare su i piedi e fluttuare avanti e indietro. un vago senso di galleggiamento all’asciutto. c’era una catena che cigolava, un cielo color petrolio, svariate stelle che luccicavano. è vero, quasi tutte le cose belle sono inutili. però sono belle, in fondo è questo l’importante.
e vorrei scrivere un sacco di altre cose, ma mi si chiudono letteralmente gli occhi.

a me, ad oggi, anche se è uscito da anni ed anni, e anche se non ho una particolare passione per il suo interprete (ma bisogna considerare, d’altro canto, che per il coautore ho una venerazione autentica) anime salve mi fa, sistematicamente e inevitabilmente, venire tanto di pelle d’oca. tutto, dall’inizio alla fine.

:: saper leggere il libro del mondo _ con parole cangianti e nessuna scrittura _ nei sentieri costretti in un palmo di mano _ segreti che fanno paura ::

ho visto silvio orlando a via dei giubbonari. tre o quattro portoni prima di quell’omino pazzo furioso che intaglia le monetine col seghetto da traforo. che a sua volta era cento metri prima del mercato. il mercato all’ora di pranzo, sotto il sole di ottobre, con la frutta fresca e le castagne col riccio, e il banco del miele artigianale, e quello dei legumi e delle spezie – che profumava di curry e di coriandolo e di rosmarino, di cose buone e antiche. ho visto la luce posarsi sui tetti, sulle cupole, sul tevere, attraversare le foglie degli alberi rendendole lucide e trasparenti.
vorrei essere più bella. più leggera e più forte, più luminosa. avere più certezze e più libertà.

con gli occhi chiusi ripercorro la strada, continuamente. quella strada che sa di sale e miele, di pane caldo e di sole sulla faccia. cammino avanti e indietro, piano, a passi piccoli, rievocando languori e dolcezza. avanzo guidandomi con le mani, ritrovo dossi e gradini, il tepore della pietra, i battenti delle porte che, spinti appena un poco, si aprono lasciando uscire la luce. sorrido lieve, in fondo al cuore.
si può conservare l’emozione?, dividerla in pezzetti piccoli e tenerla al fresco e all’ombra per riprenderla più tardi, un pezzetto per volta, quando si vuole? e gustarsela piano, farla durare per sempre?

l’omino dell’anagrafe mi aspetta in borsa. ancora non riusciamo a fare amicizia, non so perché. che poi lo so che avrebbe qualcosa da raccontarmi, se solo lo stessi a sentire per un tempo sufficiente, se lo lasciassi incominciare a parlare. ma io non ci riesco. alzo lo sguardo dalle pagine, mi distraggo, sfuggo. corro appresso al rumore dei freni dei tram, mi perdo nel riverbero delle luci della sera, nell’infinita teoria di ombre sui marciapiedi. mi inchiodo a pensare, insistente e stupida, sempre nella stessa, costante e infruttuosa ricerca di *qualcosa* – qualcosa di interessante, qualcosa di cui essere felice, qualcosa che mi tenga viva. qualcosa che mi spieghi perché stasera dovrei tornare a casa, o che mi indichi dove mi dovrei dirigere invece che là.
se riuscissi a piangerci su sarebbe già un gran passo avanti. butterei fuori qualcosa, perlomeno, sarebbe già simile a una reazione. invece niente, mi sento vuota e non so fare altro che prendere atto della cosa. cercare e cercare e cercare e ottenere in risposta solo uno schermo bianco. no entries match your query.
lo so, è sempre lo stesso discorso. ma è che questa cosa sta diventando un’ossessione. che sono stufa delle piccole cose. stufa di accontentarmi di stare a guardare, stufa della vita che mi sfiora ma non mi morde mai, come se fossi un frutto indigesto. stufa di fare giri a vuoto, di annotarli sul mio quaderno promettendomi ogni volta che quella sarà l’ultima. sono stufa di non avere alloggio, cittadinanza, radici, di non avere direzione e meta.
stufa di avere le vertigini e non potermi allontanare dall’orlo di quest’abisso…

la voce di lou rhodes sa di sabbia. sabbia asciutta e calda, strofinata forte sulla pelle. [:: and every lesson _ can only help us grow _ to feel _ each moment new ::]
quella di joe accarezza e preme. calda, bassa, stringe le spalle e i fianchi, s’insinua crudele dentro lo stomaco. [:: lasciaci guardare quando l'angelo sorride _ lasciaci sentire il canto dolce della sera ::]
io ho i muscoli doloranti e la carne scoperta, gli occhi spalancati e le mani strette a pugno. sento quello che voglio sentire, mi concentro. immersa nella luce dorata di questa notte, localizzo il baricentro che mi dovrà tenere in piedi da domani. ridisegno per l’ennesima volta i miei confini, la terra di nessuno intorno a me, tutto quello che servirà a proteggermi. misuro i passi, calibro la direzione in cui muoverli. è dolorosamente necessario. dolorosamente necessario.

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