Archive for settembre, 2006

programma di un fine settimana in solitaria. parte #1 – sabato

punto primo, schiodo il culo dalla sedia.
punto secondo, esco, prendo il 650 e vado a pranzo con tamara. (ricevere una sua chiamata esattamente nel momento in cui pensi "ora alzo il telefono e la chiamo", fra noi due non è né eccezione né coincidenza, è prassi da 23 lunghissimi anni.)
punto terzo: alle 4 mi avvicino da lush e rifornisco di prodottini per la manutenzione delle mie folte chiome. (ricordarsi di farsi timbrare la tesserina, ché 30 euro di spesa fanno un bel pò..)
punto quarto: feltrinelli per trovare questo e questo (nominati prossimi in coda di lettura dopo il bel finale de l’ombra del vento). (credo di non aver mai letto un libro edito da sellerio, fra l’altro.)
punto quinto: se rientro presto a casa pulizie. in prima serata, lavorare con lentezza o lisbon story.
punto sesto: mi addormento con un sorriso sulle labbra, autoindotto probabilmente con l’aiuto di una tazza di tisana alla frutta o del solito bagno caldo o del contatto col maiale antistress o semplicemente con una sana opera di autoconvincimento che va tutto bene tutto bene tutto bene.

in background, durante tutto lo svolgimento, penso parole. le parole adatte a rispondere a una bellissima lettera. non è così difficile, solo che dev’essere accurato.

imperfection is full of spirit ::

[vista su un treno, stamattina.]

io prendo gli stipiti delle porte. lo dicevamo, no? ho seri problemi di equilibrio. li prendo pieni, certe spallate che mi spostano. a volte sono proprio convinta di star imboccando la porta, precisa, centrale, e l’aver valutato male le distanze si rivela a sorpresa.
a volte.
ma la maggior parte delle volte no, la maggior parte delle volte lo so, che ci sto andando contro. solo che spero sempre che la materia inerte, alla fine, si sposti e faccia ala al mio passaggio. inutile dire che non è successo mai, neanche una volta, e sebbene il paradosso del corvo bianco insegni che non bisogna mai dire mai (e io purtroppo ho passato l’infanzia a leggere libri di paradossi e illusioni ottiche, oltre che storie di fantasmi, il che dovrebbe dirla lunga), dubito che succederà mai.
ma davvero è troppo tardi per crescere?

ho le labbra rosse. il nero intorno agli occhi che va via in dense strisce orizzontali. ho sotto il naso l’odore di una pelle che mi è cara, e non avrei smesso mai. ed è talmente improbabile, riuscire a starsene riparati e cavarsela senza neanche un graffio…

giochiamo che ero una principessa?

giro la chiave nella toppa. spingo il portone. saluto nel buio, un auricolare in mano, gnappo che mi salta su una spalla a mò di stola di volpe.

facciamo che avevo lunghi riccioli biondi e due occhi tondi e scuri a forma di bottone, e la bocca a cuore. e una gonna gonfia di tulle, che brillava e luccicava.

mia sorella è a casa dai miei, rocky lo incrocio cinque minuti al giorno. nel palazzo di fronte i cinesi mangiano tutti insieme intorno al tavolo, lei col pancione non ha ancora partorito, ma non deve mancar tanto. un ragazzo parla al cellulare passeggiando in balcone.

facciamo che vivevo in un palazzo con i pavimenti sempre lucidi, e i lampadari di cristallo che riflettevano la luce del sole in migliaia di piccoli arcobaleni. nel salone del mio palazzo c’era un ballo ogni settimana, e tutti erano felici e si volevano bene.

avevo fame, mi è passata anche oggi. accendo la luce in cucina, dò i bocconcini alla mia stola di volpe. mescolo una tazza di latte freddo e tre cucchiaini di nesquik, prendo due pangoccioli. ne mangio solo uno.

facciamo anche che ero magica. avevo una bacchetta magica a forma di cucchiaino, e quando la facevo tintinnare contro le tazze, contro i bicchieri, contro i cristalli dei lampadari e le ringhiere degli scaloni di marmo, tutti i principi che volevo cadevano ai miei piedi, incantati dal mio fascino fatato.

ho in gola profumi dolci che non smettono di pungere alla nuca.

facciamo che ero felice?

io parlo da un altro pianeta. lontano, estraneo, senza nome. parlo da dietro un vetro, una coltre di nebbia, da dentro un acquario nel quale i suoni di disperdono e si deformano. i più non se ne accorgono. altri pensano di essere così furbi da aver capito cosa dico e indovinato *qual è* il pianeta – ma io, qui, non vedo sagome avvicinarsi all’orizzonte. altri ancora mi esasperano al punto che alla fine glielo dico io, oh, guarda che io non ci sono, e la loro reazione è un silenzio ottuso, che lascia me ancora più in silenzio di loro – ammutolita per lo sgomento davanti a tanta stupidità e mancanza di rispetto.
poi c’è chi forse lo intuisce davvero, ma con la discrezione di non vantarsene. e magari chi pensa che io sia suonata ma non lo dice. che merita un ringraziamento a parte, perché certe notizie ci si può davvero risparmiare di conoscerle.

(sì, sono di gran malumore. sì, passerà, questo momento di intolleranza da zitella, ma intanto che c’è, potrò sfogarlo anch’io aggiungendomi alle folte schiere di irritabili del web?)

in fondo io cerco solo di difendermi, sai. dal dolore, dalla tristezza, dal rifiuto, dall’abbandono, dalla rabbia. dalla vita. non mi riesce particolarmente bene, perché mi manca la prudenza necessaria per alzare la guardia, e così ho il viso perennemente esposto ai graffi; ma ci tento, disperatamente, di continuo. ed ecco il perché di tante cose.
se dovessi nominare un mio sogno, adesso, sarebbe quello di riposarmi. di sapere che esiste un luogo dove non devo difendermi, dove non c’è pericolo, non c’è ostilità. un posto dove posso ritirarmi ogni tanto, quando ho bisogno di tenerezza e calma. dove le ferite trovano lenimento.
E invece, quest’autunno è già troppo lungo, troppo stupido, e non ha vie di fuga…

:: minna mi adora: ne ho la prova, anche se dubito che si ucciderebbe se dovessi morire. ma quando sta per saltare giù dal letto e la chiamo, implorandola di restare – "dai, minna, rimani qui, stai con me, minna girl" – per un istante mi guarda con un’espressione di leggera esitazione, ma si allontana subito e salta giù dal letto. sempre. è raro che si verifichi un’eccezione: una volta che un gatto ha deciso di fare una determinata cosa, le nostre suppliche non gli interessano affatto. in circostanze analoghe, un cane cambierà idea se insistiamo, non importa quanto sia urgente il suo bisogno di compiere una determinata azione. un cane accetta i compromessi, è altruista, si preoccupa innanzitutto di come stiamo noi. i gatti no. ecco perché ho l’impressione che minna per un attimo si senta combattuta; la sua natura più profonda le dice: "salta, sciocca, non dargli retta. che cosa significa quell’uomo per te?". tuttavia la sua esperienza con me le parla in modo diverso. perdo quasi sempre, ma il fatto che si volti e mi guardi con aria pensosa, quasi volesse dirmi: "vorrei restare, ma sono un gatto. ciao", per me è un omaggio alla profondità dei suoi sentimenti nei miei confronti. ::

…grazie, grazie a tutti, davvero, sono commossa, non credevo proprio di arrivare fin qui, proprio io, la ragazza della porta accanto! ringrazio tutti i miei fan che mi hanno seguita e sostenuta per tutto questo tempo, saluto tutti quelli che mi conoscono e mando un bacio alla mia famiglia che per me è molto importante. ah, e volevo dire anche che il mio più grande desiderio è la pace nel mondo.

bene, e dopo la dichiarazione ufficiale alle telecamere, a microfoni spenti in verità in verità vi dico che, per celebrare il traguardo dei tremila commenti (che è stato scelto in maniera assolutamente casuale in quanto mi piaceva la cifra – sapete, tremila, tre anni che ho aperto il blog, circa mille commenti all’anno, è carino…), avete vinto un premio. il premio è che apro tre pagine a caso del manuale d’istruzioni della pitzi e ve ne riporto il contenuto, così, di modo che possiate avere qualche squarcio di luce in più su questo meraviglioso personaggio che avete qua di fronte e che vomita le sue stronzate sui vostri schermi. iniziamo, dunque.

uno. a pagina sedici del manuale è riportato quanto segue:
lapitzi non va mai presa di petto. mai. davanti a energici consigli del tipo "stai sbagliando, devi agire in un altro modo", a meno che non si tratti di questioni estremamente tecniche, oggettive e quindi argomentabili, lei reagisce impuntandosi come i somari, e generalmente facendo (continuando a fare) l’esatto contrario di quanto le viene consigliato, perché è sarda, e dunque barrosa (leggi: testarda e presuntuosa, convinta di avere in tasca la verità, quantomeno quella valida per lei al momento). per darle consigli, perciò, bisogna usare metodi un pò più soffici. anche così, però, non è detto che funzioni: il privilegio di parlare per il suo bene, lapitzi lo concede solo a pochi intimi. in linea di massima, lei si riserva il lusso di decidere da sé quale sia il suo bene, e se in quel dato momento della vita vuole perseguirlo o meno.

due. a pagina ventuno troviamo un monito fin troppo ripetuto in tutta la cosiddetta blog(o)sfera, ma che fa sempre bene ripetere un’ulteriore volta:
quello che scrive qui sopra è solo una piccola parte di quello che lapitzi pensa, elucubra, prova. è solo una parte di sé che ha voglia di essere scritta. e non è neanche detto che quel che deducete di quanto si legge qua sia giusto. al contrario, lei in genere fa tutto il possibile per mischiare le carte e non farvi capire troppo di quello che oggettivamente succede nella sua vita, perché i fatti oggettivi sono molto poco interessanti, e probabilmente se voleva raccontarvi la sua misera esistenza scriveva quattro pagine a confidenze o a intimità della famiglia. segue, necessariamente, che lei è molto più complicata e articolata di quanto appare, e che ci sono molte facce della sua personalità che da qui non si vedono, alcune più leggere e carine, altre ancora peggiori di quelle che appaiono qui. se non conoscete non dico tutte queste altre facce, ma almeno una parte, non siete esattamente suoi amici. si può entrare in confidenza in molti modi, ma non è detto che questo accada necessariamente quando si leggono assiduamente le parole di qualcuno. va da sé che, se non si è più che in confidenza, consigli, giudizi e quant’altro possono finire per risultare superflui. si rimanda al punto uno, a questo proposito. (lapitzi, e chi la conosce di persona può confermarlo, non è né particolarmente schiva, né acida, né superba. però un pò di senso della misura aiuta, ecco.)

tre. verso la fine, a pagina quaranta:
lapitzi, quando qualcuno ha qualche atteggiamento che la urta, lì per lì abbozza, perché non vuole sembrare permalosa (ma lo è), perché odia gli scontri inutili, e perché considera sempre l’altrui buona fede e tenta di non ferire chi ha di fronte. tuttavia, a volte, la sensazione macera e viene tutto a galla dopo qualche tempo. accade, ecco. è uno dei lati nascosti di cui al punto due.

questa mattina ho ripristinato il blocco scocciatori. di corsa, sul treno che mi portava al lavoro, prima che il mondo si svegliasse – per carità.
ho mura di nuovo molto larghe, e al di qua (nell’anello 1) stanno davvero pochissime persone. quelle *indispensabili*.
esiste anche un anello 2, fra la prima e la seconda cinta muraria, abitato da un altro paio di persone (il paio alla sarda, chiaramente), ma proprio poche poche. poi, il resto del mondo. il magma indistinto e infido del resto del mondo, con cui, adesso, non mi va di avere molto a che spartire.
e capita, signora mia. a volte ci si frattura l’anima, e c’è bisogno del gesso, e di evitare altre possibili botte, perché tutto torni più o meno a posto – che poi, sa bene, signora, le fratture si fanno sentire sempre eh, anche dopo aggiustate, bastano due gocce di pioggia; ma comunque.
il mio gesso è fatto di disillusione e cinismo, acidità e veleno. scetticismo, e malignità, e diffidenza. a presa rapida su garze di malumore. dentro, calcificano domande un pò stizzite che non vengono pronunciate e che non vogliono risposta, perché è meglio non saperle con certezza, certe cose, meglio tenersi i vari benefici del dubbio, anche se non ammazzano le domande.
illudersi di non sapere, anche se con la pancia (inutile dirlo) noi streghe si sa sempre tutto, è l’unica cura possibile, a volte.

e sì, torno a casa galleggiando, galleggiando lenta nel buio che avanza e ciondolando la testa da un lato e giocando a sfocare (ancora!) le luci con lo sguardo. ci metterò una vita. va bene. non importa. di questi tempi, i momenti di transizione sono quelli da gustare meglio. da lasciarsi sciogliere in bocca come cioccolatini, cercando di decomprimere cervello e sistema nervoso. si tratta di lasciare il timone, e farsi portare. è semplice. nient’altro.
e nel frattempo tutto entra in transizione, anche le parole, che girano ininfluenti e sfumate intorno alle uniche quattro cose che vorrei dire e non dico, che sento nella pancia senza dar loro un nome. (la pancia ha sempre ragione. sempre. non mi è mai capitato una volta che sbagliasse. siamo noi a metterla in condizione di aver torto, col cervello, con le circostanze, con le parole che le neghiamo.)
stasera mi sono innamorata di mina che canta tre volte dentro te. :: e l’anima brucia _ più di quanto illumini :: , dice.
sfoco tutto ancora un pò. chiudo gli occhi. domani è ancora lontano.

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