mi piacciono le giunture. i posti di confine. è sempre stato così. sono attratta, e mi immalinconisco dolcemente trovandoli nostalgici ed inspiegabilmente belli, da quei punti dove qualcosa finisce e qualcos’altro inizia. dove gli elementi si accostano, s’incontrano, s’intrecciano, anche e soprattutto se in maniera goffa. lo so, sembro malata a dirlo, nessuno ci farebbe caso; io invece butto lo sguardo là. sui muri sotto le insegne, dove staffe di sostegno e tubi corrugati e cavi elettrici stanno insieme a sormontare gli ingressi, abbarbicati alle pareti come gechi; o alla base dei lampioni, dove fascette e viti stringono insieme i pali in un abbraccio che ha del romantico. sulle parti alte, finali, e trascurate, dei muri di cinta, quelle dove le affissioni non arrivano, dove neanche i graffitari si scomodano a scrivere – dove nelle crepe fra un mattone e l’altro – altro confine, dentro il confine – crescono a sorpresa erbacce, spine, fiori strani. sono i posti che non sono di nessuno, che non chiami in nessun modo, che stanno lì per puro raccordo eppure hanno quasi vita propria. come gli incroci delle strade. i palazzi ad angolo, quelli antichi, smussati, con le finestre che si affacciano in diagonale, i balconi tondi. che non capisci dov’è che finisce una strada e dov’è che ne inizia un’altra; quel punto della superficie della parete che non è più di qua e non è ancora di là, o forse è contemporaneamente tutti e due. o come i cartelli che indicano la fine di un comune, e l’inizio di un altro. o il mare, che ad un certo punto finisce il tuo, senza picchetti né boe né righe rosse tratteggiate, e inizia quello di nessuno (o di tutti), e qualche miglio più in là, nella stessa maniera incerta e indefinita, quello di qualcun altro. mi piacciono gli incontri, nel senso più esteso della parola; i punti in cui una dimensione (un luogo, una superficie, un’idea, un tempo) si affaccia e precipita in un’altra. le albe, i tramonti, il sonno-veglia, quel secondo in cui esiti prima di pronunciare una frase. e il punto della pelle in cui una spalla si trasforma in un collo, l’angolo caldo che appartiene ancora al torso e già quasi alla nuca; e quel lembo di viso che non è più guancia e non è ancora bocca – in quell’attimo infinito in cui un non-bacio si trasforma in un bacio.
Archive for agosto, 2006
la novità è che non ci sono novità. nessuna a parte l’odore di pioggia imminente e la felpa dentro la borsa, niente a parte il taglio di luce un pò diverso e settembre che arriva all’orizzonte. nessuna nuova, le stesse strade, le stesse schiene nei sottopassaggi delle stazioni. ci sono sempre gli stessi impiegati delle otto di mattina, sempre gli stessi zingari che sciamano verso trastevere, e il vecchio col cappello che chiede l’elemosina in ginocchio è sempre lì in cima alle scale dove l’ho lasciato. le piccole e grandi miserie umane sono tutte presenti all’appello come sempre, tutte là in fila le preoccupazioni e le scocciature, là le ferite dell’anima e le malinconie e le semplici stanchezze. la città ricomincia a cantare la sua nenia eterna.
e non c’è mare a lenire i dolori, nessuna luce abbagliante in cui galleggiare; ma roma non ne ha poi bisogno, e carezza ugualmente, a modo suo. e fra poco inizierà l’autunno, e sarà tutto un pò più naturale.
io, ho passato il fine settimana a cercare di riacchiappare le maniglie dell’esistenza. e in preda a una qualche nostalgia, ho fatto le pizzette di sfoglia.
talmente umidiccio e freschino che sembra di sentire odore d’autunno, e non è neanche settembre. odore d’autunno che è poi, storicamente, odore di matite colorate, di grembiuli appena stirati, di carta dei diari e dei quaderni.
eppure fino a questo pomeriggio era estate, inequivocabilmente estate. e avevo sulla pelle il profumo del doposole. invece, invece, già si ricomincia. io sono pronta?
…eh, signora mia. non esistono più, le mezze stagioni.
l’ultimo bagno della stagione è un finale in grande stile. un bagno al tramonto in un mare che è un olio, liscio e tiepido e colorato di rame, di bronzo, d’oro fuso e incandescente. e io mi guardo le mani scure con le unghie chiare, dentro l’acqua, e la pancia abbronzata e i piedi che galleggiano vicino al fondo di sabbia chiarissima, e penso penso penso – non penso assolutamente a niente, ecco la meraviglia. se non che effetti speciali come questi, ancora nessun computer riesce ad eguagliarli, e poi soltanto ciao alla mia terra.
al prossimo anno, al prossimo agosto di sale e vento e – nonostante tutto – magia.
il fiorentino dormiva appoggiato al tavolino del bar affianco al nostro, il primo giorno, mentre aspettavamo i comodi della reception del campeggio. aveva la faccia tutta schiacciata sulla plastica del tavolo, i capelli tutti per aria, una maglia con scritto 100% suino (ma me ne sarei accorta solo quando si sarebbe alzato).
il fiorentino aveva gli occhi verde bottiglia col taglio a mandorla, e i canini appuntiti come un vampiro – ma me ne sarei accorta solo guardandolo in faccia più da vicino – e parlava con l’accento fiorentino – ma me ne sarei accorta solo dopo, quando ci avrebbe detto, cedendoci il posto sul muretto davanti alla reception, "volete sedervi? tanto io ho già dormito su i’ttavolino del barre". parlava con l’accento fiorentino, cioè aspirava tutte le c, assolutamente tutte tutte, come in quel motteggio stupido della ‘ho’ha ‘hola ‘hon la ‘hannuccia ‘horta ‘horta; ma quando voleva, per fare lo splendido (e fare colpo, mi sa) scandiva per bene tutte le sillabe, mentre io per fare la splendida gli indicavo in quali sillabe di quali parole le c sarebbero scomparse, e in quali no.
era piccolo, lui. una creatura, se calcoliamo che per me tutti quelli dopo l’80 sono delle creature (eppure). studiava ancora, da medico. diceva che voleva salvare una vita prima della fine della vacanza, e se quindi, per favore, qualcuno poteva svenire. aveva la voce sottile, cantava sempre. cantava delle robe orribili, musica leggera italiana, cantava più di tutte il piccione di povia, facendo pure il verso del piccione. e dava alle frasi un’adorabile intonazione vagamente lamentosa. diceva "sono depresso, non mi vuole nessuna". (più tardi gli avrei detto "io non ci credo" – e in effetti continuo a non crederci). (più tardi gli avrei detto "io sì").
il fiorentino è una di quelle classiche storie da vacanza che durano una sera e il giorno dopo è scomparso tutto (e lui sembra avere altri giri e altri pensieri, e tu fai mostra di non curartene, e lui chissà, forse ci rimane male e forse si offende – o forse anche no – e comunque in definitiva finisce tutto nello stallo più completo); ma comunque sia io volevo ricordarmelo. ed ecco perché ho preso appunti, e ve l’ho raccontato. niente di più, niente di meno.
sì. la vodka è traditrice. traditrice insieme a tutto il resto, al freddo che ti piega le dita dei piedi e ti contrae le spalle senza nessuno che ti abbracci e ti coccoli per non fartelo sentire, ai locali sempre pieni della gente sbagliata, alle chiacchiere che per quanto leggere e divertenti finiscono sempre per farti perdere lo sguardo nel vuoto pensando "uh. cazzo." e riflettendo che sarebbe davvero carinissimo se le cose che vorresti fossero semplicemente possibili, o anche solo se non avessi mai pensato niente su certi piani e potessi vivere in una beata, ottusa ignoranza di quello che c’è al mondo e che *non puoi* avere.
sì. dovrei cambiare cocktail.
niente metodo tv, come avrete notato. è che andando a ripescare dagli archivi, i post a cui ero affezionata erano troppi e tutti legati a momenti decisamente troppo tristi della mia vita, e quindi alla fine mi son detta vabbè, sai che c’è. e son partita senza nemmeno salutare (e capirai).
allora sono tornata avantieri, come da tabella di marcia, ma di scrivere non ho avuto tempo. poi ieri non ho avuto voglia, e oggi non saprei cosa scrivere. in una settimana ci sono state talmente tante cose che a un certo punto, dopo due giorni che stavamo lì, sembrava passata una vita, e che ancora un’altra ne dovesse passare. non saprei riassumere se non col solito elenco sconnesso di immagini, suoni, colori. ma durerebbe tantissimo, tra gli innumerevoli posti dove ho lasciato quarti d’ora del mio sonno e le troppe espressioni raccolte in giro e incamerate e fatte nostre; fra il caldo del sole sulla pelle e il vento della sera che si infilava sotto i felpini, fra i pomeriggi al baretto del campeggio e gli aperitivi zingari sulle sdraie chiuse in riva al mare (bacardi breezer a collo, pizza pretagliata a spicchi, patatine in pacchetto di produzione rigorosamente sarda). dovrei per forza nominare i pini a bordo piscina e la ranocchia fuori la tenda; le bancarelle di san teodoro e il clarinettista, i bagni dell’ambra day e l’ambra night (a pianta diabolicamente circolare, alla faccia del mio senso dell’orientamento); e poi i fiorentini, quello che dormiva sui tavolini dei bar, in special modo, e la pineta, e l’alba sul mare; e bobby, senza dubbio, e la legge dei grandi numeri. e troppe altre cose a cui ci si abitua troppo in fretta e che troppo in fretta svaniscono nel nulla. (mentre io, io adoro le tracce e le conseguenze. adoro le cose che lasciano conseguenze, sì. e in questo momento della mia esistenza, vorrei che *ogni* evento mi cambiasse la vita, anche solo di un pizzico).
tornata qui, la prima cosa che ho rilevato – durante una delle ormai leggendarie serate black del sabato – è che i cocktail a base di vodka sono traditori: se fino al terzo va tutto a meraviglia, al quarto arrivano le paranoie, tutte insieme, e ci si inizia a crucciare molto del fatto che non si trovano chiodi che scaccino chiodo (-scaccia chiodo scaccia chiodo scaccia chiodo) abbastanza efficacemente. il cruccio permane anche a distanza di ore e dopo un giusto sonno. nessun effetto apprezzabile sull’equilibrio, né sullo stomaco, né sui centri del linguaggio. lucidità pressoché inalterata, strano ma vero.
credo ai fantasmi. alla telepatia, all’anima, alle magie, ai segnali del destino. credo agli angeli custodi quando li sento attraverso campanelline da appendere al polso; a babbo natale quando posso manifestarlo attaccando una lettera a un albero sotto il cielo limpido di dicembre. sono un’esteta, io, basta che suoni bene e credo un pò a tutto, mi sta bene così. dunque, il dieci agosto, per san lorenzo, credo ai desideri espressi alle stelle cadenti, specie se le stelle le si va a vedere in spiaggia e in compagnia di un paio di birre – e specie dato che mi si avvisa che entro un paio di generazioni non ne potrò esprimere più, desideri al cielo. ne ho viste tre, alla fine, comunque – tre stelle lente come solo potevo vederle, uno perché lente mi si addicono, due perché se no non sarei mai riuscita a individuarle, essendo astigmatica e guizzandomi un pò tutto.
dunque, tre stelle, due desideri. due perché alle prime due non ero convintissima di aver visto bene e quindi il primo desiderio l’ho ribadito; il secondo desiderio era un pò il generico del primo, diciamo, ma in finale è il più probabile dei due: dato che sullo specifico ha già lavorato babbo natale e neanche poi in maniera esageratamente precisa, secondo me lo prendono come pratica già evasa e bona l’è. ma va bene, pazienza, io mica posso saperlo a prescindere.
ah, poi: a fontanamare stasera c’era davvero tutto il mondo. fra le altre cose, io e lacugginabbuona abbiamo incontrato lacugginacattiva (sapete, direbbe mia sorella, la nostra, con le sue fazioni e lotte intestine, non è proprio esattamente una famiglia normale…). grasse risate sadiche da entrambi i lati, ma io ovviamente ho sentito di più le nostre. mentre lacugginabbuona mi raccontava gli aneddoti dell’adolescenza e i vari soprannomi, io pensavo. che il mondo è proprio piccolo e io ne sto sempre abbbondantemente fuori e anche un pelino più in alto, ma quando mi capita di trovarmici immersa è proprio divertente…
2 (due) tequila sunrise. 1 (un) bacardi breezer, perché al baretto sulla spiaggia non c’era niente, a parte birra (e niente rossa). 1 (una) porzione di patate fritte, con ketchup del milan e maionese dell’inter – un derby alimentare accanitissimo.
galleggio panza in su, con l’acqua fin dentro le orecchie perché la linea di simmetria del peso corporeo, si sa, arriva davanti alle orecchie; in lontananza rumori riverberanti di una serata triste (ma dopo partirà maracai-bo_ mare forza no-ve_fuggire si ma dove_zan-zan). sopra la mia testa, una miriade di stelle, e una luna piena rotonda e luminosa che sembra un opale – e a me viene da piangere per tanta bellezza. e ‘sti cazzi se non ho un asciugamano, ‘sti cazzi se mi asciugheranno i capelli all’aria (e chissà quando) e faranno schifo, ‘sti cazzi se di tutta la sabbia fine e nera di questa spiaggia non mi libererò mai più. io seguo il mio cuore corpo, sempre, e se il mio cuore corpo dice, con l’acqua alla caviglia, che è *necessario* che io entri, io entro, e se dice, con l’acqua a metà coscia, che *devo* buttarmi, io gli do ascolto mi rilasso mi butto e vaffanculo.
e la questione del viaggio per il viaggio – ci penso galleggiando panza in su mentre trattengo le lacrime – e dell’irrilevanza della meta, come la metti la metti, è molto bella e poetica ma sembra proprio (a noi derelitti che siamo sempre perennemente in viaggio e non vediamo l’ombra di un traguardo *mai* e siamo anche un pò stanchi di non arrivare *mai*) la stronzata di tutti quelli che, una meta, l’hanno già raggiunta. nel dubbio e nel frattempo, io personalmente continuo a camminare perché non so fare altrimenti. chi viene con me?