Archive for luglio, 2006

gnappo sta bene, poi, in realtà. è solo che ha avuto una ricaduta e allora l’hanno operato e gli hanno tagliato via un’appendice importante del suo peloso corpicino (per quanto perlopiù inutilizzata), e allora si è depresso ed è entrato in sciopero della fame. sì sì, proprio così. si è ritirato in cima a un mobile in veranda e mangia e beve solo se la roba gliela portano lassù, altrimenti si rifiuta di scendere. depresso e offeso. giusto io potevo avere il gatto in paranoia. per carità.
qui intanto è l’ennesima sera soffocante, di caldo insopportabile; e mi godo quei pochi fili d’aria che soffiano dalle tre ante spalancate immersa ad occhi aperti nel buio liquido spruzzato d’arancione. e ho i soliti crampi alle gambe, che ho ricominciato a tener tese tutto il santo giorno, dio sa poi perché, e alla sera si vendicano con ferocia. e ho voglia di tempo, di lentezza, di calma – ché non c’è particolare motivo di stressarsi ma io, io mi sa che ho finito le energie per stavolta.
e ora dormo, e voglio un sogno dolce. uno che domattina mi faccia svegliare sorridendo.

è ufficiale: sono entrata nel trip del cremino algida. salutiamo l’inizio di un nuovo, sfavillante ciclo alimentare. dopo quello del carpaccio, quello del riomare patè, quello delle amarene fabbri, quello dell’oliva ascolana, quello del tori yoi di stazione termini, è il momento del cremino. sissignore. non si dica che non mi tratto bene, io – e che non tratto bene il mio apparato digerente.
mancano quattro giorni (e mezzo) alla partenza. finirò 1984, per quel momento. urge decidere la successione. potrei attingere alla mia coda di lettura, che annovera un prezioso storia italiana del novecento che potrebbe fare al caso (ma anche un totò peppino e la guerra psichica, che col caldo potrebbe rinforzare i miei – blandi – istinti sovversivi), o guardarmi intorno e scegliere una qualche perla dal mio cataloghino einaudi tascabili. ad esempio c’è il bestiario di cortázar (già letto, ma anni fa e frammentariamente; era quello del tipo che vomitava coniglietti) che potrebbe regalare un pò di fluttuante disincanto a queste tre settimane di caldo e di calma. e come non accompagnarlo a il gioco del mondo [:: per arrivare al cielo servono solo un sassolino e la punta di una scarpa ::]?
mancano quattro giorni alla partenza e sto facendo mentalmente le valigie già da tre. faccio liste e le mando a memoria e le aggiorno in continuazione. conosco anche già il volume dei bagagli che porterò con me (e sarà alto in maniera inconsueta, ché è un periodo che ho bisogno di appigli materiali). è che sto già con la testa in riva al mare, sento già il sapore del sole sulla pelle.
poi, devo correre da gnappo. (gnappo sta male. io faccio il tifo per gnappo).

se fosse ora il momento di scoprire le carte, avrei una valanga di cose da dirti. tutte quelle che non ti ho detto in questi mesi, per paura, rispetto, pudore. tutte quelle che ho tentato di non raccontare nemmeno a me stessa per paura di trovarmele, poi, scritte in faccia e perfettamente leggibili.
ti direi che credo di essere innamorata di te, prima di tutto. e che non è una novità di oggi, ma è una cosa che mi è cresciuta dentro a poco a poco, gradualmente e senza che potessi far niente per contrastarla. ti direi che ero già innamorata di te quando ti ho regalato quel libro e ti ho segnalato tutte le parti che parlavano di me. che nemmeno una l’ho segnata a caso, che erano tutte parti di un discorso.
ti direi che ho l’impressione che tu sia per me come una specie di metà magnetica mancante. che quando non sei nella mia stessa stanza avverto la tensione verso dove sei. che mi sembra di avere la percezione precisa del tuo corpo a metri e metri di distanza.
credo di aver capito tutto la volta che ti sei ammalato e sei stato a casa per qualche giorno. che quando sei tornato io ero di spalle, e ho sentito i tuoi passi da dietro la porta e mi sono illuminata, e quando mi hai stretta in vita e mi hai scoccato un bacio sulla guancia dicendo la mia stella, a me è balzato il cuore in gola. credo di essermene accorta lì, sì, per la prima volta. poi è stata un’unica, continua serie di brividi sulla pelle.
che se ci penso, ero quasi convinta – al mio livello razionale, superficiale, conscio – di aver messo a tacere tutto, infine. di dominare la parte istintiva di me che diceva che ero attratta da te con quella corretta che diceva solo che eri l’amico più prezioso. ma ci ho messo mesi, a darti l’indirizzo del mio blog, e quando alla fine mi sono decisa l’ho fatto sperando, in cuor mio, che ti accorgessi che, anche in tutti i passaggi che non avevo nascosto perché non erano palesemente riconducibili a te, comunque era di te che parlavo. e non lo so se poi te ne sei accorto, o se magari semplicemente già sapevi, ma aprirti la porta è stata la cosa più bella e giusta che abbia fatto in questi ultimi anni, e lo rifarei cento volte.
ti direi che il primo bacio che ci siamo dati lo aspettavo da sempre. che non me l’aspettavo, pensavo sarebbe rimasto per sempre un desiderio irrealizzato, ma lo volevo come nient’altro al mondo, e in quel momento, mentre ti avevo tra le braccia, non mi sembrava neanche vero. e neanche l’altro ieri mi sembrava vero, e a pensarci, ancora mi sembra talmente bello e strano e *naturale* che potrei essermelo inventato io – averlo disegnato sulla traccia ondulata delle tue labbra che in questi mesi ho così caparbiamente mandato a memoria. ti direi che ho la sensazione che tu abbia baciato, di me, l’anima, e non il corpo. il cuore, e non la bocca. che mi sembra che abbia preso il mio spirito fra le mani e l’abbia coccolato e protetto, come finora hai fatto col resto di me in mille altri frangenti di cui non sarò mai abbastanza grata e incredula.
ti direi che nutro la speranza – non so più quanto segreta – che tutto questo, tutta l’intesa e la tenerezza e l’attrazione e l’affetto profondo che io avverto, e di cui nel profondo di me sono certissima – non vadano sprecate. che mi sento come se non avessi mai vissuto; non me le ricordo, le delusioni precedenti, non mi ricordo il dolore, non posso averne paura. sono come il bambino che non si è mai scottato, e allunga le mani sulle candeline della torta per acchiappare la fiamma.
e so che al 90% io questa battaglia la perderò, so anche che con ogni probabilità non è proprio in corso nessuna battaglia; ma per il mio 10% di probabilità, io mi sento di lottare con le unghie e con i denti. perché non mi perdonerei mai per aver perso senza aver neanche combattuto.
se fosse il momento di scoprire le carte, questo post avrebbe un vistino verde e domani lo troveresti pubblicato come primo della lista. ora come ora, il vistino ce l’avrà rosso, e resterà sepolto in mezzo a tutte le altre cose di cui ho avuto troppo pudore. se lo troverai lo stesso, vorrà dire che avrai cercato; e allora, andrà bene così.

ho passato più di un’ora a domandarmi cosa mangiare. se cinese, supplì, mac donald’s o farmi un’insalata o farmi un pentolino di riso o che altro. ho finito per optare per un cremino in balcone (cioè, due, cremini. ma vabbè). devo scendere a prendere la lettura del contatore della luce e mi sembra un’impresa inaffrontabile. tutte quelle scale, oddio. anzi, tutto quell’ascensore, oddio. poi prima mi devo vestire, e capirai. un’operazione complicatissima. poi devo piegare la roba che ho steso nemmeno ricordo più quando. io odio piegare la roba, e oggi lo odio ancora di più.
ho passato la vera giornata larva. erano secoli che non trascorrevo la giornata larva. quella in cui non fai assolutamente niente che non comporti la contemplazione passiva di qualcosa (tv, libri, pc, tutto fa brodo) o lo stato puramente vegetativo, in cui non hai neanche la forza di *scegliere* un film da metter su e guardare. scegliere è già un’azione troppo volontaria.
ci sono stati trentatré gradi e nove, dentro camera. tutto il giorno. adesso siamo a trentuno e quattro (è una costante, trentuno e quattro, qui dentro. chissà di che strano fenomeno si tratta). e buona parte del tempo l’ho passato abbracciata al maiale antistress. a palleggiarmi fra le pareti del cranio quell’unico neurone sveglio – che riproduceva imperterrito sempre lo stesso nastro.
boh, questo post non mi piace, è sconclusionato come si addice a una vera giornata larva [e come ogni volta che vorrei dire una marea di cose che non dico, e tengo in sospeso]. ma lo mando su lo stesso, giusto per non smentire le statistiche che dicono che luglio è il mese in cui scrivo di più.

mi sta scendendo l’effetto portinaia. cioè il crollo totale conseguente alla sveglia a suon di citofono da parte della portinaia, questa mattina ore 9, dopo meno di 6 ore complessive di sonno. ho cercato di contrastarlo tutto il giorno, ma niente. in fila alle poste e sulla poltroncina della parrucchiera, e sui mezzi, e ciondolando per le strade del centro sotto la pioggia mentre andavo a riscuotere i miei sacrosanti 35€ di prodotti lush (che mi spettavano per aver completato la tesserina fedeltà); ma niente. crollerò adesso. non so quanti sabati sono, che non sto a casa e non vado a letto presto. ogni tanto ci vuole, ogni tanto bisogna coccolarsi.
io, ho la sensazione di avere l’anima che lievita.
già.

in tensione tutto il giorno, contraggo muscoli che a fine giornata mi si scollano di dosso ed è come essere fatta completamente di elastico debole, di quello che si rompe con un niente e rimane molle e tutto onde.
e fa caldo, una cosa da star male, e io mi sento gocciolare via l’ultimo filo di fiato dai bronchi, l’ultimo battito di forze dal cuore – da sotto la pelle, l’ultima ombra di lucidità. mentre mi stringo le braccia sulla vita per non far scappare l’ultimo senso di me che mi rimane – l’ultima certezza prima di tutte le vertigini, prima della pelle d’oca ad agosto. prima dei respiri altrui che mi scuotono come un maestrale d’estate.
ho smesso le metafore, e sono vagamente preoccupata.

io sono il coro dei violini. che porta in alto un vocalizzo delirante.

io secondo me non ce l’avrò mai, uno che mi guarda da qualche passo di distanza e mi dice "passeroootta. chœccè?", così, con la o con l’umlaut – tante o con l’umlaut, ripetute una attaccata all’altra. non ce l’avrò mai, dico. e in verità non so se mi sembra una gran perdita, ma per non sbagliare, quando avrò un fidanzato esigerò che mi dica così almeno una volta, come pegno d’amore.
per il resto, stasera, pizza birra tiramisù e mirto; aria fresca e forno a legna; bacarozzi e racconti di incidenti (senza conseguenze alle persone). e vado a dormire tutto sommato più o meno all’ora solita, sperando di non sognare i cd di pr*isma anche stanotte, e di non svegliarmi alle 6 un’altra volta.

piove. c’è l’aria color giallo oro, e riverberi di luce dappertutto. cerco di farmi passare l’idea malsana dei sofficini per cena, e di optare per una più ortodossa insalata. allo scopo, temporeggio.
rientrando a casa, sul 170 ho visto un vecchietto che sembrava garibaldi. cioè, garibaldi del bar aurora, di 54. aveva esattamente la faccia con cui l’ho immaginato, quell’aria un pò smarrita di chi – ‘scolta, io non ho mica capito, sai? - che è poi la stessa aria che aveva mio nonno quando non sentiva quello che gli dicevi. mi ha anche guardata, con quella faccia lì, e io ho pensato chissà, magari è lui davvero, la materializzazione in carne e ossa del mio personaggio, e mi ha riconosciuta.
sulla metro invece, c’era un ragazzo col chupa chups. sì, il chupa chups. trent’anni suonati, i capelli esplosi in alto sulla testa, una scarpa slacciata e una guancia gonfia della palletta zuccherina del chupa chups. sarebbe stato benissimo con la bambina delle farfalle sullo sfondo del sito, se solo fosse stato vettorializzabile (e sì, magari un filino più giovane).
poi sono a casa e non accendo luci, e nemmeno tv, e mi cambio senza aver voglia di chiudere le porte e, presa dal panico di non aver abbastanza tempo per fare tutto quello che vorrei fare stasera (una miriade di cose), e dall’imbarazzo di scegliere da *quale* cominciare, non riesco a fare altro che stare qui buttata al centro del copriletto rosso a guardare fuori l’acqua che scende piano e le finestre dei dirimpettai.
uh, al cinese si è surgelata la bottiglia dell’acqua in freezer. e la signora del piano di sopra abbassa la tapparella: è pronto in tavola, sia mai che ci vedono mangiare…

mi sfuggono le parole. ho una stanchezza addosso che è innaturale, che confonde tutto e fa perdere le fila dei discorsi e sospendere le frasi a mezz’asta. si avvicina un temporale, una cosa seria con lampi e tuoni e tutto il resto appresso. e io prima di tornare a casa, quando ancora si approssimava soltanto un tramonto rosa pallido e madreperla e faceva caldo, sono risalita su per la mia scalinata preferita. che ci sono passata davanti coi mezzi e sono scesa di corsa, all’improvviso, come se mi avesse chiamata. e sono arrivata su con le gambe che bruciavano e il cuore in gola, ma comunque – a guardare tutto così da mezza distanza – alla fine mi sono calmata. ché il mio dio, quello in cui ho sempre creduto e riposto speranza, è uno che si fa i fatti suoi e non interferisce mai, ma quando c’è da darti una carezza sulla nuca o una pacca sulla spalla c’è sempre.
volevo parlare di priorità, oggi, ma non ho trovato la forma adatta e non lo farò.
poi volevo parlare di spettacolo e di deduzioni arbitrarie; di come oltre a quello che si vede sulla scena, dietro le quinte ferva una serie innumerevole di attività che alla fine nessuno considera, essendo più facile e mentalmente economico semplificare tutto limitando l’esame del reale a ciò che appare. volevo parlare di informazione, e di altre cose così. ma non farò neanche questo, e per una volta me ne andrò a letto alle dieci come i bambini.

ci sono cornici dappertutto. appese ai muri, sottovetro, mostrine, stelline, gradi; lettere, certificati; foto in bianco e nero, a colori, in seppia, di matrimoni, vacanze, natali, pranzi e cene, feste e momenti qualunque.
e in un angolo c’è un biglietto. c’è scritto al mio unico amore, che adorerò senza scadenza nella vita terrena e spirituale, un bacio. v. e un poscritto: pago i pagamenti li esamino ogni giorno. dice che lei ha trovato il biglietto mesi dopo che lui è morto, rimettendo a posto le sue cose, fra i documenti. dice che dopo, non ha mai più avuto il minimo problema di soldi.
e io la trovo una storia tanto bella. di quelle da due lacrimucce e tanta pelle d’oca.

e stasera posterei una canzone, ma il testo sarebbe eccessivo. ma da quando è venuta fuori in shuffle tra i miei venti giga, mentre tornavo a casa, l’ho ascoltata sei volte. ecco.

[    h*: io voglio scendere dalle montagne russe

     lapitzi: io no.
      io voglio comprarmele.   ]

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