odio il fatto che il pannello a led che dava la temperatura fuori dalla metro a ponte lungo sia morto da mesi. così non posso essere per niente precisa. è tutto un cazzo dire fa caldo, se non sai quanto caldo, o fa freddo se non sai quanto freddo.
odio quando la gente in metropolitana o sui treni si appende ai pali di sostegno ma non si regge in equilibrio, e così si lascia oscillare col suo culone e tutti i bagagli del caso addosso agli altri – a me, nella fattispecie, che invece mi reggo in equilibrio senza mani e che, chissà perché, se ho appresso uno zainetto anche di dimensioni irrisorie sembra sempre che ho assassinato qualcuno.
odio aver fatto tardi ieri notte e aver dormito meno di sei ore – ricominciamo, sì – e soprattutto aver finito per star lì ad assorbire passivamente le cagate che dicevano i ragazzetti del programma voglia! su italia1. che poi sono gli stessi che facevano amici quando io ero piccolina, quindi ragazzetti un paio di palle. questi hanno trent’anni suonati da mò e ancora stanno lì a parlare di verginità. giuda assassino, verginità! se sia un valore o meno, e se si possa considerare verginità tocchicciarsi ma non penetrarsi. oh guccio, ma andare a zappare? non prima di essere andato affanculo, però, mi raccomando.
odio che quando ho chiamato per bloccare l’adorabile casetta di fronte a dove sto ora, il padrone di casa l’aveva tempestivamente già affittata. probabilmente a qualche idilliaca coppietta. e di nuovo non cambio casa, parafrasando il maestro.
dovrei dormire di più, sì.
Archive for maggio, 2006
devastation party
ovvero: eppure avevo giurato che non sarebbe più successo
tanto per cambiare sono in ritardo. è che ho avuto qualche incertezza sul vestiario, all’ultimo, non che fosse importante ma ecco, è estate ed è una bella serata e quand’è così una tende a curarsi un pò di più anziché, come da uso invernale, infagottarsi in un maglione-qualsiasi-basta-che-sia-nero e via. comunque. sono in ritardo. a dirla tutta credo che ggisus non sia con me oggi; si dice abbia sbagliato coi mezzi e abbia preso la linea B anziché la A. si dice che abbia detto "già che ci sono scendo a tiburtina, faccio orario a san lorenzo e poi vado al qube" (che rigazzino). ad ogni modo, ritardo o non ritardo, giungo a destinazione dove gli altri 3 moschettieri di turno già aspettano pronti a partire. quindi, si va. viaggio in macchina, chiacchiera chiacchiera chiacchiera, preserata costituito da aperitivo con pinot grigio (altoatesino. buono, non conoscevo vini altoatesini) e pizza bianca (non fra le migliori mai mangiate, neanche fra le peggiori). fase 2: giardino del festeggiato, brezza fresca, odore d’arrosto, musica di quel genere che io non riesco proprio a seguire, tanta gente dall’aspetto molto metal, fra cui un leggendario gesù (non ggisus, che come precedentemente ricordavo è andato al qube). c’è un cane alcolista entusiasta di quello che raccoglie dal pavimento, una bambina con un nome strano, c’è l’amico col cappelletto. una ciotola di insalata di riso residua aggredita in quattro o cinque, bicchiere di mistone. da qui in poi, in ordine sparso: mezzo bicchiere di birra, vino, difficile ricerca di un tirabouchon; a una certa, rosetta con salsiccia. poi vino. poi altro vino. poi mezzanotte, regalo e auguri al festeggiato che va fierissimo del suo trattato scientifico nuovo di pacca. poi del tempo diluito occupato da non meglio precisato traccheggio in giro. a un certo punto un rum e coca. sconsiglio vivamente a un tizio di mischiare la vodka con la coca cola, ché secondo le mie competenze di sommelier non legano per niente bene. poi lunga chiacchierata (?, la percezione del tempo non è proprio certissima) con l’amico col cappelletto. faccio il fatale errore di sedermi – ma ho il sospetto che se anche non mi fossi seduta sarebbe uguale. bla, bla, bla, bla, bla. poi buio. poi a un certo punto sto camminando per il giardino e urto lo spigolo di un tavolino rovesciando una buona metà di quanto sosteneva. il particolare buffo è che il tavolino è rotondo. bastardo, doveva avere qualche spigolo retrattile che ha sfoderato proprio quando passavo io! poi buio. poi rumori indistinti. poi a un certo punto sto abbracciata a un tizio che mi dice che sono caruccia (caruccia?? che cazzo vuol dire caruccia? come un soprammobile!), e messe da parte le perplessità lessicali ci salutiamo piuttosto calorosamente. poi nient’altro fino al momento in cui mi trovo faccia a faccia con un limpido specchio d’acqua. peccato che sia il fondo della tazza del cesso. da lì in poi, declino inesorabile con molta confusione. forse, invito gentilmente un tizio che mi chiede l’uso della toilette a levarsi dal cazzo. sì, può darsi. chiedo mille volte scusa alle anime pie che mi sostengono in questi momenti difficili. freddo. macchina. casa. buio.
dalla regia mi precisano: almeno un paio di sostanze alcoliche in più di quelle che io avevo contato, di cui una in particolare ha dato il colpo di grazia; delle braciole viste aggirarsi fra la gente, disgraziatamente nelle mani sbagliate; una mia ben poco gentile risposta a un poverino che nel mezzo del mio personale film dell’orrore mi chiedeva come stavo; che probabilmente ho sparso in giro il mio numero di telefono, e probabilmente non esattamente nel momento più azzeccato (e, aggiungo io, chissà anche se eventualmente ho messo le cifre nella giusta sequenza).
beh. al di là di tutto, il festeggiato era uno splendore, of course. a attrus’annusu, goppai!
nell’arte sublime di perdere tempo, io sono maestra e gran sacerdotessa. nel girare intorno a me stessa mentre cerco di capire dov’è che finiscono i venti minuti, le mezz’ore, le giornate. fra decine di buoni propositi e voci di to-do-list che decadono inesorabilmente e mentre, fuori da quei dieci centimetri d’aria fra la tapparella abbassata e il davanzale, si mischiano rumori vaghi di una mattinata calda e lenta. intanto che sogno ad occhi aperti un cappuccino e un cornetto che, non c’è niente da fare, non mi busseranno mai alla porta, devo per forza scendere io – risolvermi ad iniziare la giornata – ma non c’è verso. è tutto terribilmente lontano, di sabato mattina, terribilmente faticoso, a cominciare dall’uscita da certi sogni che sono durati decisamente troppo, e perché si siano presentati proprio non si sa.
non ho storie da raccontare. non ho personaggi che escono dalla mia penna, niente intrecci impossibili di eventi, nessuna morale da insegnare attraverso favolette dal candore tardoinfantile. non ho una meta, non ho un obiettivo. scrivo perché mi scappa, perché non posso farne a meno, per raggiunta saturazione. come sempre, ormai lo stra-sapete tutti.
non racconto nulla. non descrivo la realtà attraverso angolazioni particolari e deformanti. non faccio letteratura, non faccio poesia, non faccio reportage, non faccio opinione. sono sterile. uno sterile aprire la bocca (il cervello, le dita) e dare fiato. uno sterile sfogarmi, un espellere scorie, liberarmi dell’indigesto.
non sono interessante. non ho una personalità carismatica, non aderisco a filosofie o religioni. sono uno spirito diffuso che fluttua in silenzio e latra per iscritto. ho in gola un cane che abbaia di rabbia e desolazione, legato represso e con la museruola. lo slego qui, il resto del tempo sta chiuso dietro un sorriso a labbra strette.
una dimensione come un’altra dove inciampare. curioso, scoprirla adesso. è come aprire cassetti vecchi di cui non conoscevi il contenuto. e che adesso come adesso non contengono niente di utile, ma sono un viaggio nel tempo che ti lascia sorridente, leggera e un pò altrove.
potere delle parole, quando diventano letteratura…
ho finito di rileggere un libro per la seconda volta – un mattone di carta da 666 pagine e 124 capitoli di cui non finirò mai di innamorarmi, che è così bello che vorrei viverci dentro. inizierò ad aggredire free karma food (balzato in cima alla ormai permanente coda di lettura composta di almeno altri 5 o 6 libri), che m’incuriosisce e presenta l’indiscusso vantaggio di essere molto più leggero, fisicamente parlando, e di poter essere portato appresso più spesso e dunque letto in tempi più brevi. poi vi saprò dire.
intanto ho trovato il modo di ripescare una lettura di cui avevo nostalgia perché era troppo bella e struggente, perché scriveva cose che altro che curve, ti arrivavano al cuore dritte come fusi. che ogni volta che scriveva un post era come se si alzassero in volo mille fate, e non l’ho mai più trovato, qualcuno che scrivesse *così*. rileggo tutto, voglio sognare ancora. l’autore non se l’avrà a male…
tequila sunrise come quando ti ho conosciuto.dev’essere il subconscio, lì per lì non ci avevo pensato, ma prima di uscire avevo in mente di chiamarti, a fine serata. invece non ti chiamo, per stasera va bene così.
la compagnia giusta, ormai la solita, una pizza una birra due tequila sunrise, parole a fiumi. risate, come al solito, altrettante, di quelle buone, di quelle che vengono su dal cuore. poi gisus era con noi, quindi che altro pretendere. e guarda, era talmente con noi che rientrando a casa, alle 3.20 di mattina, ho trovato parcheggio al primo colpo esattamente sotto il portone di casa. se non è gisus questo… (oh ma io vi vojo propriobbene,và!)
mi faccio male. chissà per quanto ancora, continuerò a farmi male. a non riuscire a pensare di non vederti più. a cercare di immaginare la ragazzina dei buoni pasto, per capire a me cos’è che manca – a parte i buoni pasto, certo – e com’è che si faceva a entrarti nel cuore come io non sono mai riuscita a fare.
a me continuano a passare per la mente una marea di momenti che non riesco neanche a mettere in parole, di quei momenti in cui avevo lo stomaco che si accartocciava e brividi sottopelle e sentivo di volerti un bene che non sapevo neanche dirti, e mi trovo a pensare che per te non voleva dire nulla, era solo andare a letto con una persona che mediamente stimavi, ed è lacerante. a me vengono in mente tutte le volte che non sapevamo resisterci, le volte che mi dicevi "ci vediamo più spesso?", le volte che mi dicevi di volermi bene e ho la sensazione di essere stata così stupida, così stupida. così stupida da leggere a modo mio i gesti teneri che ogni tanto mi regalavi, a pensare che non ero io, è che non eri il tipo, o forse non era il momento, ma prima o poi avremmo finito per stare insieme. io mi sento, continuo a sentirmi, devastata e sola, scavata dentro.
ma questa è un’altra faccenda, e tu non c’entri, ti dico. tanto è così che vuoi sentirti dire. tanto vuoi solo avere la coscienza limpida di un bambino incosciente, e io che cosa ci guadagno a dirti per l’ennesima volta che io, io ti volevo. che ti sceglievo con convinzione, ogni singola volta, che mi facevi sentire viva, che con te avevo voglia di parlare, di uscire, di dormire, di vivere. che me ne viene, a continuare a ribadirti queste cose. ché per te ero l’ultimo impegno, l’ultima scelta, e questo non cambia e non cambierà mai.
continuo a masticarmi quest’amaro in silenzio, a inghiottire tristezza e scopririmi a far le smorfie come i ragazzini. prima o poi vomiterò anche tutto questo, chissà. chissà quando.
:: lascia pulite le stanze : che ci voglio dormire ancora : vedo nel vetro le stelle cadere ogni ora : anche senza di te :: lasciamoci senza parlare : non ti accorgi che è tutto perduto? : se chiudo gli occhi il tuo sangue si gela all’istante : vedo il ghiaccio che cola : dentro la tua bocca ancora : dentro la tua bocca ancora ::
si chiama f.a.. anzi, a.f., cognomeennome, come sui buoni pasto ticket restaurant. ha un cognome che suona vagamente napoletano e un nome che nella goliardia popolare fa da sempre grottescamente rima con la definizione "la mano amica".
compra le imitazioni da mercatino di chanel n.5 e di roberto cavalli for woman, a lui regala l’imitazione da mercatino di acqua di giò da uomo, che se già è sputtanato l’originale figuriamoci il tarocco cosa può essere. usa labello milk & honey, che dona alle labbra un immediato e morbido benessere, stampa le foto da qualche fotografo che sulle buste ha una coppia che si sbaciucchia e una frase che recita "una stampa fotografica è per sempre".
lascia in giro fazzoletti di carta con su scritto, in una morbida grafia femminile a stampatello grande grande (corpo 30 circa, a occhio e croce), "pasqua 2006 – amore mio ti amo sono pazza di te!" (un punto esclamativo solo, quantomeno, non tre o sei o sedicimila. è già qualcosa). nel frattempo lui si scopa un’altra – un’altra che sono io. io che se avessi una penna a portata di mano scriverei in calce al fazzoletto "anch’io", e lascio capelli in giro con malcelata soddisfazione.