Archive for aprile, 2006

consigli (avvilenti)

(da www.benessere.com)

Dall’analisi del rapporto circonferenza della vita/circonferenza dei fianchi emerge che un regime dietetico e’ strettamente raccomandato
Poiche’ il peso a 20 anni e’ superiore ai limiti consigliati, il mantenimento del peso forma potrebbe presentare dei problemi, si consiglia di leggere l’articolo: Dopo la dieta, nella sezione Argomenti
Poiche’ hai gia’ effettuato diete molte volte, ma sei ingrassato/a ancora, si consiglia di leggere l’articolo: Dopo la dieta, nella sezione Argomenti

mavafangulo! -_-

boh, niente, riapro. non ce la posso fare. son durata quattro post…

eppure l’avevo detto, che non mi sarebbe successo mai più. invece tac!, come un pollo, un’altra domenica (che poi domenica non era, ma fungeva da) a panza all’aria. la morale è: mai fidarsi di certa gente. e forse anche: la gastrite rende più sensibili all’alcool, quindi occhio. in tutto questo non ho il numero di telefono del bel ruggero, sogno erotico di un’adolescenza intiera ricomparso magicamente in mezzo alla folla cazzeggiante di via zamboni. in compenso ha il mio numero un tizio con un bellissimo piercing al labbro, ma che non mi richiamerà mai perché gli ho chiesto sette o otto volte se era proprio sicuro di non essere calabrese, e deve avermi preso per un’esaurita di prima categoria. in tutto questo, a fine serata, quando ormai distrutta stavo andando a coricarmi e stavo malissimo, volevo mandare un messaggio a colui di cui ai post precedenti dicendogli che comunque era proprio stronzo. non l’ho fatto. ho mantenuto il mio aplomb da donna orgogliosa (e orgogliona).
dopodiché: nella basilica (cattedrale?) di san petronio non si trova traccia di maometto. né di pisanu. eppure è bellissima. così come è bella piazza santo stefano, e di pregevole fattura il portone di casa di prodi. il cortile dell’archiginnasio con tutti i suoi mille duemila cinquemila stemmi araldici è delirantemente figo. non ho trovato lo stemma della sardegna, ma solo uno con un moro soltanto. doveva essere di dopo che hanno sciolto il gruppo. e sotto il portico delle tre frecce non si riesce a individuare le tre frecce, accidenti. ma è divertente cercarle, e come al solito c’è solo una persona che mi può accompagnare in giri assurdi di questo genere. respect.

p.s. mi sento soffocare, a tenere il blog protetto. quasi quasi riapro.

:: hold your breath and count to ten _ and fall apart and start again _ hold your breath and count to ten _ start again _ start again ::

come va, dice. beh, nel pomeriggio di ieri ha iniziato ad andare meglio. reagisco. m’indispongo. lo stato attuale delle cose è che considero chiusa la questione. e che fortunatamente non ho avuto il tempo di arrivare al punto di sentire troppo la mancanza. si tratta solo di riabituarmi al telefono muto. a pensarmi estremamente singola, ed egoriferita. intanto ho fatto spazio sulla memoria dei miei messaggi, pulito camera, stirato i capelli, fatto la valigia. domani parto.
start again.

detesto l’idea di averci quasi un pò creduto. io che non credo mai a niente, io che sono sempre così cinica e scazzata. la detesto e detesto le mie lacrime e mi sento una bambina stupida. ma passerà anche questo. e anche la mancanza di te e l’amarezza e il sentirmi così sola e delusa.
io mi incasso fra le spalle e ti saluto di rimando.

::non è niente sta’ tranquilla è solo il cuore ::

_io non sono felice.

rientro a casa, poggio la borsa, carico una lavatrice di roba bianca. ho male alle gambe, le spalle nervose, la gola che raschia.

_io non sono felice.

ho fatto la strada del rientro cercando di convincermi di aver già cenato. ho la pancia vuota, non la riempirò.
ti ho scritto un messaggio che chiedeva una parola dolce. non è arrivato. non arriva. io continuo a sentirmi sola, continuo a masticare amaro. probabilmente prenderò un giorno di ferie lunedì. forse lo prenderò per stare da sola a casa.

_non sono felice.

mi manca la tenerezza delle tue mani sulle mie. il disegno nero sul tuo avambraccio, accarezzarlo con le dita. mi mancano i baci che mi hai dato sulla pancia. mi manca tutto come se non fosse mai stato mio. come se avesse un prezzo troppo alto, come se me lo fossi voluta permettere in un momento in cui volevo far la ricca ma non avessi pensato che in realtà non avevo con che pagarlo. mi mancano le sere che vorrei poter avere. il terreno che nessuno dei due cederà.

_non sono felice.

io, io mi perdo dentro sale di cinema deserte. pagine di libri che parlino d’altri tempi. per non pensare, per cercare qualcuno che mi racconti una favola, una leggenda, la storia di una battaglia o l’epopea di una lotta senza fine. mi perdo con le mani sulla bocca e gli occhi velati dietro le lenti degli occhiali. mentre cerco le parole per descrivere campo de’ fiori sotto la pioggia luccicante e irreale di fine aprile. scompaio sotto ombrelli color cielo o color prato, affondata dentro sciarpe molto più lunghe di me, in pantaloni nuovamente molto più larghi della mia misura. scompaio senza guardare negli occhi la gente. e in tanti altri modi, dai più sottili ai più concreti in cui si può provare a farlo.

_io non sono felice.

a volte ci provo, a tirar le fila di tutto quanto. a cercare di capire che senso ho. perché sto così. dove sto andando, cos’ho da offrire. a volte ci penso e sembra tutto un magma indistinto. un disordine generale in cui le piccole cose graziose si perdono e i singoli disordini particolari si amplificano a vicenda.

_non sono felice.

a piazza vittorio c’è una madonna senza volto. o almeno, sotto la pioggia e dietro ai finestrini del mio autobus sembrava senza volto. l’ho guardata in faccia, lei. lei ha guardato in faccia me. non ho capito cosa mi ha detto.
io non sono felice, e ho carenza di tutto.

vorrei averti qui a portata di abbraccio. odio il fatto che non sia così. che c’è questo quartiere liquido e rallentato e tutte le finestre aperte e un pomeriggio lunghissimo di una pasquetta segata in due e io sono sola e tu seicento chilometri più in là. potevamo vederci, fare qualcosa, *vivere*. invece io sono sola e tu, tu seicento chilometri più in là.
odio che tu pensi che a me la cosa non pesa. odio quando dici che mi accontento. che non mi sono posta il problema, che non ci penso. che mi sono buttata in una storia così, senza valutare il mezzo stivale che ci divide. lì per lì no, è vero, non ci ho pensato. ma l’istinto di proteggermi non mi è venuto, perché mi piacevi, perché poi che ne sapevo se sarebbe diventata una storia o meno. era un incontro, il resto si è costruito da solo, a poco a poco. e poi, tu, tu ci hai pensato invece? e bè, cos’hai concluso? e se anche ci avessimo pensato, e anche ora che ci pensiamo, che soluzione possiamo darci? cosa si fa?
che non lo so come andrà, poi, e perché continuiamo, e perché ci autoimponiamo questo tormento. so che vorrei averti qui. che accidenti farei salti mortali per avere qualche giorno da passare insieme a te e invece non sembro mai fare abbastanza. so che a volte è accorante. che non so che fare. che anche a me piacerebbe che si potesse gestire tutto così, di getto. decidere che una sera prendo e passo. decidere che fa fresco, magari usciamo a berci una birra. e invece no.
so che mi sento sola, e che ho sempre questo orribile sguardo triste e penso che non ci stiamo godendo niente e piango, e sto male.
in fondo dovrei esserci abituata, a essere sola.
e invece.

un ostinato silenzio, da otto giorni, ormai. è che qua dentro c’è buio e poca aria, e io in primavera ho bisogno di luce e vento. ecco perché sto più volentieri per strada, e a guardar dalle finestre, e a leggere sentire musica parlare un pò, piuttosto che a quaranta centimetri dal monitor di un computer. nel frattempo, accade poi che accadono talmente tante cose che ho perso il filo e non ne tengo più traccia qui sopra. che ho perso un pò l’abitudine di parlare delle cose pratiche che faccio, e me ne chiedo anche un pò il senso, e l’utilità. la consuetudine ormai è un parlare intimista criptato un pò troppo. è cercare di sfogarmi sentendo di non poterlo fare più (e sì, dovrei prendere provvedimenti). aggiorno perché tanto lo so che fra qualche mese tornerò a cercare su queste pagine qualche traccia di vivere quotidiano per ricordarmi in quale data avrò fatto chissà che.
lo stato dell’arte, dunque, è che abbiamo appena permutato il coinquilino milanese coglione (anzi no, coglione è troppo sdoganato di questi tempi, diciamo più precisamente stronzo) con un nostro conterraneo presuntogay molto affabile, ordinato e simpatico. nel cambio, ci abbiamo guadagnato un’atmosfera rilassata e idilliaca da siamo-tutti-amichetti che mi piace molto, anche se per motivi di spazio, ordine e stabilità io e mia sorella darkettona continuiamo comunque a cercare casa.
dopodiché, il tour invernale è finito ma già questo fine settimana, per pasqua, inizia quello di primavera: volo verso casa venerdì pomeriggio, giusta giusta in tempo per la rituale processione del venerdì santo, e torno a roma lunedì in giornata (tutorial: come buttare al cesso una pasquetta in tre semplici mosse). faranno seguito i vari ponti e fine settimana lunghi in vista sui prossimi mesi del calendario. ché io ferma da una parte proprio non riesco più a starci.
dopodiché accade che riingrasso e che il mio regime alimentare si è ripopolato di quelle tre/quattro cose che mi fanno male e che da strappi alla regola stanno tornando consuetudini fin troppo frequenti – il tanto che basta per farmi sentire pesante e disturbata. necessito rientrare nei ranghi (l’impresa presenta un alto grado di difficoltà, però). nel frattempo il mio guardaroba torna a comporsi di magliette da ragazzetto e pantaloni larghi. feelin’ bad.
accade che certi giorni ho lo sguardo triste e muto da cane bastonato a causa di distanze che rendono difficile capire le situazioni e lacerante aver voglia di accorciarle. e io neanche me ne accorgo, di avere lo sguardo triste, ma gli altri – alcuni altri – se ne accorgono sì. il capo mi dice che gli si stringe il petto, a vedermi così. io al capo civogliobbene e davvero non si sa quanto.
accade poi che avrei voglia di espatriare. lasciare l’italia per un paese che sia non dico politicamente maturo, ma almeno – che so – adolescente. dove non sia tutto schifose ripicche da bambini e presunti brogli e insulti reciproci che neanche nei cortili dei peggio palazzoni. intanto io ho votato. ho votato secondo coscienza – o da cogliona, come preferite – e anche se i risultati non hanno portato un trionfo (sperando poi che non vengano sconfessati all’ultimo, naturalmente), io sono abbastanza sollevata lo stesso. perché cambiare aria fa sempre bene, soprattutto quando comincia a passare l’idea che l’italia sia cosa privata e l’alternanza un mostro mitologico. altre considerazioni, forse, più in là.

è primavera narcolettica come ogni primavera. che dormo otto ore a notte e mi abbiocco regolarmente a metà giornata, di sonno da pollini. è primavera sospesa sotto tutti i punti di vista. sono in pausa lettura, non ascolto niente che mi piaccia abbastanza, non trovo maglie che mi entusiasmino abbastanza da immaginare d’indossarle con fierezza e ciò è frustrante. aspetto messaggi, ho voglia di baci (e di bari), vorrei essere bella e non riesco ad esserlo. e i capelli a volte non mi si arricciano.
e vado in giro sempre pronta a fotografare – muri che parlano, tracce disegnate – approfittando della luce che dura fino a sera.
e voglio una casa nuova con una stanza tutta mia e una tutta di mia sorella darkettona, e una cucina dove fare una graaande cena. a base di insalate agita e gusta della bonduelle (potrà bastare?).
sogno le elezioni ogni santa notte (oh mioddio), e non articolo più i discorsi…