Archive for marzo, 2006

io sostengo che l’ultimo disco dei gotan project è bellissimo. ipnotico, sotterraneo e triste. sostengo anche che caparezza è un genio, che taglia e graffia a ogni pezzo, e fai fatica a stare appresso a ogni frase. l’ultimo dei la crus invece non l’ho ancora digerito, mi è sembrato fiacco e poco interessante e di sicuro me ne innamorerò tardivamente, ma per ora non accade. dei placebo e di meds tutti hanno già detto tutto, mentre nessuno ha ancora detto nulla né degli architecture in helsinky che canticchiano felici durante il loro giro sulle montagne russe né degli ok go e del loro balletto (questo) nel cortile di casa. né tantomeno di love in the time of science di emiliana torrini che è uno dei dischi più belli di tutti i tempi, anche se io me ne accorgo con anni di ritardo. ma comunque.
comunque lavoro tanto e sto sempre un pò in bilico. e nel frattempo che mando in giro pubblicità discutibili e rimastico la decisione su chi votare fra due settimane (i test dicono tutti rosa nel pugno. cioè radicali+socialisti. che ci potrebbe stare, ma strategicamente?) succede che si allungano le giornate, che c’è finalmente un pò aria di primavera, che la mia tournée invernale non accenna a finire, anzi sembra aver tutta l’intenzione di sconfinare in una tournée di primavera, fra una pasqua, un ponte del 25 aprile e un probabile raduno. succede che la vita regala grandi soddisfazioni di ritorno al mio ego vendicativo, e che mi diverto tanto a verificare quanto in realtà le persone abbiano bisogno di porte aperte e di poter dire l’ultima parola – ma non c’è niente da fare: almeno quel lusso, me lo concedo io.
quando sarò un pò più serena e meno frammentaria vi avvertirò. nel frattempo medito possibili colpi di spugna – e ci vorrebbe un template primaverile.

la canzone di oggi fa :: se chiudo gli occhi posso arrivare : a prenderti : mi allungherò fino a : dove sei tu ::
completamente diverso da ciò che mi aspettavo. più di quanto mi aspettavo. che non so poi che cos’era, ma comunque altro. un’ondata lunghissima di tenerezza e attenzione. il senso strano di un tepore a cui non mi abituo. sottile, discreto.
è che il tempo è sempre un gran bastardo, e io faccio e dico troppo poco…

la canzone di oggi fa :: i don’t know : my future : after this weekend : and i don’t want to :: – e anche se in realtà i’d like to. mi sta salendo una specie di ansia lieve, di agitazione.
qui piove. lì, chissà.
incrocio le dita.

la canzone di oggi fa :: non ricorderai piu’ : il suo nome : non ricorderai piu’ com’era : non ricorderai : non ricorderai piu’ nemmeno chi era ::
finita davvero, stavolta. anche nominalmente, anche ufficialmente, laddove già nel cuore e nei fatti era finita da mesi. è stato improvviso, un attimo di coscienza in cui una voce arrivata da chissaddove mi ha detto basta. digli che basta. non si può svicolare in eterno, non si può sempre fare i vaghi. così ho sbattuto sul display una manciata di parole di cui ancora non mi ero resa conto nemmeno io, ed è finita. e non rivorrei indietro niente. solo un’ultima soddisfazione: quella della sincerità. di smontare l’ipocrisia dei giri di parole.
vado incontro a qualcosa di nuovo, che potrebbe essere bello in maniera inaspettata. e sono spaventata, ma avverto una strana fiducia. qualcosa di molto simile a una *speranza*.

è una primavera che tarda ad arrivare. di freddo pungente che taglia il fiato, che blocca le ginocchia. sono giorni di teste insaccate fra le spalle, sguardi a terra, poca voglia. di nessuna pace.
passo il mio tempo fra il lavoro e un qualunque altrove, a turno un posto diverso basta che non sia casa. un fine settimana a roma ogni due fuori. non so star ferma. non trovo quiete.
e fra le tante fughe ne programmo una in particolare, che doveva essere la più importante, e quasi quasi sembra che invece la stia programmando proprio male. mi muovo goffamente e urto gli spigoli, come al solito.
mi sorprendo. a pensare. che ho terrore, terrore, terrore, di dipendere ancora dall’umore di qualcun altro.
e che non capisco.
mi manca decisamente il polso della situazione.

io come regalo a babbo natale quest’anno chiederò l’infallibilità assoluta. e se magari me lo può anticipare da natale al compleanno, ancora meglio.

wow, che bello. ho anch’io un piccolo clone. devo esserne orgogliosa?

è carino, sapere che siccome non te la do più i miei auguri sono stati declassati e valgono meno di quando te la davo – valgono una risposta fredda con ore di ritardo, e neanche un abbozzo di risposta alla domanda "come stai?".
poco male. c’è il sole, cantano le upupe che sanno di casa (di mia cugina), partirò presto un’altra volta, e soprattutto, non sono più cosa tua. non sarai tu a rovinarmi la giornata.

buon compleanno.

odio il silenzio. la verità è che dovrei evitare di abituarmi al rumore, quando capita che ci sia, perché poi, quando tace, la mancanza è peggio del semplice, solito silenzio.
soffro l’abbandono. anche solo l’impressione dell’abbandono, l’idea dell’allentarsi dei legami, anche laddove tecnicamente non si poteva dire ci fosse un legame, e quindi in realtà non c’è niente da allentare e nessuno che mi abbandoni. soffro il non essere amata oltre ogni limite, le poche attenzioni, il non essere assecondata e seguita nei miei stupidi deliri.
sono un’insicura. lo so, ne sono cosciente. e non è una roba da adolescenti in crisi, sono insicura per natura, per indole profonda, per abitudine. viene da una certa tara genetica, e dall’aver avuto un padre e una nonna per cui sembravo non essere mai abbastanza – abbastanza brava, abbastanza intraprendente, abbastanza di carattere, abbastanza sveglia. non è colpa mia, tutto sommato, eppure non riesco neanche a dire – a essere intimamente convinta – che non è colpa mia.
è per questo che, per chiunque mi stia accanto, mi sembra di non essere mai abbastanza. e che chi c’è non ci sia mai abbastanza. è per questo che quando le cose vanno male vorrei qualcuno su cui sapere che posso contare, qualcuno che mi consolasse e mi rassicurasse, e quando invece scopro che sono sola, e in silenzio, ci sto male in maniera lacerante.
non è colpa di nessuno, in realtà. ma anche a ‘sto giro le mie tristezze me le mastico da sola. un pò ci avevo sperato.