Archive for febbraio, 2006

la canzone di oggi fa

:: bad things : dead things : sad things have to happen : soooometiiiiimes ::

e io non mi sento bene. mi sento come se avessi i vestiti, stretti, di qualcun altro.

[sipario.
entra la primattrice.]
cerco le parole. una sequenza di parole che riassuma tutto e disegni il paesaggio qui intorno, qui dentro. cerco le parole e quelle mi sfuggono fra le dita, bastarde, come al solito, e rimango così a bocca socchiusa a guardarmi le mani. sono stanca, ho crampi alle gambe, male al collo. sono di malumore. incazzata per tutte le volte che son così stupida e distratta che mi darei una martellata in fronte. incazzata perché a volte perdo grip e non me lo so, non me lo posso perdonare. sono debole e fiacca e mi scorrono sugli occhi le immagini di una roma sotto la pioggia da dietro un finestrino, le luci arancioni che tremano, san lorenzo dall’alto della tangenziale viscida che scorre veloce sotto le ruote, mentre bjork dice emotional landscapes, they puzzle me, then the riddle gets solved. sono in partenza. per un fine settimana a casa, dove ci sono già mio fratello, il carnevale e vento che soffia da sud-sud ovest. sono in partenza per due giorni di riposo e c’è qualcuno che mi dice un magari che mi fa sciogliere un pò. che mi piega le labbra in un sorriso intenerito.
la canzone di oggi fa, sempre, j’ai toujours faim de toi.
[grazie gentile pubblico, grazie.
sipario.]

soffro d’innamoramenti tardivi. mi sono innamorata degli yo yo mundi dopo mesi che li avevo nel lettore e non riuscivo ad ascoltarli, e se capitavano per caso con qualche traccia non appartenente a 54 li saltavo a piè pari. mi sono innamorata di alla bellezza dei margini, in particolar modo. e più di tutte, di una canzone che sembra una corsa a perdifiato e che fa uh-uh, ah-ah, j’ai toujours faim de toi, e che ha il coraggio sfacciato di chiamarsi, guarda un pò, uh-uh, ah-ah, j’ai toujours faim de toi. che gira veloce e serissima fra chitarre elettriche e fisarmoniche impazzite e una erre moscia fastidiosissima che parla di scogli a picco sul mare e acqua trasparente e di occhi sospesi sul precipizio di ogni singola onda (i miei?).
mi sono innamorata anche del nuovo disco de la camera migliore, che cantilena ossessivo e un pò acido e disegna mondi popolati da orchi re regine e bambole, che parla di me ne il condominio e perfino di mio fratello, cuoco asciutto che accontenta clienti distratti. che in una delle canzoni più belle, dove parla di guardie corrotte, dice tutti in castigo, i buoni per primi e mi si è infilato in testa a viva forza.
mi sono innamorata de il mostro, di samuele bersani, che ogni tanto salta fuori dall’itunes del capo e che è vecchia di anni ma non l’avevo mai sentita bene e che dà un velo di tristezza quando dice che l’unica cosa evidente è che il mostro ha paura.
nada mas.
provo a vedermi la strada di fellini, vediamo se riesco ad innamorarmi davvero anche di gelsomina. (e a non addormentarmi prima, soprattutto…)

ho voglia di vedere il mare. un mare dove la luce batta al contrario, poi, sarebbe l’ideale.

ho chiuso quella porta. quella da cui ogni tanto continua a tentare di rientrare un passato vecchio di sei anni e che mi fa mancare l’aria e la luce. è incredibile come ogni volta che vedo questa persona mi senta sotto attacco – un attacco che non ha niente di benevolo, niente di minimamente attinente all’affascinante gioco delle parti fra due che si piacciono (diversamente dalla sua percezione della situazione), ma che mira a trovare i miei punti deboli e portarli allo scoperto uno per uno. a mettermi faccia a faccia con la parte malata di me, a chiudermi in un angolo. è un pressare travestito da interesse, ma non ci casco, non più. lo riconosco da lontano, il modo subdolo di schiacciarmi a terra di cui mi sono accorta solo dopo, a giochi finiti.
ho chiuso quella porta, con un messaggio, l’ultimo, non gli risponderò mai più. gli ho detto "credimi, non provo e non potrò provare mai più niente per te". gli ho detto "se tutte le volte deve andare così è meglio che proprio non ci vediamo più". sono stata cruda, ho tagliato le frasi con l’accetta per renderle più squadrate e spigolose possibile. e mi dispiace averlo fatto, avrei preferito evitarlo, ma è stata la mia sopravvivenza contro l’apparenza di un rapporto che non va. che non va neanche entro i confini di una semplice amicizia, perché è sbagliato. perché io non voglio amici che mi tocchino certe corde in quel modo.
se ci sono cose di cui non parlo, è perché non voglio parlarne. perché non ci riesco. perché non voglio dirle nemmeno a me stessa, perché riassumerle e metterle in forma accettabile e conseguente e poi esternarle è una fatica enorme che mi lacera il cuore. stanno là, ammonticchiate da una parte, e non rompono le scatole a nessuno finché non si cerca di sciogliere il groviglio in cui sono annodate. ma se per caso decido di fare uno sforzo e provare a parlarne, ad accennarne in quella maniera confusa che è l’unica che conosco e che mi viene, quello che non voglio è che qualcuno mi dica cosa dovrei fare. come dovrei vivere, come dovrei ragionare, dove sbaglio. lo so da me, come dovrei vivere. come vivrei se fossi la persona che sarebbe igienico fossi.
ma io non sono quella persona. sono me stessa. storta, confusa, complicata, impaurita, irrazionale, masochista, polemica, triste, sbagliata. ma me stessa. non mi chiuderò più in casa per questo. non di nuovo. e tutto quello che voglio è che la gente mi accetti così. e se qualcuno mi deve amare, che mi ami così.

promemoria: non si esce con gli ex. gli ex non sono mai soltanto ex, vecchi amici, conoscenze curiose di sapere come ti va. spesso sono persone-che-vorrebbero-qualcosa. altrettanto spesso sono persone-che-si-aspettano-qualcosa. e allora diventa tutto macchinoso, complicato, pesante. se poi l’ex è quell’ex, allora è proprio una partita persa.
che poi io l’ammiro ‘sta cosa, eh. il coraggio di perdonare – passare oltre a tutta la merda che c’è stata e decidere di fare tutto ‘sto spiegone. solo che quando fai una cosa del genere devi tener conto della reazione dell’altra persona, e invece lui non lo fa. e allora succede che ogni volta torno a casa devastata, barcollante dalla rabbia e con l’anima tumefatta, e mi guardo allo specchio e non mi vedo, e mi sento straziata e mi ricordo tutte le piccole intollerabili violenze che per amore suo ho sopportato, mi ricordo rabbia dolore lacrime, mi ricordo quanto non ero serena, e oscillo sull’orlo di una crisi di pianto e di nervi e non posso, non posso, non posso tutte le volte sentirmi così. non posso. ho ventott’anni, cristo. dovrei riuscire a dare un taglio alle cose inutili e dannose. almeno a quelle a cui posso rinunciare.

oh, bè. certo. avete proprio ragione. è lecito ritenere che chi ha già avuto rapporti sia meno fragile di chi non ne ha mai avuto. che abbia meno dignità, da calpestare. che sia meno ingiusto (più giusto?) usarle violenza. certo, perché è lecito ritenere che abbia una personalità, dal punto di vista sessuale, molto più sviluppata. e si sa, chi ha una personalità, dal punto di vista sessuale, sviluppata, può essere ferito, umiliato, abusato – anzi è quasi auspicabile che ciò avvenga, no? "la ragazza, già a partire dall’età di 13 anni aveva avuto numerosi rapporti sessuali con uomini di ogni età". vogliamo non tenerne conto? sono cose che vanno valutate. nel momento in cui una donna (ragazzina, bambina) subisce violenza, è normale e giusto che si vada a scavare a ritroso nella sua vita. chi se ne frega se la sua condotta l’aveva scelta lei, giusta o sbagliata che fosse, se alle brutte faceva male solo a se stessa. poco importa. la morale è che lo stupro è sempre sbagliato, ma se la ragazzina è una troia, allora lo è un pò meno.
io, bastardi di merda, vi appenderei tutti per i genitali, sappiatelo. ed è lecito ritenere che sarebbe un pò meno grave della norma, perché chissà quanti danni hanno fatto, dato che li usate anche per ragionare.
schifosi.

ma a voi non preoccupa che le praline magnum (sguaiate, violente e invadenti) sembrino star soppiantando i baci perugina (eleganti, discreti e consolanti)? che le pringles (seconda scelta e buccia, perfettamente stampate in forme regolari) prendano piede a danno delle vecchie patatine pai? e non vi angoscia che le stronzissime bratz cerchino in tutti i modi di far le scarpe a barbie, che poverina per decenni è sempre stata lì sorridente e silenziosa a lasciarsi tagliare i capelli, amputare le gambe, stracciare i vestitini con l’unico scopo di far felici eserciti di ragazzine dai modi discutibili? ma a voi non sembra un mondo arrogante e un pò infame, quello in cui nel t9 del cellulare la parola "tv" viene prima di "tu" e "paura" sta un passo prima di "scusa" e due prima di "pausa"?

san valentino è passato innocuo, comunque. come i giorni precedenti, innaffiato dai tanti messaggi buffi dell’omino buffo che sta 600km più in là – in riva a un lungomare spazzato da venti orientali, uguali e contrari a quelli che spazzano i lungomare della mia terra.

ho scoperto che la luce della scala del palazzo di fronte, attraverso gli avvolgibili sollevati, fa molta compagnia. certo, magari le 2.40 di notte non sono il momento migliore per fare scoperte sul mondo, ma tant’è. ho scoperto che ho bisogno di avvertire la vita che mi scorre intorno; ma una vita suadente, amichevole, tranquilla, a luci smorzate. che accarezzi e rassicuri. l’ho scoperto mentre pensavo di dirglielo, una volta per tutte, a carlo, che non è cosa. mentre cercavo di convincermi che la mia giornata non era stata buttata via, che domani (cioè oggi) sarebbe andata meglio. mentre cercavo di escludere dal mio campo percettivo il disordine intorno a me, e immaginavo una stanza mia. mentre mi immaginavo felice.
c’è qualcosa che funziona decisamente male. che combacia inquietantemente col lato più interno di me – me che soffro di scarso senso dell’orientamento, e ancor più scarso senso dell’equilibrio, e inciampo e cado decisamente spesso e le ferite addosso mi bruciano costantemente. temo che mi si legga addosso, questo stato di cose. si avverte nel tono della voce, è scritto a lettere minuscole e fitte sulla mia pelle, fra le ciglia nei miei sguardi meno coscienti.
c’è qualcosa che funziona male e che dà a tutto un governo isterico, confuso dal vento che spesso si alza a spazzar via tutto, sorrisi e speranze e piccole gioie e certezze e ipotesi, e la stima di sé e la fiducia e la fede stessa. è l’oligarchia delle paure, qua, la paura di diventare come mio padre, come mia zia, come mia nonna, la paura di non poter comandare la mia vita e di finirne schiacciata. la paura del vuoto che non si colma. del tempo che sfugge fra le dita in un eterno rincorrermi fra settimane e fine settimana, e tempo che non basta mai. che non paga mai abbastanza.

il raccordo sembra dritto, a percorrerlo. ma in realtà gira su se stesso e torna sempre al punto di partenza. io stasera ne ho fatto un pezzo che è sembrato lunghissimo, con una mano calda sempre fra le mie fredde. col respiro lento, regolare, profondo. col cuore gonfio come un pallone. io avrei voluto che non finisse mai, il raccordo, avrei stretto e accarezzato e accomodato fra le mani e stretto ancora quella mano calda per una vita.
sei un pezzo di cuore. un pezzo di cuore parecchio esteso, mi sembra, a occhio e croce. sei dolcezza che non passa mai, sei tepore che vorrei non lasciar andare – ogni volta che mi abbracci, a ogni bacio che mi posi sui capelli o sulle guance, a ogni tocco delle tue mani sul mio viso.
sei un pezzo di cuore che non riesce a guarire. che se solo potessi, se solo ci fosse spazio, e delle altre condizioni, non esiterei a porgerti – senza mai più volerlo indietro…

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