maledetti. un giorno vi suonerò io, a casa. verrò a cercarvi ad uno ad uno. e vi citofonerò per chiedervi se siete religiosi, e per cercare di convincervi che probabilmente no, dio non c’è, e se c’è, alle dieci di domenica mattina dorme anche lui. che durante la settimana ha un sacco di cose da fare.
Archive for ottobre, 2005
ho comprato la gonna più bella della storia (o forse una delle più belle) (e comunque si può far risaltare molto meglio di così). e anche un paio di pantaloni della mia misura, finalmente (più un altro paio li ho raccattati smessi da mia sorella). e una borsa quasi seria, nera, con un’anima colorata che volendo si può tirare fuori. ah, e uno smalto scuro, color sangue, o color ciliegia che dir si voglia. non ho mai portato smalti scuri, prima. chissà che effetto fa. lo proverò, e farò finta di non avere un’unghia mutilata.
e nel pomeriggio ha allietato un paio d’ore del mio sabato l’incontro con therese, castoro fotonico, la tartaruga e pelodia (e la mamma di therese). domani cinema – la sposa cadavere – e poi si lascia fare al caso. che direi che è un ottimo programma.
faccio il carpaccio. mi vedo sin city in dvd. cerco di non entrare in loop.
* dov’è, dov’è *
prendersi cura di se stessi è qualcosa di complesso. un equilibrio difficile e fragile fra piccole autogratificazioni e vizi e sfoghi che tendono al compulsivo. e io non so bene come fare. e io voglio tutto, ma non mi interessa niente. non abbastanza, da impedirmi di continuare a mangiare l’unghia del mio pollice sinistro, e da smettere di sentirmi accartocciarsi lo stomaco fino ad avere le dimensioni e il peso di un sanpietrino, e da farmi guardare le mie braccia senza volerle più sottili.
io vorrei sapermi coccolare nella maniera giusta e sana di farlo. saper recuperare un qualche equilibrio emotivo che mi faccia smettere di farmi comtinuamente domande inutili a cui non c’è risposta.
e tutte le volte che scrivo non vengono fuori più di dieci righe, anche se dentro ne avrei molte di più, perché dopo, il resto è caotico e brutto.
mal di testa. mal di testa tremendo. ho pianto per tutto il tragitto sui mezzi rientrando a casa. da sola. come una stupida. e senza un motivo. sono arrivata a casa barcollando e fino all’ultimo secondo non volevo infilare la chiave nella toppa, non volevo aprir la porta, non volevo entrare. vorrei avere un nascondiglio. un posto dove chiudermi e star sola e zitta e al buio. un posto dove scappare. non lo so neanch’io da cosa, ma almeno non farmi vedere così. non farmi vedere. non dover far finta che va tutto bene, o al massimo *benino*.
io ho paura. di pronunciare una serie di parole che sono più grandi di me, che mi atterriscono.
io non sto bene. ed è inutile che ci giriamo intorno. e avrei bisogno di una parola di conforto, una coccola prima di dormire, e invece non c’è nessuno. non c’è mai nessuno.
:: sarà che un giorno si presenta l’inverno e ti piega i ginocchi _ e tu ti affacci da dietro quei vetri che sono i tuoi occhi _ e non vedi più niente, e più niente ti vede e più niente ti tocca ::
e va bene così.
ponte. lunedì ho il giorno libero. sono stanca, stanca e ancora stanca ma la cosa mi terrorizza. già di norma devo pensare a come sfangare un fine settimana, così si tratta di quattro giorni. quattro. giorni. mi verrebbe da prendere un treno adesso e partire adesso. direttamente da qua. uno spazzolino lo compro al drugstore. che treni partiranno da trastevere, per tratte lunghe?
mi sbraneranno i fantasmi.
strano davvero. quando qualcuno ti legge dentro con questa apparente facilità. quando ti accorgi che ha uno sguardo che va molto al di là della superficie, che vede cose che stanno lontane, e che tu pensi di aver nascosto accuratamente – ché sei abituata che quello che non si ostenta passa inosservato ai più.
è una sensazione, è un viaggiare su binari simili. te ne rendi conto da cose stupide. ascoltando una canzone che avevi sempre ignorato con supponenza. ascoltandone i testi, ché ti hanno detto "ti ci riconoscerai" e ti rendi conto che sei davvero tu. *che portavi via di contrabbando la tua anima in pena.*
strano davvero. ed è qualcosa di trasparente e limpido in maniera rara. che dà l’idea che, una volta ogni tanto, valga la pena sentirsi esposti e con la guardia un pò bassa. e non finisco più di ringraziare il signore per la sua bellezza semplice. per avermi messo sulla strada un angelo custode così.
baciami bella bionda _ sulle stelle
vado a dormire. mi bruciano gli occhi. vorrei cancellare settori e settori del mio disco fisso. no, non nel pc, nel mio cervello. tutti i ricordi di quando c’eri tu. tutti quelli di quando non c’eri ma io mi illudevo che comunque qualcosa ci legasse. vorrei consumare quel corpo con troppe curve che tante volte hai stretto al tuo. raschiarlo fino a che sotto non si veda l’anima, quella vera, quella profonda. cambiare strada. riuscire a smettere di pensare con rabbia che sì, ero buona per una scopata ma non per condividere qualcosa. buona per un caffè ma non per una cena. buona per quattro chiacchiere sul lavoro ma non per parlare sul serio – della vita, e del mondo. buona per un bacio sulla fronte ma non per dormire sullo stesso cuscino. buona per gli auguri di natale, non per quelli di compleanno. buona per coprire i buchi, leccare le ferite, consolare una volta ogni tanto. ma *non* per amare. *non* per essere l’anima gemella.
e lo so, che ho rotto il cazzo con queste storie. ma non voglio sentirmelo dire. è che i danni vanno molto al di là di quanto preventivato. che non riesco a levare le fascette del lutto – e più per la morte del mio amor proprio che per la fine di questa pseudo-storia di merda.
vado a dormire. mi bruciano gli occhi.
focalizzare l’attenzione delle volte è un’impresa impossibile. soprattutto se arrivi che si è fatta quest’ora e non sei ancora andata a dormire come invece avresti dovuto fare. chiacchiererei di una marea di cose, oggi. vi racconterei della gonna che ho visto da promod, dei baustelle che hanno preso il sopravvento deciso nelle mie ossessioni musicali – e non so come l’abbiano fatto; vi racconterei che il tè nero al cioccolato sa semplicemente di tè e quindi è uno spreco di soldi, tempo e illusioni; che oggi mia sorella si è vestita per un buon 25% di viola; che domani faccio il vaccino antinfluenzale, e che non riesco a caricare sul lettore "le mie parole" di bersani. e come non dirvi che, oh, a proposito, mi piacciono tanto i ragazzi col cappello da baseball – retaggio della me stessa hiphoppettara – e i cappelli da baseball, in generale, specie se proprio quelli alti davanti, e specie se sotto c’è un tipo come quello di stasera in metro. vi parlerei del mio capo e di quando, a tarda sera, si siede accanto a me intanto che finisco di fare gli invii alle testate per il 27; di come vederlo dall’altra parte del vetro durante la giornata mi dà tranquillità, e del bene immenso e viscerale che gli voglio, che me lo adotterei. vi parlerei dei miei referrer di questo mese che per la prima volta presentano, a quota ben 26 ricerche, la chiave "lapitzi blog" e nei quali compare, assoluta novità, la chiave "pitzi" (a proposito, caro lettore: se sei sempre la stessa persona, sì, mi hai trovato, e fa’ ‘sto favore: segnati l’indirizzo o aggiungi il link ai preferiti o fa’ un pò come cazzo ti pare basta che la finisci di farmi venire le paranoie. ah, se invece siete 26 diversi nel giro di un mese, grazie, grazie a tutti, sono commossa – diventare famosa così all’improvviso, non me l’aspettavo…).
vi parlerei degli odori di cibo lungo la strada del mio ufficio all’ora di pranzo, e di quelli di bucato, che una non si aspetta di sentirli, in mezzo al traffico. di come certi gesti dopo un pò diventino automatici e li si faccia senza neanche esserne più coscienti. attraversare la strada quando scatta il verde, girare lo zucchero dentro il caffè, contare le monetine alla cassa dell’alimentari. sorridere ai bambini piccoli e ai cani al guinzaglio.
non vi parlerei del messaggio di lupin. che dice che è colpa mia e della mia lettera. che dice "rileggitela, e poi mi dici". che butta sempre le carte come conviene a lui. non vi racconterei che ci rimugino continuamente. che non gli ho più risposto, ma mi è rimasto tutto appeso. che come al solito, è colpa mia. colpa di quando parlo e dico la verità, di quando mi sbilancio e faccio più che, come al solito, sorridere e annuire. non ve lo direi. ma è l’unica cosa su cui l’attenzione davvero si focalizza. maledetta piaga che non si chiude mai.
:: essere depressi oggi _ provoca troppi dibattiti _ essere perduti oggi _ dura solo pochi attimi ::
com’è la notte, là? che cielo c’è? te lo chiederei, ma ho timore di essere importuna. allora vado a dormire cercando d’indovinarlo.
cercare di immaginare un cielo lontano può essere abbastanza impegnativo da non lasciarmi pensare ai miei cadaveri.
io non ti capisco quando parli. quando scrivi. e mi rimbombi anche tu, la tua voce scritta su quel messaggio, e mi rimbombano le tue parole. e non riesco a focalizzare quello che vuoi dirmi, davvero. rileggiti quello che mi hai scritto, e mettiti nei panni di chi legge. sì, ma tu in quelli di chi scrive non ti ci sei mai messo. neanche per due secondi. e finisce sempre che sono io che sbaglio, già. sempre così. allora forse sono io. anzi, senz’altro sono io. io che a questo punto mi maledico per averti lasciato entrare e stazionare così a lungo nella mia vita e sotto le mie lenzuola e dentro ai miei sentimenti. e maledico il giorno che ho incrociato il tuo sguardo e ho pensato che era bello, e il momento che ho ceduto al tuo profumo e ti ho baciato e baciato e baciato ancora. e maledico le ferite che mi son fatta e che ancora bruciano e devastano il paesaggio di un’esistenza intera, e non è un’iperbole, è così. hai fatto terra bruciata. non mi interessa più niente. più nessuno. mi tuffo a testa bassa in qualunque cosa possa non farmi pensare a te ma sei sempre lì acquattato in un angolino, a ricordarmi quello che non sono e non sarò mai. a far male al mio corpo e alla mia mente che si azzannano a vicenda.
accidenti, accidenti, accidenti.
mi sento stupida e sprovveduta. una bambina che alle favole non ci crede ma ha voluto far finta di sì. [voglia di baci di carezze e di mentirmi questa volta almeno.]