Archive for agosto, 2005

tornata a roma. ripreso a lavorare, stancamente, trascinando un pò i piedi, ma in mezzo a mille sorrisi, e agli abbracci del capo. tornata a roma, è come aver tirato il fiato. ché son state ferie bellissime e bruttissime, ferie da staccare il cervello e ferie da non torno mai più – mai più.

due settimane che hanno odorato di mirto e lentisco e salsedine portata dal vento. che hanno goduto la beatitudine del vento sulla pelle, di raggi di sole a scaldare le spalle; giorni in compagnia di un donnino da battaglia, a dir cazzate e a ballare e a rincorrere l’alba fuori casa. e giorni sulla terrazza di casa, e in riva al mio mare, con la mamma e i gatti e il profumo di latte solare – a guardare la città dall’alto e da lontano. ho riposato, mi sono coccolata, ho dormito in spiaggia e nuotato in acque fredde; ho attraversato banchi di meduse microscopiche che lasciavano bolle minuscole sulla pelle. ho fatto decine di docce profumate, stirato i capelli, sorriso al colore chiaro che hanno preso; ho messo maglie scollate, e brillantini sulla pelle, e orecchini lunghi e trucco dorato sul viso; mi sono sentita bella, alcune volte, poche volte; me lo sono sentita dire, altrettante poche volte, in mezzo al rumore assordante di una pista, da gente sconosciuta che non mi interessava e che non ci credeva, che diceva "sei bella" per dire "ci hai due tette così"; me lo sono sentita dire e non ho replicato niente, sono passata oltre cercando di prenderla per buona. cercando di non pensare a chi prima me lo diceva più da vicino, e nel silenzio di casa, a chi se n’è andato via e a me interessava. cercando di non pensare a tutto quello che non c’è e che picchia forte in petto. sono stata felice, a parte tutto. di respirare in sardegna la notte che non conoscevo. di guardarmi intorno. di scoprire che anche da noi è possibile vedere un’alba sul mare.

e durante il viaggio verso l’aeroporto, mentre mi mordevo le labbra per non piangere di rabbia, mentre cercavo di digerire in qualche maniera il litigio stupido e immotivato con un padre che non mi gradisce, che non accetta quello che penso, che non è capace di godersi due settimane di riposo senza ogni volta rovinare tutto — cercavo di memorizzare il paesaggio. i contorni delle colline e gli alberi spogli e il colore della terra bruciata. cercavo di mandare a memoria queste ferie in quanti più particolari potevo, belli e brutti e anche quelli così così. per la prossima volta che arriverà l’estate e io non avrò voglia di autoinfliggermi lo stesso tormento per l’ennesima volta.

già, magari non torno più. 

hangover.

finire una serata vomitando fuori da uno sportello d’automobile (e contando le volte che si è vomitato in appropriata sede) ti fa sentire molto miserevole. ripensarci il mattino dopo, con appena 4 ore di sonno all’attivo, ti fa sentire che hai buttato via almeno mezza serata, che non ti sei divertita e che hai pure rotto il cazzo agli altri.

ottima da inserire nella lista delle cose da evitare in futuro.

collezione londinese

vista: rosso nei double-decker bus visti passare a centinaia, rincorsi, presi al volo; rosso nelle maglie indossate in questi giorni; rosso sugli schermi di piccadilly ogni volta che ci siamo passati davanti, e in attesa che uscisse la pin-up della coca-cola a guardar fuori dal cartellone, di sotto, la piazza gremita. ma anche arancio come yo!sushi, mattone e bianco come le casette ottocentesche di periferia, giallo acceso come le divise di controllori e poliziotti, verde come i parchi e le siepi e i giardini di londra.
olfatto: kebab dai carrettini per le strade, mac donald’s (e burger king’s, e kfc) in ogni dove, la panna e il cioccolato e il mou delle caramelle di hamley’s, i panini caldi di mimmo subito dopo colazione. e lush all’improvviso ogni tanto per la strada, e la camomilla della mia crema mani da viaggio; sapone alla fragola e burro cacao al cioccolato. e onion rings di seconda mano.
gusto: sushi prima di tutto. e muffin secondo in lista. e subito dietro, il crazy caramel mac flurry, or i don’t know how it’s called, che sapeva di winner algida; caffè orripilanti; jelly beans a troppi gusti; e l’avocado ogni tanto, a mo’ di sgradita sorpresa.
udito: hallo!, thank you!, bye bye! – ma anche: are you all right?, where are you from?, e – - you look very nice (per la serie: quella volta che a momenti mi rimorchiavo il commesso del negozio di souvenir). e poi: fastidio??, grezzo??, troppo buono!, e – - il suo! e che cazzo stai dicendo, gnomo?? caparezza che mi canticchia nel cervello, a rotazione, che gli inglesi non dovranno mai cambiare moneta – gli inglesi guideranno sempre dal lato sbagliato.
tatto: la texture delle mille monetine diverse dentro il borsellino; la macchina fotografica sempre in mano pronta a scattare a qualunque vaccata; gli spigoli del porta-card di muji a ogni salita in bus per tirar fuori il ruvidino della mia weekly bus pass. la testolina tonda del qee key ring, or i don’t know how it’s called (luigi, per gli amici), ogni volta che controllo che sia ancora attaccato alla borsa dove l’ho appeso come un piccolo trofeo pop. il peso della borsa sulla spalla, maggiore a ogni stronzatina acquistata nei negozi, a ogni cartolina o depliant o cataloghino prelevato per ricordarmi il posto e tenere a mente l’immagine. l’ombrello perennemente appeso al braccio destro per tutti i primi due giorni.

 

dice che londra non è un posto dove si resta. che prima o poi te ne vai, perché ti rompi il cazzo. che è un posto di passaggio, sì, ecco, ha detto così. io dico che londra è un posto che ti entusiasma a ondate, e a ondate ti sembra la cosa più normale del mondo. e che forse sì, in effetti, per un po’ ci vivrei – ma poi mi romperei il cazzo e tornerei in italia. in questa città colorata e in movimento ti sembra di essere al centro del mondo. e al varco fra mille dimensioni. fra le signore inglesi sedute composte sul bus e i ragazzi tatuati di camden town, fra i commessi dei negozi di oxford street e i neri di brixton che a passarci in mezzo sembra un video di spike lee. ti sembra di poter avere tutto, raggiungere tutto, conoscere tutto – salvo poi farti due conti in tasca e scoprire che no, decisamente non è così. londra avvolge e coinvolge, ubriaca e affascina. lei e le sue luci, lei e il suo cielo argento. e ti rendi conto che riassumerla è un’impresa titanica, e che la sensazione più forte che ti rimane è quella di quanto ancora saresti rimasta, di quanto non hai visto, non hai assaporato; di quanto poco l’hai vissuta e di quanto avrebbe potuto mostrarti ancora. e pensi che l’unica cosa che non capisci è come cavolo facciano a mangiare così di merda. e come possano mai rinunciare al cappuccino/cornetto al bar la mattina. ma lo scopriresti tremendamente volentieri.

 

[sperando di ritornarci presto: grazie a pi, che mi è stata degna compagna nelle peregrinazioni pomeridiane fra le vetrine del centro di londra, e che ha contato con me 60 sterline totali di piattini da sushi; grazie allo gnomo, che ci ha fatto da allegro cicerone lungo un percorso snodatosi fra knightsbridge e i magazzini harrod’s, e notting hill e i mercatini del computer, e green park e buckingham palace; e a mio fratello, che – beh, che dire – è sempre mio fratello. un piccolo grande uomo dal carattere impossibile e dal cuore gigante. a fra pochissimo, fra’.]

-0: landing.

to london. a fra qualche giorno. 

aggiornamenti [a volte non ho le parole] [-2]

1) novità: entro nei meltin’pot senza slacciare il bottone. sta succedendo tutto in maniera un pò molto rapida. e io non sto tranquillissima, e ho un pò paura, fra crampi allo stomaco e crampi alle gambe e alle spalle e dappertutto. fra dimagrire e sentirmi pesante come un macigno e avere il fiato corto e non digerire più.

2) mi si chiede, in mezzo a un discorso scherzoso/provocatorio, se sia meglio essere femmina o essere donna. io, che non so che cazzo rispondere, non trovo di meglio da dire che "è già un grosso passo avanti non essere uomo". anche se non ci credo, alla divisione per genere della specie umana, alla storia maschi cattivi/femmine buone o viceversa. io che sono un animale ferito (ferito nell’orgoglio e nei sentimenti, e più di quanto previsto) non mi sento né femmina né donna, in questo momento, qualunque sia la differenza.

3) come al solito esco dal lavoro e mi viene il panico da casa vuota, e devo perdere tempo in giro. mi faccio tenere compagnia dal cd degli yo-yo mundi e sto ancora immersa nell’atmosfera color seppia del libro, finito di leggere ieri, e mi infilo da feltrinelli finché non si fanno le 8 di sera. e trovo altri 3 libri dei wu ming e come al solito mi perdo fra gli scaffali dove sta la storia e alla fine compro un libriccino di 40 pagine rilegate coi punti metallici dal quale scopro che non è vero che il fine giustifica i mezzi, bensì i mezzi denunciano il fine – in mezzo a varie altre cose. mi accorgo che ho una fame di sapere che un tempo non avevo – presa com’ero dalla fame di fare. ora mi sembra che sia terribilmente importante, sapere. conoscere, e non dimenticare, e prendere una posizione. davanti a tante sofferenze, a tanto dolore che a volte mi sento sulle spalle senza averne il diritto. e vorrei avere il quadro oggettivo di tutto l’accaduto di sempre, e di tutti i punti di vista, per essere proprio sicura di poter prendere la posizione giusta. e poter dire finalmente che ci credo.

postilla alla ricetta fusion, e ammissione di colpa.

[che poi io spesso le cose rifiuto di farle per partito preso, in realtà. solo perché c'è qualcuno che già le fa e molto meglio di me, e ho paura di non reggere il confronto. cucinare, ad esempio. che lo faccio a fare, ho già un fratello cuoco, e un padre che cucina benissimo.

dovrei smetterla.]

le ricette della pitzi (cucina fusion for dummies)

carosello di riso, pollo e mais ai profumi d’oriente© (anzi, il carosello di riso ecc. ecc. ecc.)

quantità per una porzione, che noi siamo per la vita da single: mezzo bicchiere di riso; mezzo petto di pollo; una forchettata abbondante di mais (ma anche due, via…); un pezzetto di peperone di quelli gialli/verdini; tipo una fogliolina di radicchio; curry di quello non troppo piccante, che però un minimo pizzichi.

preparazione: per prima cosa metti a bollire in un pentolino non troppo grande l’acqua (abbondante) dove farai cuocere il riso. cominciati anche a misurare mezzo bicchiere di riso, già che ci sei. ah, nell’acqua una manciatina scarsa di sale grosso. nel frattempo che l’acqua bolle prendi il tuo mezzo petto di pollo, dividilo per due in lunghezza e poi taglialo a striscioline un pò sottili ma non troppo. devono venire come dei dadini allungati, diciamo. poi prendi un padellone di teflon (possibilmente di quelli un pò spessi – i giornali fighi direbbero un wok ma noi che siamo dei poveracci anche un pò dummies manco sappiamo cos’è, un wok) e buttaci dentro a rosolare il pollo con un filo d’olio e sale q.b.. l’olio a crudo, mi raccomando, che se lo fai scaldare prima fai il pollo fritto, che è pure buono ma prima andrebbe insemolato e comunque non è quello che stiamo facendo in questa sede. insomma, fai rosolare, dicevo. quando vedi che il pollo comincia a essere cotto fuori e ancora rosa dentro, da’ una spruzzatina di curry. gira sempre con un cucchiaio di legno ché se no s’attacca tutto. intanto che il pollo rosola (ma veloce, però!) affetta sottile sottile sottile il pezzetto di peperone (devono uscire non più di una decina di filini, fai, è giusto per colorare, stiamo mica facendo la caponata!) e una quantità più o meno uguale di radicchio. sempre sottile sottile sottile, giusto per colorare, che poi manco lo senti. quando il pollo è praticamente cotto, butta in padellone la tua forchettata abbondante di mais, dai qualche girata, lascia rosolare diciamo per un minutino (ma proprio d’orologio, chicco!, se no si spetascia tutto!), dopodiché unisci il peperone e il radicchio; dai altre due o tre girate, giusto il tempo che i filini di radicchio si abbassino, poi spegni il gas (e non venir via, che sei mica carmençita e comunque hai da cuocere il riso). copri il padellone così il condimento rimane tiepido. intanto l’acqua per il riso starà già bollendo da mò, specialmente se prima hai coperto il pentolino, cosa saggia da fare se vuoi cenare in serata; quando vedi che effettivamente bolle buttaci dentro il riso, e gira ché se no s’attacca. lascia il riso sul fuoco per il suo tempo di cottura, che di norma sono una ventina di minuti ma ti conviene tirarlo giù un pò al dente. nel frattempo già che ci sei lava il tagliere e il coltellone che hai usato prima, e anche il coperchio del pentolino, che non ti serve più, và; e sì, t’ho detto gira che se no s’attacca, ma ogni tanto, ché mica stiamo facendo la polenta! ok: quando assaggiando il riso vedi che è morbido (ma un pò croccante, come dicevo prima) scolalo e magari, se dal tuo rubinetto di casa non esce proprio mercurio liquido, fermagli la cottura sotto il getto dell’acqua fredda, tanto questo è uno di quei piatti un pò mix’n'match da mangiare tiepidino e dove ogni ingrediente va un pò per cazzi suoi in una perfetta armonia di sapori. scolato il riso, schiaffalo nel padellone del condimento (dove, se ti ricordi, avevi lasciato il condimento stesso), rimetti un attimo tutto sul fuoco e fa’ saltare per un minutino (e gira sempre, mi raccomando, ché s’attacca…). se ti va, a fine cottura, spolvera un altro pò di curry. servi in ciotoloni, che fa molto oriente, o in piatti quadrati bianchissimi molto minimal. si accompagna benissimo a santal top gusto pesca e limone con ginseng.

buon appetito.

[-4]

una specie di serenità. qualcosa di simile. che viaggia insieme al conto alla rovescia in mezzo alle inquietudini di sempre. una specie di serenità mentre i madredeus cantano che à margem, também, serei – serei sobre as águas – sabe bem, che non lo so cosa significa ma suona molto zen; mentre mi sento galleggiare e mentre voglio che più niente mi tocchi per farmi male – niente, niente, niente. una specie di serenità che forse è più un imbottirsi il cuore e non pensarci. che forse è imballare le domande per bene e chiuderle in uno scatolone con tre strati di nastro da pacchi, e metterle via per non vederle più. tanto le risposte non ci sono. meglio far finta che le ho trovate a monte.

una specie di serenità all’improvviso e mentre sembra che di là si preoccupino per me e io non vorrei. sono a posto. diciamo, sì. a posto.

magari preparo il riso. 

[-6]

piccole cose per prendermi cura di me. un sapone liquido che profuma le mani, un set sale/pepe coi coperchi arancioni, due magliette; succhi di frutta e yogurth con le praline, carne per il carpaccio e l’occorrente per preparare il riso col pollo e il mais che stava su grazia. riprendere la macchina dopo tanto tempo. un pomeriggio dal parrucchiere. un giro mattutino per san lorenzo deserta (e voglia di tornarci).

comincio a pensare in concreto alla partenza. a cosa mettere in valigia, e in che valigia. e che mi devo ricordare le stampate dei biglietti, e di prendere un maglione e un giacchetto impermeabile. e domani chiamo mimmo.

[-8]

io sono invidiosa. invidiosa delle gioie altrui. sì, fa schifo, ma lo sono e mi viene da confessarlo così, candidamente.

io vorrei scrivere una fracca di post lamentosi in cui vomito tutta la mia amarezza. per l’aver perso qualcuno che volevo profondamente, per l’esser stata tenuta a distanza da un cuore che avrei voluto almeno provare ad assaggiare. e vorrei scriverli anche se non piacciono a nessuno post così, e anche se forse sarebbe meglio intrattenersi a disquisire di campo minato, e del perché la gente sui treni si assiepi tutta davanti alle porte, e di come si facciano gli alberi di natale con gli zerbini.

e odio tutti. o quasi tutti. e mi sforzo da tempo immemore di instaurare col prossimo rapporti distesi, nei quali io sorrido e non do problemi e scherzo sempre e accondiscendo sempre e non m’incazzo mai, e tutto quello che ottengo è che gli altri i problemi li creano a me, e io finisco per contare come il due di picche.

e vorrei scrivere di tutte queste cose per esteso e trattarne diffusamente e con dovizia di particolari, ma non ho voglia neanche di questo. e andrò a dormire, e basta così.

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