Archive for luglio, 2005

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odio quando finiscono i viaggi. e soprattutto quando finiscono con un aeroporto dove non c’è nessuno ad accogliermi. dove raccolgo il mio borsone, supero il muro di facce sorridenti dall’altra parte della porta di vetro e me ne vado da sola e incazzata. e prendo il treno da sola e incazzata, e da sola e incazzata prendo la metro, scendo dalla metro, arrivo a casa, apro la porta, scarico il borsone e trascorro l’intera serata. odio quando mi manchi in tutti gli spazi che non hai mai riempito. in tutte le risposte che non mi hai mai dato, e che non ti ho mai chiesto. odio quando davanti a un nastro bagagli mi torna in mente quell’unica volta che a prendermi in aeroporto sei venuto tu, e mi viene lo sconforto e mi viene da piangere – e piango. odio quando il cellulare non squilla. e nessuno manda messaggi e non c’è nessuno a costituire neanche una mezza consolazione – per non pensare, per abbozzare un sorriso, per stare un pò meglio. e odio questa casa vuota, senza mia sorella, senza neanche gnappo. e andrò a dormire adesso sperando di non sognare rose che nessuno mi regala mai – ché sembra che a me siano riservate solo le cose più ruvide. gente che chiama solo quando gli fa comodo, che ti dà un appuntamento e poi lo buca clamorosamente, gente che fra lo scherzo e la verità ti fa dei pezzi allucinanti per cose troppo idiote. tanto io, come un carrarmato, passo sopra a tutto. a che serve che qualcuno capisca. a che serve che qualcuno guardi oltre l’apparenza. a che serve che qualcuno dica uno stronzo ti voglio bene sentito sul serio…

(oh lord, please don’t let me be) misunderstood [-16]

rientro alle dieci e mezzo di sera e imbocco l’ascensore con in mano una crocchetta di patate e in faccia la devastazione da lavoro-fino-a-tardi esattamente mentre esce la mia vicina del piano di sopra. o di un qualunque piano di sopra, non so. pettinata, vestita di nero, trafelatissima e profumata di fiori. chiaramente in tenuta da serata mondana. e io, abbrutita dal fritto di ahmed o come cazzo si chiama l’amico di capoccetta che gestisce la pizzeria qui all’angolo, fra me e me mi dico che porcamiseria vorrei anch’io. salire a casa, farmi una doccia, vestirmi di nero, profumarmi di fiori e uscire. per buttarmi fra le braccia coccolose di qualcuno. forse, le braccia di chicchessia. forse le tue.

dopo neanche mezz’ora un tuo messaggio mi chiede se ti ho perdonato o se ancora ti odio, e se mi potrai ridare il libro. se ti odio, cioè, capito. ma ci sei o ci fai? o io mi sono spiegata così allucinantemente male da farti capire esattamente il contrario di quello che volevo dire? ma perché gli uomini non capiscono una sega in questa maniera così totale e senza riserve?

sgradevole e necro [-17]

ho giorni in cui vorrei essere sotto altri cieli.

oggi vorrei essere sotto il cielo di quel bolognese lì di domenica. anche solo per come mi è venuto a prendere a porta san vitale e mi ha scarrozzata in giro per tutto il pomeriggio. anche solo perché erano secoli che nessuno mi chiedeva notizie della mia vita sentimentale, e io erano secoli che non la raccontavo. non a voce. non in modo organico. anche solo per l’essermi sentita così leggera, e libera, e curiosa. per l’aver avuto voglia di essere interessante anch’io – e non, come al solito, sgradevole e necro (e true)®.

vorrei essere sotto un qualunque cielo sia più azzurro di questo. e non pensare che mi sento sola. e che mi manchi. e che non posso neanche mandarti un messaggio per dirti che mi manchi, e se te lo mandassi io sarei ridicola e patetica e tu non mi risponderesti (e io, non ti manco).

affanculo.

[-18] (s?, lo so, i conti non ? che tornano poi tanto…)

è stato un fine settimana che è sembrato durare mesi. che ho vissuto quattro vite, parallele e tutte e quattro profondamente mie. che per tante e tante cose successe fra venerdì sera e stamattina ancora sorrido fra me e me, e mi sento leggera e quasifelice.

la prima vita con gli altri tre dei magnifici quattro. a farmi raccontare di cosa mi son persa mentre ero grande assente, e invidiare quei momenti in cui non c’ero, e ridere di quello che possono aver combinato, da soli, senza la mia saggia (!) supervisione. e passeggiare per la montagnola e accasciarsi su una panchina, trascinarsi alla stazione e aspettare treni fantasma che nessuno si caga di striscio; apprendere che il binario 3 e il 4 sono sullo stesso marciapiede, e guai a chi obietta; che non bisogna oltrepassare la fuckin’ linea gialla; che è bene non attraversare i binari, e soprattutto se si è una cordata di quaranta boy-scout spagnoli e il treno già si vede in lontananza.

la seconda vita con l’altrapitzi, in visita alla sua nuova casa da ciulo – da single uomo, cioè, pari pari – e in giro per riccione e i suoi locali e i suoi colori. a scansare pr che cercano di ipotecarti la serata, fare conoscenza con tarzan e con un’omino schivo di primavalle, vomitare piadine (devo poi capire perché lo stesso cibo che a pranzo va giù liscio liscio a cena diventa letale) e tappare il buco con un cuba che piomba giù nel vuoto assoluto e ha effetti devastanti; a cercare di rimorchiare per conto terzi un uomo in camicia bianca, raccontarsi pettegolezzi feroci sulla cugina cattiva, programmare un fine settimana romano (sì, stavo più di là che di qua ma me lo ricordo!). addormentarmi al bar davanti a mezzo cornetto al cioccolato.

la terza coi messaggi di *, che dall’altra parte di quei quasi quattrocento chilometri mi ha tenuto compagnia passo passo per tutto il weekend, a suon di buongiorno e buonanotte e baci grandi mandati così, sul filo di un pensiero che sembrava ricorrente. (e chissà poi perché)

la quarta a spasso per i colli di bologna, in compagnia di uno che non l’avrei mai detto, di rivederlo; che non gli davo un soldo, e invece si è rivelato molto carino, dolce, interessante; un round character, di quelli pieni di argomenti e che ti riempiono di chiacchiere e con un sorriso che non finisce più; e due occhioni verdi con le ciglia lunghe, e un accento che fa sangue da morire, e una collezione di baci da restarci secca. uno che chissà, se e quando lo rivedrò; ma che per ora è proprio un bel pensiero…

– uh, per non parlare (che infatti non ne ho parlato, perché non ho avuto tempo) dell’incontro al vertice lapitzi – tostoini – cascade – donnadicascade, svoltosi mercoledì sera in quel di trastevere davanti a una pizza e un calzone alla nutella dar poeta, e tremendamente istruttivo per quanto concerne la fauna romana di lungofiume, la cinematografia italiana di serie b, le grattachecche al melone+limone (che è una pessima idea mangiare subito dopo cena, figuriamoci poi se dopo la pizza, e che se prese al chioschetto davanti all’isola tiberina – lato trastevere – contengono decisamente troppo, troppo limone. oltre a essere cacofoniche, il che già doveva suggerire qualcosa…). la donna di cascade è una gran donna, e ha degli occhi che ridono.

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mi piace pensare che l’italia – l’europa – il mondo, anche – sia piccola piccola. e che, a volte, sia possibile ripiegarla su se stessa come un fazzolettino. farne combaciare lembi di norma lontani.

forse viene a trovarmi un folletto, da una città che sa di mare e scalinate e vicoli in salita. sono un pò felice, in prospettiva.

[-25]

oh, io odio questa serata. che c’è la casa vuota e fra poco arriverà la coinquilina-ex migliore amica e rimpiangerò quando c’era casa vuota. che merda. i miei sono a londra. con mia sorella. io conto i giorni. ché sto bene solo fino a che esco dal lavoro e mentre dormo, e nell’intervallo fra queste due fasce ci sono quelle due, tre, quattro ore che non passano mai.

mi sento sola. si può dire così, sì.

vado a fare i biglietti per bologna, và. 

[-26]

dice — hai fatto bene a liberarti di quello che tu hai volgarmente chiamato zaino, ma quelle rimangono solo parole, il pensiero che ho di te è un altro. le belle parole che hai usato le ho sempre sapute, le brutte le scopro oggi. me le merito, conoscevo la tua sensibilità e non dovevo farlo! ho sbagliato il modo, il senso era un altro, non volevo perderti come persona ma forse è meglio così. anche il libro era per te, era importante, valeva più di ogni regalo!! scusa ancora.

allora, a parte che, senza voler essere acida, il libro non era per me (dato che al momento del prestito mi è stato chiesto quanto ci mettevo a leggerlo e mi è stato detto mi raccomando, ché ci tengo), è diventato per me solo dopo la comparsa dell’anima gemella, perché a un certo punto veniva molto complesso rivedermi per riaverlo; e io non lo voglio, un ricordo del genere di una persona, preferisco pensare a lui guardando il libro che realmente mi ha regalato per natale, o la cartolina che una volta mi ha portato dicendo che l’aveva vista e aveva pensato alla mia collezione, o guardandomi le mani, e le unghie che per merito suo non mangio più;

a parte questo, dice tutta la tiritera che ho riportato sopra e io non riesco a capire. non capisco cosa significhi, e che collegamento abbia con questa. che vuol dire, il pensiero che ho di te è un altro?, cos’è che pensi?.. x, come al solito. né, onestamente, riesco a decidere quali siano, in mezzo a tutto quello che gli ho scritto, le parole belle e quelle brutte, e che cos’è che dice di meritarsi – a parte l’appellativo di vigliacco, che peraltro ripeto alto e forte tutta la vita, perché altro non è che un gesto vigliacco quello di chiudere una storia senza lasciare possibilità di replica, e cercando di pararsi il culo con un ti voglio bene e un non ti ho mai mentito. e sono due giorni che penso a questa risposta e più ci penso e più non riesco a trovare i nessi. anzi, se qualcuno di voi avesse capito, se avesse dei suggerimenti, li può postare qua sotto e mi farebbe una gran cortesia perché io mi ci sto arrovellando. prendetelo come il nuovo entusiasmante gioco dell’estate.

detto questo, c’è da segnalare che quaggiù fa un caldo favoloso, e che stamattina il *mio* mare era uno spettacolo e io mi sono sentita veramente felice. che quando vengo qua stacco tutte le spine, e mi sembra che solo su questo letto si possano dormire sonni veramente sereni. e ultimamente riesce a sembrarmi tutto molto pittoresco – persino sant’angelo, che altro non è se non una sequenza di curve con a un certo punto una costruzione coperta d’edera, stasera faceva molto turismo e molto estate e molto relax.

c’è poi da segnalare che ieri notte il messaggio di * recitava "sicuramente tu non ci credi, ma ti stavo pensando", e si chiedeva se ero arrivata a casa, e concludeva con "notte. bacio", e io ogni tanto me lo rileggo perché mi piace proprio. (va detto, anche per l’ardimento di non utilizzare neanche una preposizione quando ce ne andavano almeno tre.)

come va il mondo? mah. [-29]

devo farmi il borsone, per domani. ricordarmi di mettere in borsa il biglietto dell’aereo, e la busta paga da sottoporre, a casa, al commercialista-papà (anche se sono soddisfatta e, devo dire, mi fido). devo mangiare qualcosa, devo – possibilmente – andare a letto presto. ho sonno. dormo male. stanotte ho sognato lupin che mi abbracciava. che mi diceva delle cose che non mi ha mai detto. e oggi naturalmente ho i crampi alle gambe.

sono dimagrita, credo. stamattina i meltin’pot chiari che non mettevo più da diversi mesi mi sono scivolati addosso con facilità inaspettata. mi sono sentita bene. non alle stelle, ma bene. vorrei non avere più i ciccetti sotto le braccia. vorrei non avere più neanche il culo più largo delle spalle. e penso che a settembre mi iscriverò in piscina (ci riuscirò, stavolta?)

ho sempre di fronte agli occhi una sorta di calendario immateriale che scandisce date. date in cui partire. domani, venerdì prossimo, il mese prossimo. sento l’odore della strada sotto le suole delle scarpe. e più di ogni altra cosa c’è londra. che prima mi sono incagliata, atterrita, sulle foto delle sue ferite e per un attimo mi è sembrato di esserci – lungo i muri di quei palazzi, su quei marciapiedi,dove ilsanguedelmiosangue tutti i giorni vive, cammina, respira parallelo a noi. penso a quando metterò piede sul suolo straniero e credo che mi sembrerà strano. che so, la lingua, le scritte, le facce della gente. penso che dovrò ricordare di cambiarmi un pò di soldi.

poi guardo in continuazione il display del cellulare (anzi, l’oblò del sommergibile) e vorrei vederci disegnata una bustina. vorrei un messaggio di *. e la sua schiena da disegnare con le dita.

[-30]

due euro. una semplice, stupida lettera – un pò pesante, ma una lettera. e io che pensavo che mi avrebbero applicato il supplemento di pacco ingombrante, dato come me lo sentivo dentro l’anima.

alla fine, sono dovuta andare a spedirlo d’urgenza, perché non potevo più sopportare di averlo in giro per casa. alla fine, dopo che ho quasi fatto una corsa, dall’ufficio a casa e da casa alle poste di via marsala, con l’unico pensiero fisso di liberarmene, dopo che ho consegnato la busta e l’ho vista affrancata e ho dato le due monetine all’impiegato e ho girato su me stessa e sono uscita dall’ufficio postale – alla fine, mi sono sentita mancare le forze. piegarsi le ginocchia, affievolirsi il respiro, quasi chiudersi gli occhi. non ci sei più. non ci sei più davvero. e ogni tanto mi sembra di odiarti. te, e la tua felicità di merda.

[dopo, ho voglia di una serata come quella di venerdì scorso. con l'aria fresca e una maglia scollata e i brillantini sulla pelle, e il cocomero per strada.]

[ho voglia di pensare solo cose colorate.]

not afraid [-31]

ehi. ehi, tu! sì, tu che ogni giorno arrivi qua tre, quattro, cinque volte cercando "we are not afraid" e rimanendoci immagino anche un pò di merda perché trovi solo q-tip che canta il finale di "the outsiders" dei rem (altamente consigliata, peraltro, perché splendida, ma questa è un’altra faccenda…); all’inizio non capivo, poi mi hanno spiegato. quello che cerchi è qui. e io personalmente lo trovo molto bello.

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