Archive for giugno, 2005

pasquino dice che

allora poi in mezzo al caldo appiccicaticcio e paranoico di questi
giorni capita che:

rimedi un passaggio a casa dal signor g. e ci fai chiacchiera
riguardante — le malelingue e i falsi e chi si fa i fatti suoi e chi ti
mette in guardia (da se stesso?); ci fai chiacchiera anche riguardo al
cane batman. e pensi che non lo potrai prendere mai, un cane, ma ogni
tanto ti piacerebbe.

rimedi da qualche parte la forza di mangiare quattro fette di bresaola,
buttare alla spazzatura il radicchio vecchio che sapeva di aiuola,
uscire a prendere un gelato che è molto più panna che gelato, ma che
climaticamente ti salva il culo.

rimedi da qualche altra parte l’idea, e persino la forza per convincerne
tua sorella, di non rientrare subito a casa dopo il gelato ma di sedervi
in piazzetta, al fresco. e osservare il cuore del quartiere che pulsa.
scoprire che piazza dei consoli è piena di: cani che pisciano;
vecchietti che prendono il fresco; bambine col prendisole e la borsetta
di lamé rosa, il cui passatempo preferito è camminare in equilibrio
(precario) sugli orli delle aiuole. nonché piena di aspiranti bboyz e
fly-girlz, queste ultime che camminando sculettano (giustamente) in
quattro quarti; (scoprire di non essere capace di farlo anche tu);
scoprire che c’è gente che quanto a panza rotonda che occhieggia dalla
vita bassa dei pantaloni sta messa male almeno quanto te; scoprire che
occasionalmente, lungo il mattonato centrale della piazza si trovano a
passare uomini in ciabatte e calzoncini che hanno deviato appena un pò
dallo scendiletto di camera loro, se no erano pronti pronti per andare a
dormire; scoprire che esistono davvero (anzi, daveroòh) ragazze che
parlano un italiano a vocali ridotte, soltanto "a", come sostenevano
lillo e greg una volta, tanto tempo fa. garabalda fa farata. scoprire
che i cani ci rimangono male se li tradisci. che c’è casa di mirko dei
beehive proprio sulla piazza, sopra l’agenzia immobiliare; scoprire che
l’odore di cipolla imbiondita in padella (tipo preparazione per una
carbonara, per intenderci) magari da dentro casa non te ne accorgi, ma
fuori viaggia per miglia e miglia, e miglia. scoprire che tutte ‘ste
scoperte non servono a niente, ma fanno sì che la vita ti sorrida un
attimo, anzi ti rida proprio, di pancia.

notte…

*600, dentro la pancia. non una di più.* — il resto è vuoto,
silenzio che urla, energia che scintilla e cammina lei al posto mio.
voglio stare così. non c’è altro. è tutto molto divertente, ma
l’obiettivo è estremamente serio e mi tiene in tensione come un
elastico corto. e io subisco la tensione. muscoli contratti come chi
sta per saltare, nervi sovraccarichi. dissimulo perfettamente, fra
l’altro. o quasi.

guardami, cammino battendo precisamente ogni passo. veloce. spedita. perché non sembrerebbe, ma so dove vado. e ho fretta di andarci.
guardami,
non è un piglio. è così davvero.
cammino forte, pesante. battendo ogni
passo, pestando per terra. come un flamenco rettilineo. perché ho
chiasso da fare, davvero, perché danzo, davvero, perché sono io,
davvero, e sono viva, viva, viva. perché so dove vado, e ho fretta di andarci, e ci andrò.

sono
stata due anni sottoterra. due anni a testa bassa. due anni in apnea, e
con lo sguardo perso e – respiro solo adesso. sono tornata – a testa
alta. e sono aggrappata a tutto quanto con tutte le unghie – lunghe,
stavolta. è la mia strada, non l’ho smarrita, non la perdo, è più forte
di me. è evidente. dev’essere questa la rabbia, questa l’impazienza,
questa l’insofferenza. è che non so mai quando sarò arrivata – e se poi
mi fermerò mai.

(e quando sarò almeno a buona parte
della strada, so che dovrò un mondo al signor g. — davvero un mondo.
il che è un altro motivo per non mollare la presa, a costo di piantarmi
le unghie nei palmi.)

il responso è: non ci ho capito un cazzo. donnie darko, dico. no,
non ci ho capito niente. però era bello. ricordava un pò magnolia, come
tipo. uno di quei film molto confusi ma molto belli esteticamente, che
alla quarta volta che li rivedi cogli altri particolari che non avevi
visto e che quando finisce ti chiedi sì, ma che cosa mi voleva dire?
non si sa. magari la risposta te la devi dare tu. magari era una storia
a bivi. magari.

intanto sono stata presa da una giornata di
shopping compulsivo (ieri). e da un pomeriggio libri-e-chiacchiera
(oggi). intanto forse il fine settimana prossimo bologna. e il prossimo
ancora, casa (e mare). intanto sogno londra. e un sacco d’altre mete,
se è per quello. e lo stomaco mi fa male, e fa caldo e ho voglia di
stelle e vento e dita a disegnare altri corpi. intanto, ogni tanto, mi
sento — come se una qualche rabbia, per qualcosa che nemmeno io so,
trasparisse inaspettatamente. all’improvviso. e dire che qua, non c’è
proprio di che lamentarsi.

ma che ne so.

vado a dormire… 

…niente, programma alternativo saltato anche lui. poco male, era nel conto. sto in un periodo in cui l’occupazione principale è prendere le misure. di poliedri complessi, che visti da un lato hanno un aspetto e se li giri non si sa. potrebbero avere un buco, una sporgenza, o cambiare modulo costruttivo. chi può dirlo. io per fortuna sono una dai piedi pesanti, e vado avanti con tre cautele. una perché sono nuova, un’altra perché sono donna, un’altra ancora perché mi hanno messa in guardia. e tutto farà il suo corso.

questa mattina il pensiero femminista di turno è che una donna deve usare sempre il doppio delle cautele. non è che c’è un motivo per cui penso così adesso, attenzione, è solo un’idea (/pensiero, /sensazione) che mi porto sempre appresso e ogni tanto risale a galla tirata su da un insieme di piccoli insignificanti segnali che si mettono in fila.

poi mi parli di parità.

lo so, sembra un discorso fazioso, ma delle volte, in certi frangenti, questa cosa si avverte fortissima. una donna deve usare sempre il doppio delle cautele, stare attenta a con chi parla, a cosa dice, a come va vestita; deve scegliere le sue priorità, e rinunciare a una metà delle possibilità. magari nominalmente non è così, ma poi di fatto è inevitabile. e non ho voglia di argomentarla ‘sta cosa (ché poi quando la dici c’è sempre qualcuno che ti dà della piantagrane), rimane detta qui così e basta.

e dopo questo vado a fare colazione e inizio così una fantastica giornata.

ho un eccellente programma alternativo. alternativo al fine
settimana fuori, cioè, che è saltato (rimandato, indeed) per carenza di
soldi dopo troppe indecisioni e un minacciato sciopero dei treni.

ho
un eccellente programma alternativo. dal quale mi aspetto — non lo so
cosa mi aspetto. so cosa vorrei [una pelle scura da esplorare, nella
fattispecie]. e so cosa ci sarà [un gelato, il lungomare - anzi no, il porto o_O - un gruppetto di dificienti,e risate]. sono
contenta già solo per la seconda.

ma sì, ci abbiamo messo una pezza.

ho pensato che vorrei un fidanzato. l’ho pensato questa sera, mentre tornavo a casa. non è esattamente così, ma l’ho pensata in questi termini, e mi sono anche un pò spaventata – e l’ho subito corretta.

ho pensato che vorrei una coccola. questa sì, è precisamente così. vorrei una coccola. vorrei della pelle da sfiorare. un abbraccio tondo e perfetto. un paio d’occhi sopra i quali consumarmi e scomparire, e farmi piccola come un pensiero.

ho pensato che mi sembra che nessuno mi voglia bene. che lo so che non è così, eppure a momenti mi guardo intorno e sembra di navigare in alto mare senza terra in vista. ho pensato che persiste la sensazione di essere isolata, lontana da tutti. ho pensato che non parlo mai. non parlo mai di me, dico. parlo di cose più grandi, o generiche, o teoriche. oppure scherzo. ho pensato a * che l’altro giorno diceva che tutti ogni tanto abbiamo bisogno di sostegno morale – no? – se no quando hai qualche problema che fai? – e a me che gli rispondo che in genere me li smazzo da sola. però è vero. ogni tanto tutti abbiamo bisogno di sostegno morale. e io non sono tipa da chiedere consigli e soprattutto da ascoltarli, ma me lo ricordo, quant’è bello sapere che qualcuno c’è. perché nonostante sia sempre stata così, e nonostante mi sia sempre sentita sola e distante e del tutto a cazzi miei, in qualche raro momento l’ho provata, la sensazione di avere una spalla su cui posare la testa. ed era bello.

ho pensato – penso – che il guaio è ben oltre il fatto che non c’è materialmente nessuno. sta piuttosto nel fatto che, se mi metto seduta e ci penso, così a sangue freddo io non ho voglia di cedere terreno a nessuno. che il mio è il pensiero egoista di chi vuole avere senza pagare – ma nessuno dà niente per niente – e dunque il terreno è sterile. ho pensato – penso – che mi sembra di non aver niente da dare, da parte mia. nessuno dei doni preziosi che tempo fa mi sembrava di avere in serbo. ho pensato, che il guaio è nel fatto che la vedo come una lotta. un testa a testa, una danza di conquista. un braccio di ferro. e mi piace vederla così, è più eccitante, è divertente; ma procede sempre in piano, senza mai cambiare livello. e giri giri ma sei sempre lì.

e delle volte vorrei essere travolta, e non poter farci niente.

ora che ho il tempo non ho le parole. per dire. che ho sempre -
comunque – costantemente – e l’avrò sempre – fame d’aria. [certo, nata
asmatica è normale che ce l'abbia.] che vorrei un cazzo di
teletrasporto, o i soldi per partire tutte le volte che voglio così su
due piedi. accidenti.

per dire che delle volte non mi basta lo
spazio nel cervello [sì, è piccolo il mio cervello, è così]. per stare
appresso a tutto quello che penso, che vorrei, che vorrei dire, fare,
toccare. per dire che mi sento come i bambini, e avrei voglia di
conoscere tutto, di vedere tutto.

per dire che ogni tanto, mi
sento sola. mi sento che ci sono ma sempre troppo poco. mi sento che
vorrei lasciarmi avvicinare davvero, e invece sto sempre là con la
guardia alta, che faccio la pagliaccia per non guardare in faccia la
gente e dire quello che ne penso in quel momento – anche a costo di
dover poi dire "ehi, scusa, ma avevo pensato male". non ce l’ho con
nessuno in particolare, è solo che ogni tanto mi ricordo di come son
fatta, e che in 27 anni di vita ho continuato a fare sempre gli stessi
errori, e mi prende lo sconforto.

ora che ho il tempo non ho le parole. per dire che non mi basta mai non mi basta mai non mi basta mai… 

ho occhi grandi e tondi. che ogni tanto, se mi giro d’improvviso e incrocio uno specchio, mi guardano spalancati in mezzo a un viso impaurito. come se non si riconoscessero. come a chiedermi e tu chi sei?

ho un corpo che a volte sento come se fosse di qualcun altro. che a volte vedo da lontano. che a volte prende decisioni sue, che io le condivida o meno.

e a volte mi piacerebbe modellarlo, plasmarlo, cambiargli forma e colore come dico io. come lo vedo io. e in certi momenti sarebbe del tutto trasparente.

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