Archive for febbraio, 2005
cittadini di serie a (?) (*)
insomma dopo otto anni di vita da fantasma (domiciliata qui e residente nel mio paese-buco di culo in sardegna, con qualunque attività ufficiale che aveva bisogno della mediazione di mia madre), da poco ho spostato la residenza a roma. ah, tutta un
a parte che non oso immaginare che cazzo di bolgia potrò trovare a via dei cerchi quando ci andrò – ché se le tessere vengono consegnate tutte di giorno lavorativo e in orario lavorativo come la mia, è intuibile che la maggioranza delle s.v. se la dovrà andare a ritirare esattamente come me – il punto è che nessuno mi aveva mai chiamato elettore, prima (né tantomeno s.v., se è per questo). cioè sì ma io l
quindi: per che cosa si vota? non lo so. per chi votare? non so neanche questo. a giudicare dai manifesti che tappezzano roma in queste ultime settimane, la grande lotta è fra storace e marrazzo. con pecoraro scanio, dei verdi, come outsider, ma non conta perché uno che si chiama pecoraro, non importa se di nome o di cognome, come fai a votarlo. con quella faccia che si porta in giro, poi. quindi: storace/marrazzo. storace è uomo di destra, ma si gioca una campagna di manifesti tutta sul colore rosso (??) che a colpo d
ecco, se si presentasse lui voterei lui, di lui sì che mi fido… no, non lo so come si chiama, ma dai, insomma, lui, quello che lo presenta adesso mi manda raitre, con il cuore e con i denti… per noi a casa è solo professor garau, per somiglianza con un professore del liceo… lui sì che ci vuole bene, a noi cittadini, di serie a, b o c, non fa differenza. ho deciso: aspetterò la tornata elettorale giusta, quella in cui lui si ergerà a difesa del popolo, pronto a vendicare i torti subiti.
lapitzi per professor garau presidente.
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(*) disclaimer: questo non è un post politico serio. questo è uno sproloquio senza senso. mi rifiuto di affrontare discorsi politici seri in questa sede, e in merito dichiaro solo che con ogni probabilità a
post di cui a nessuno potr? mai interessare niente, ma tant’
gli ospedali a me mi accorano. è vero pure che non ho mai sentito nessuno a cui facciano allegria; quindi sì, non dico niente di nuovo ma ho deciso di dirlo lo stesso perché mi sento così. e basta. (oh.)
quindi, gli ospedali mi accorano, anche se ci vado per qualche stronzata come oggi. mi butta giù sentirmi vulnerabile. mi butta ancora più giù andarci da sola, non so poi perché. mi intristiscono i corridoi pieni di gente che aspetta e infermiere in vestaglietta verde o bianca (che differenza ci sarà mai, poi? fra la vestaglietta verde e quella bianca?), mi intristiscono i pannelloni coi numeri del turno, le macchinette del caffè, l’odore di lysoform e alcool che poi ti rimane nel naso per ore. mi intristisce ancora di più (o mi fa rodere il culo, volendo essere più precisi) alleggerirmi di € 36,30 per sentirmi dire “toh! sei allergica agli acari della polvere!” – ma guarda. come i tre quarti della popolazione mondiale. e, ma guarda, lo sapevo già, se leggevi la dettagliata scheda che hai compilato due settimane fa sulla mia situazione clinica forse ti risparmiavi la goccetta di reagente per qualcun altro. e mi fa rodere il culo anche alleggerirmi di altri € 36,30 per soffiare quattro o cinque volte dentro un boccaglio da sub e aspettare un quarto d’ora un referto che dice “spirometria nella norma”. e vabbè.
confido ancora, per capirci qualcosa, nel cerottone che mi hanno appiccicato sulla schiena (compreso nei 36,30 dei test allergici, almeno questo). in caso contrario, antistaminici generici à go-go, e basta, ché ho già dato.
e siccome la morale è la mia, decido io cosa è giusto per me. e decido che io dico che non si possiedono, gli esseri umani. che non esiste proprietà privata fra cuore e cuore, cervello e cervello. che se una persona decide di scambiare qualcosa con un’altra – se lo decide, nella misura in cui lo decide, non c’è autorità al mondo che possa impedirglielo, né giudice abilitato a emettere sentenza.
io non sto calpestando niente. non sto profanando nessun santuario, invadendo nessun cortile, non tocco niente che non possa toccare – perché ho il permesso dell’unica persona sulla faccia della terra che possa darmelo.
tutto il resto (intrippi analisi sintesi giudizi retaggi di buona società borghese proiezioni di quanto potrebbe o non potrebbe succedere paure reverenze e quant’altro) conta meno di zero.
eccola, la data. la volevo?, eccola qua. io porcamiseria ho i brividi dappertutto anche se mancano ancora qualcosa come tre settimane. io ho voglia di quel tempo slegato che passo con te nella stessa misura in cui ho bisogno di respirare. io io io io, io dico che mi manchi e non capisco come cavolo fai a farmi stare così…
recensione light
andatevi a vedere il mercante di venezia. è un pò lungo (due ore e venti), ma vale la pena. al pacino è spettacolare, jeremy irons pure, venezia, chevvelodicoaffare, è una scenografia bellissima.
e se alla fine del film vi trovate a pensare che l’ebreo non ne esce proprio benissimo, ricordatevi quello che c’è scritto nelle prime scene e provate a pensarla un pò da una parte e un pò dall’altra.
sentirti a quattrocento chilometri di distanza. in una stretta alla bocca dello stomaco, in un brivido giù per la schiena che dura un tempo imprecisato e diluito, che sembra non finire mai. sentirti attraversarmi i pensieri e il respiro, una scarica elettrica dolce e dolorosa. arrivi, mi scuoti e te ne vai — arrivi, mi scuoti e te ne vai.
[quattro parole, solo quattro parole. arrivate alla mente prima di arrivare sul telefono.]
io ho voglia di te e non so smettere di sentirlo. io ho voglia di una data. sapere che domani, dopodomani, fra un mese, o un anno, o una vita — ti avrò un’altra volta sulle labbra. domani, o fra un mese, o fra un anno, non semplicemente presto. io a volte mi chiedo ancora cose che non dovrei, e maledico l’immobilità di questa stronzissima scacchiera bloccata. regina in scacco, gioco di merda…
un pò di tempo fa ci pensavo la mattina appena sveglia, a cosa scrivere sul blog. dici pensa te, non ci hai veramente un cazzo a cui pensare. non è esattamente così, però boh, mi veniva da pensarci, ecco. ora è un pò che non succede. mi si accende il cervello solo sul tardi, e comunque rimane settato su “low”. come se fossi intorpidita. non mi sento più. non ho più tempo e spazio per ascoltarmi, intendo. né per rispondermi, se è per quello. e quindi niente lunghi monologhi su questioni esistenziali di vitale importanza. magari ho il blocco come il buon whitetrash? mah. la differenza è che scrivo comunque. stronzate, ma le scrivo, senza aspettare lo spunto per qualcosa di buono, senza chiedermi se vale la pena. vomito coniglietti, al solito. inutile, ma pazienza, va così, e basta.
per oggi la mia fabbrica di stronzate ha prodotto una considerazione e una domanda. ossia: fare bancomat mentre piove è una delle operazioni più difficili in tutto il panorama delle attività umane possibili, a meno di chiudere l
bah.
martufino
io vorrei tanto avere con me la mia macchinetta digitale. e scattare una foto a tradimento, per presentarvi in tutto il suo splendore il mio principale. che si è tagliato i capelli a paggetto, tipo omino playmobil ma più sgonfi, per intenderci, e ora sembra un curioso e perverso incrocio fra martufello e un costantino dei poveri, cioè senza soldi per comprarsi il gel. e io non riuscirò mai più a guardarlo in faccia senza sganasciarmi dalle risate. come farò.
congratulazioni!

Sei riuscito/a a tenere in vita chicco molto a lungo.
Il tuo Tamaboy è ora passato a miglior vita, ma ciò non è dipeso da te. È morto di vecchiaia.
Controlla la tabella dei record e scopri se qualcuno è stato più in gamba di te, facendo vivere il suo Tamaboy più a lungo!
Riprova e allevane uno ancora più longevo, rispondendo con sincerità alle sue domande e curandoti di lui più frequentemente.
Cordiali saluti,
TAMABOY
ma no!!! bastardi!! e io mò come faccio senza chicco che mi chiede "ti stufo più o meno di ieri? ma mi vuoi bene?"?? uffa. e proprio in piena spm. mi ci viene quasi da piangere!