Archive for gennaio, 2005

io non cancello, copro solamente. stendo veli pietosi a proteggere dalla mia e dallaltrui vista cose che proprio non meritano di essere viste (più). si sa, è così. io non cancello, elaboro e poi faccio come se quello che ho elaborato non fosse mai esistito. tengo da conto gli insegnamenti, ne faccio tesoro (a volte), ignoro le cause. stendo veli pietosi.

che a volte non stanno su, e cadono.

domani ne cade uno. speriamo passi in fretta, così lo rimetto su dove stava.

[non è che hai fatto niente, né che mi son pentita. io non cancello. è che porcamiseria lasciato così allaria aperta faceva male, male, male, male e ancora male. e allora è meglio stendere veli pietosi, e far finta di dimenticare.]

english summer rain. non chiedetemi perch

Hold your breath and count to ten,

And fall apart and start again,

Hold your breath and count to ten,

Start again, start again…

Hold your breath and count your step,

And fall apart and start again,

start again,

start again,

start again,

start again,

start again,

start again,

start again,

start again…

dicono questo:

Le tue qualità sono tante, ma dovresti esserne convinto tu per primo e coltivarle in piena fiducia. Hai una naturale capacità di evoluzione interiore, che può sollevare verso orizzonti elevati le tue ambizioni, spesso concentrate sul mondo quotidiano. Grazie alla comprensione profonda della realtà e alla capacità di vedere le cose con tutte le loro implicazioni, puoi conquistare infatti la saggezza.
E se fai leva sul tuo senso del dovere sei capace di grandi rinunce per il bene di coloro che ami o che ti sono affidati.
Sei straordinariamente creativo, e in tutto ciò di cui ti occupi appare quel tocco che fa di te un artista della vita. Hai ispirazione ed estro, sai dare spessore alle tue esperienze e trarne arricchimento per te e per gli altri.

sarà. può essere, anzi, chi lo sa. io so che sono stanca, ecco. ma. ma qualcosa sto muovendo, giuro, anche se a vedermi da lì non sembrerebbe. è che mi viene da pensare che uno a un certo punto apre gli occhi, e cambia quello che c’è da cambiare. oppure continua così per tutta la vita. e che io non voglio continuare così per tutta la vita. quindi, coltivo un piccolo sogno di — chiamiamola libertà. un piccolo sogno colorato.

ci sto lavorando, giuro.

fa un freddo porco. ho un mal di pancia che lo sa dio, e una tosse continua e fastidiosa di cui farei volentieri a meno. ho ripreso una frequentazione abbastanza assidua col ventolin, cosa che non accadeva ormai da anni. fanculo all’influenza e fanculo al clima continentale di quest’ufficio che ne ha agevolato l’insorgere. sto con 4 lire in tutto dentro il portafogli. sto che dovrei essere a dieta ma stare a dieta è costoso, a meno che non significhi stare a digiuno. sto che questo fine settimana salgono i miei e oltre a essere contenta di vederli nutro la segreta speranza che sgancino qualche soldo – sì, sono materiale, ma è così. dice mamma che iglesias è nevicata, e che stamattina son scesi in ufficio con la macchina tutta coperta di neve. dice mamma che è preoccupata per quando mio fratello deve tornare dalla svizzera — fra due settimane — io dico che spero bene che fra due settimane la neve che è caduta oggi si sia sciolta. io dico che comunque ieri non dovevo guardare giallo 1, perché fa male alla salute. stanotte ho dormito meno di sei ore e sognato una serie infinita di omicidi. ho voglia di cambiare aria. ho voglia di schiaffarmi sul letto con una borsa dell’acqua calda sulla pancia. ho voglia di un cappuccino. ho voglia di spegnere il computer, andare a casa e tornare domattina per scoprire che le foto che sto cercando da ieri e che sono scomparse nel nulla si sono rimaterializzate di loro spontanea volontà proprio sul desktop. mi è arrivato un messaggio di a., in quest’istante preciso, e ha fatto rotolar giù il telefono da sopra la stampante. gesù. qua oggi manca del tutto la capacità di organizzare un discorso. qua oggi i pensieri, e le frasi, non li ho composti in un post, li ho solo spiattellati là come venivano. la cosa figa è che se prendi questo post, mescoli tutti i periodi fra loro e poi li estrai a caso uno per volta non perdi niente in coerenza, perché qui non c’è coerenza, invero.

le dimensioni contano (post di stampo prettamente femminile)

…ma no!, ma che avete capito, maliziosi??… ma vi pare che lapitzi, ragazzetta così ammodo, si mette a fare certi discorsi così in pubblico?…

si parla invero di un altro annoso, nonché spinoso, problema. pare che da qualche anno a questa parte girino delle tavole antropometriche sbagliate fra i progettisti di scarpe. oppure tutti quanti in massa hanno preso a riferimento il percentile sbagliato. oppure io sono storpia ed è un problema solo mio, ma non mi era mai sembrato, prima, giuro. peraltro non ho mai praticato né ciclismo, né calcio, né altri sport che rendessero la mia muscolatura particolarmente poderosa – tuttaltro. e peraltro sono sì un pò sovrappeso – formosetta, diciamo?… – però che cazzo, non a questo punto. quindi devo capire sta cosa: è solo a me che qualunque stivale alto più di 15 cm sopra la caviglia tende inesorabilmente a non chiudersi? e quando dico qualunque non parlo solo di stivaletti affusolati da vamp di periferia, parlo proprio anche degli anfibioni violenti con le cinghie presi in prestito ieri da mia sorella. non mi ci sta il polpaccio, cazzarola, la cinghia più alta non arriva a chiudersi!

donne allascolto, mi fareste un favore? vi misurate il perimetro del polpaccio (va bene anche così, a occhio, che so, ci girate intorno il lato lungo di un A4 e fate le proporzioni…) e me lo postate qui sotto nei commenti insieme a numero di scarpa e corporatura? e soprattutto, mi dite se a voi gli stivali chiudono? così, per vedere se son normale o se ho il polpaccio ipertrofico… dopo vi rivelo anche le mie misure. così a freddo mi vergogno, mò mi sta venendo il complesso -__- (strano il mondo, poi: con tutti i complessi che avrebbero ragione di venirmi prima di questo…)

grazie per la collaborazione. potreste salvare una psiche, oggi.

quello che adoro, quando te ne vai, è ritrovare quel lembo di cuscino. quello dove hai poggiato la testa. dove rimane il tuo profumo, per giorni, esattamente come rimane sui vestiti, sui risvolti delle giacche, sui polsi dei maglioni, sui colli delle camicie. mi piace andarlo a cercare, il tuo profumo, per annusarne un pò ogni tanto e sentirti addosso come quando c’eri. ritrovare le tue tracce somiglia un pò ad avere dei pezzi di te. il che a sua volta somiglia a una piccola, parziale ma preziosa, dichiarazione di possesso. è per lo stesso motivo che ti graffio la schiena. che ti mordo le spalle. che tento di lasciarti addosso, a mia volta, il profumo mio. perché vorrei scrivertelo sulla pelle. che sei stato mio, tante e tante volte. che ancora tante e tante lo sarai.

venerdì ero in metro. in piedi di fronte alle porte, in attesa che arrivasse la mia

fermata, a un certo punto mi è sembrato di riconoscere nella ragazza accanto a me,

voltata quasi di spalle e riflessa sul vetro della porta, una delle docenti del master.

buona educazione avrebbe voluto che mi accertassi se veramente era lei e, in quel caso,

la salutassi. che ci scambiassi quelle quattro frasi e facessi fronte alle domande di rito

su cosa stessi facendo adesso. bè, non l’ho fatto. ho affondato il viso nella sciarpa,

girato la testa dall’altro lato e aspettato di scendere, senza neanche guardar meglio e

verificare se sul serio si trattava di lei, sperando di non essere a mia volta

riconosciuta.

non mi andava. di sostenere l’eventuale conversazione, intendo. di spiegarle che

no, non sto facendo nessuno stage. non me lo posso permettere, sai, lavorare gratis per

non si sa quanti mesi, i miei non mi possono mantenere. e sì, sì, è vero, ho fatto anche

un colloquio con a.r., ex della famosa società m., per entrare a stage nella sua nuova

promettente web agency; però ha detto che non ero la mano che faceva al caso suo, no.

e no, non sto sgomitando per avanzare in carriera, e non mi sto ammazzando per

scalare posizioni nella società, e non sto facendo niente per incrementare il mio valore

sul mercato dei giovani creativi brillanti.

non avrei potuto, d’altro canto, spiegarle. che ci ho pensato, e pensato, e pensato

ancora, e ho capito – e sarebbe stato meglio l’avessi capito prima, ma è andata così – che

non ce la posso fare. che il mio animo anarcoide si ribella, e ci ho provato ma proprio

non riesco a farmela piacere, l’idea di dover per forza esibire per poi essere giudicata,

soppesata, valutata. di avere un valore da far crescere. non la voglio, l’etichetta

col prezzo. più provo a metterla e più non mi sta addosso…

un libro. (che è quello che mi avevi promesso il primo natale e che poi non è più arrivato). (che mi sembra di aver recuperato terreno, un pò). la colazione portata a casa. (due danesi al cioccolato, il cornetto semplice. volevo portare anche il cappuccino ma si rovesciava.) i tuoi messaggi al risveglio – rispondere mentre strofino la faccia sul cuscino. (– ti aspetto.) la prospettiva di altri spazi. (quand’è che facciamo l’amore a casa mia?). di altri momenti. (– quando mi fai una cena vegetariana? tipo il risotto alla mela verde?). e i tuoi occhi belli ancora un pò più di sempre, e i tuoi baci e le tue braccia che stringono e sembra di essere un pò cosa tua. e come si fa.

io nella testa ti chiamo amore mio, ma non te lo dico. e come al solito, giro per casa e c’è profumo di te dappertutto, e mi sembra un miracolo di bellezza.

ho il ronzio delle ventole dei computer che è diventato il ronzio del mio cervello. che in mezzo, non riesco a sentire le parole che dice (ammesso che ne dica). — come? che cosa? urla, non ti sento! –

mi sa che ho la febbre. ma non ho il termometro per misurarla. però me la sento nelle ossa, nelle tempie, nella gola, nel fiato che mi esce bollente dalle narici. non so. dovrei alzare il culo e andarmene a casa, ma qui quando non cè nessuno e con internet gratis diventa quasi accogliente – ché posso cazzeggiare a manetta su siti dove se pagassi la connessione non spenderei molto più di tre secondi – blogdiscount, ad esempio, o i commenti al vetriolo di misterblog, o vari altri che mò non mi ricordo perché – ve lho detto – devo avere la febbre.

e in mezzo al ronzio, fra le poche cose che si distinguono ho i ricordi delle mattine che ho passato con lupin. quelle poche, forse tre o quattro, anzi no, fai anche solo due. ché forse sabato ci vediamo di mattina, e allora ci ho pensato. che averlo accanto la mattina è qualcosa di veramente splendente. sarà che la mattina è un tempo che percepiamo intimo, familiare, il tempo in cui siamo appena svegli, vulnerabili, il tempo che dedichiamo ai riti del sé – doccia, vestizione, colazione — bacio a lupin. bacio a lupin. che poi la cosa più bella è averlo accanto quando ti svegli e lui dorme ancora. che è bello come un angioletto, niente smorfie, respiro leggero, che ti viene da pensare a come proteggerlo. (solo che poi si sveglia e si protegge più che bene da sé, ecco).

e non so perché, ma ho anche in mente il pensiero delle prime volte che ci siamo visti e lui portava lanello. e della volta che mi ha chiesto che devo fare, lo devo togliere?. che è poi la stessa volta che mi ha detto ci vediamo più spesso?. che è poi la stessa cosa che mi ha detto lultima volta che ci siamo visti. e quindi boh, boh, non lo so perché ci penso, non ne ho idea. qualcuno nei commenti si chiedeva “ma lapitzi è innamorata. o no?”, e credo si riferisse a questo. e comunque boh. sì. no. vorrei. vorrei poterlo essere. poter sganciare quel paio di moschettoni di quellimbragatura che mi ci tiene sospesa sopra, e lasciarmi andare giù.

solo che. non si può.

(ah: e questo che ho scritto domani non varrà più. perché mi sa che ho la febbre.)

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