Archive for ottobre, 2004

non c’è niente, quando sei giù di morale, che dia sollievo quanto circondarsi di oggetti. oggetti nuovi. oggetti belli. certo, è momentaneo, i problemi di fondo rimangono sempre; ma sulle prime, l’entusiasmo e la felicità sono quelli dei bambini che aprono i pacchi di natale e trovano i giocattoli nuovi e si sentono tutti nuovi anche loro. ecco. in questo momento i miei salvatori sono questi qui:

il primo è il cellulare meno desiderato della storia, comprato controvoglia in situazione di mega-emergenza, ma veramente veramente spettacolare. il secondo è il cappotto più bello del mondo, rosa e damascato. sembro una poltrona che cammina, adesso. ma anche prima, se è per quello. almeno adesso sembro una poltrona con rivestimento damascato, quindi vuoi mettere.

alla ripresa del mio umore contribuiscono anche i due biglietti che in extremis sono riuscita a mettermi in tasca. roma-bologna, bologna-roma. per questo weekend. fuggo, ragazzi, letteralmente. ai problemi ripenserò lunedì.

dovrei evitare, nella pausa pranzo, di leggere i giornali. dovrei evitare anche – soprattutto – quei blog tipo antikomunista (non mi va di linkarlo, se volete sapere chi è andate da cascade che lo nomina più volte per quanto, precisiamolo, non abbia niente a che spartire con la sua stupidità – oppure cercatevelo su google, insomma. io mi rifiuto.) quei blog, dicevo, che con grosse fette di prosciutto sugli occhi, fra un insulto e laltro ai comunisti mangiabambini e ai sinistri nullafacenti, continuano a tessere le lodi del Governo (sì, g maiuscola apposta) e a millantare un inesistente incremento delloccupazione ad opera delle abili manovre del nano e della conversione dei co.co.co. in co.pro o come cazzo si chiamano ora, e a inneggiare a una flessibilità del mercato del lavoro che, non corrispondendo a una flessibilità di tutto il resto della società – un esempio: senza busta paga non compri neanche una lavatrice a rate – a casa mia è più corretto chiamare precarietà. mi tira il culo a sentire certe cose. e mi tira il culo a guardarmi intorno, vedere unitalia messa male come sto messa male io e sentirla decantare come un piccolo miracolo. che bello, linail dice che nei primi nove mesi del 2004 ci sono un milione di occupati in più! cè mica nessuno che osserva se magari, faccio per dire eh, quel milione sono per caso sempre le stesse dieci persone con una serie di contratti a progetto che durano una settimana ciascuno? che lavorano e lavorano e lavorano senza maturare ferie, tredicesima, tfr, che non hanno diritto a malattia o maternità ma nel contempo devono sottostare a tutti i doveri del dipendente? e cè nessuno che osserva in quanti, neanche calcolati, devono lavorare in nero, alle stesse condizioni di cui sopra e con stipendi ridicoli che arrivano quando capita? vabbè, ma che pretendiamo, insomma. è già molto che si trova, il lavoro. è già molto che si raccolgono quei 900 euro al mese quando va bene. daltra parte non tutti hanno la fortuna di essere di famiglia agiata. o lintraprendenza per mettersi in proprio, certo. la verità quella vera, parliamoci chiaro, è che mi tira il culo perché 1000/2000 euro non sono tanti, ma io non ho la possibilità di metterli da parte e poi riutilizzarli per contribuire a mettere su qualcosa di interessante. ecco lintraprendenza dove va a finire.

io non son capace a fare dei post politici. non riesco a raccogliere le idee, mi incazzo e mi agito e sembra tutto un discorso senza senso. ma un senso ce lha. magari se riesco a riordinare il tutto glielo lascio anchio, un commento, la prossima volta che passo. così non mi faccio rodere il culo in silenzio, almeno.

[postilla: io non sono di famiglia proletaria. né la mia educazione è stata di matrice sinistrorsa. non voglio che traspaia chissà quale miseria indicibile, per carità, cè chi sta peggio, cè chi ha visto di molto, molto peggio. posso dirmi fortunata, finora. ma. arriva un momento in cui vorresti camminare da sola, senza chiedere più niente a nessuno, perché la famiglia ha già dato. e non puoi. e ti senti pesante e immobile, che anziché camminare ti arrampichi sugli specchi. è questo loggetto di tanta rabbia.]

soltanto mercoled

ho la mente vagamente espansa, oggi. come se si fosse aperta la scatola cranica e la (poca) materia grigia si fosse spalmata tutta su un piano e avesse completamente perso di compattezza. si sa, un cervello non è che lavora proprio al meglio sparpagliato su un tagliere. ecco. in più piove. il che fa venire sonno e voglia di essere a casa a vedere maurizio costanzo da sotto le coperte del divano letto. per quanto maurizio costanzo non sia esattamente il meglio, intendiamoci, ma è quel trash che in una giornata rubata al lavoro ci starebbe proprio tutto.

insomma poco reattiva. e dato che sono ancora solo le 11 e mezzo la giornata si preannuncia in salita.

intanto, per avere la sensazione di fare qualcosa di utile per la società – almeno per la società romana – soddisfo la curiosità di alem che mi chiedeva lumi sul negozio di cui parlavo due post sotto. giusto perché merita. allora, per trovare questo piccolo paese delle meraviglie dovete prendere la metro A, scendere a ponte lungo, uscire dal lato di via gela e camminare sullappia verso piazza re di roma. dopo circa una ventina di metri (credo) trovate alla vostra destra un negozio con due vetrine interne che sembra unerboristeria. ecco. guardate meglio. trattasi di rivendita di cioccolato e prelibatezze affini. notevoli: i cucchiaini di cioccolato per girare il caffè; la crema spalmabile al cioccolato extrafondente; la crema di miele e nocciole; una serie infinita di tisane e infusi al gusto di qualunque cosa. insomma, se dovete fare un regalo e non sapete cosa regalare, secondo me lì svoltate. ma anche se per qualche motivo decidete di interrompere una dieta.

(sì, lo so che adesso mi direte che la stessa cosa lavete già vista da qualche altra parte. però io, questo conosco, quindi che volete da me).

grafomane ma non troppo. cioè sì, ma non quando c’è da lavorare così tanto e c’è tutto ‘sto casino e ho tutto ‘sto mal di testa. insomma. aspetto le 6.30 come la salvezza eterna.

intanto leggo qui e mi ci viene il magone.

perfetto. ma neanche sfiga. a parte che ieri ho rischiato di ammazzarmi quattro volte in quaranta chilometri – ché nel fine settimana la gente sembra che il cervello lo chiuda in un barattolo e giri senza – e a parte che non ho la minima intenzione di andare mai più a prendere nessuno a fiumicino alle 9 di domenica sera – perciò chi volesse venirmi a trovare è il benvenuto ma è pregato di arrivare in stazione o se proprio in aeroporto almeno a un orario un pò più alternativo. a parte questo, insomma. si dà che mi è morto il cellulare. anzi, no, meglio. si dà che mi sono morti due cellulari in tre settimane. e che me ne devo ricomprare uno perché se no sto isolata dal mondo circostante. si dà che dopo questa spesa sarò senza più una lira in tasca. senza neanche un euro, cioè. il che implica, immediato nesso causa-effetto, che il mio week-end dei santi a firenze zompa. firenze, ancora una volta, la vedo in cartolina.

ok. forse aveva ragione tami: mutande al rovescio. e magari mi faccio anche un braccialetto verde. e, c’è qualcuno all’ascolto che sappia fare la medicina dell’occhio, magari a distanza? ché mi sono un pò rotta le palle di pararmi il culo e mai abbastanza, sapete com’è. grazie, eh.

letargo

ovvero, come dormire 13 ore e svegliarsi ancora rincoglionita. è stata una notte travagliata. e funestata dalla telefonata sgradita di un aspirante amico alle due meno un quarto. ovviamente non gli ho risposto. ovviamente se gli avessi risposto sarebbero stati cazzi suoi. ovviamente se adesso lo becco su messenger me lo bevo.

speriamo in una giornata migliore. mi spettano pulizie, giro di spesa per gnappo e spedizione tassinara a fiumicino per recuperare mia sorella e relativo valigione. per il momento, intanto che aspetto di iniziare una qualche attività vitale, segnalo un programma in tv: su la7, “anni luce”: ricostruzione documentaria della storia della grande distribuzione organizzata in italia.

inoltre: è da ieri sera che penso a cosa scrivere riguardo a la tartaruga. ché mi sembra che tutto possa svelare troppo, di questa creatura mitologica e misteriosa. e allora scrivo solo che è bella, allegra e trasognata come i suoi disegni. e che per merito suo ho scoperto uno dei negozi più belli della storia. e quindi, eterna gratitudine e devozione incondizionata.

vorrei un treno. (sì lo so, è una fissa sti giorni. non ci posso fare niente). un treno anchio. con destinazione metafisica. destinazione le tue braccia, cioè. ché ho nostalgia e languore in una misura tale che solo fra le tue braccia potrei calmarmi. a volte mi si fa silenzio, intorno. nonostante io cerchi disperatamente di impedirlo, con libri e lavoro e radio e programmi di viaggi e telefonate ad amici e televisione e chiacchiere fino alluna di notte e risse col gatto. a volte mi si fa silenzio. intorno, e dentro. oppure una canzone mi aggredisce. oppure mi aggredisce un accento particolare. o una parola, o un suono. e allora ti sento rimbombare. nello stomaco, nelle orecchie, e pulsare dentro le tempie e correre forte lungo i miei bronchi giù in fondo al respiro, aria bollente che mi lascia lanima scottata e dolorante. e non posso fare niente. e a volte cè solo da pronunciare il tuo nome, e ricordare i tuoi baci, e basta. nessuna pace.

mi manchi sulla faccia – nella pancia – fra le braccia.

direbbe la pina. ed io con lei.

ho inaugurato un nuovo regime alimentare. dopo mesi di schifezze senza ritegno, ho deciso: siamo a stecchetto, ragazzi. pane e acqua. le motivazioni sono almeno di due ordini: da un lato, questioni di peso. che a loro volta, hanno delle implicazioni estetiche ma anche delle implicazioni di salute. dallaltro lato, il tagliare dalla mia dieta tutte le pizzette, le patatine, i panini e i kinderini che mi compro in giro produce degli indubbi vantaggi economici. fattore non trascurabile, direi.

quindi, io ora lo so che attirerò la riprovazione di tutti i salutisti allascolto, o anche solo di tutti quelli che semplicemente mangiano come i cristiani, ma dichiaro che: da circa una settimana, e almeno per altre due o tre, è bandito dalla mia alimentazione tutto ciò che non sia: latte; nesquik; cornetti del discount con la granella di zucchero e niente dentro; yogurth; prosciutto cotto o crudo; crackers; spianelle del mulino bianco. è altresì bandita ogni ingestione di generi alimentari dopo le 9.30 di sera. chiaramente, le quantità di nesquik e di cornetti sono da limitare a favore del prosciutto e dei crackers/affini. è una cosa da equilibrare, certo. dai, per qualche settimana, che sarà mai.

chiaramente cè il trucco.

la colazione è una signora, sacrosanta, colazione del bar. cappuccino e cornetto alla marmellata. da qualche parte dovrò pur tenermi in piedi…

da casa mia si sente il fischio dei treni. arriva dallaltura di fronte, scavalcando un paio di grandi strade, e spiazzi e palazzine e il rumore del traffico; arriva ogni tanto, allimprovviso, basso e distinto in mezzo a tutto il resto. viene dalla piccola stazione tuscolana dove i binari sono solo otto e fra le rotaie riesce a crescere lerba. ci passano quattro o cinque linee in tutto, da lì. il grosso dei treni si fermano dopo a dir tanto mezzora di viaggio in stazioni metropolitane che potresti tranquillamente raggiungere con gli autobus, o in stazioncine di periferia con nomi strani. fara sabina, piana di montelibretti, la storta, cose così. treni popolati di gente senza valigie, vestiti da giorno, da lavoro, in giacca o gonna o pantaloni col risvolto. ma alcuni di quei treni, invece, vanno lontano, e ho il sospetto che siano loro a fischiare. come per salutare. ehi, chi viene con me? andiamo a grosseto, a livorno, a genova.

cè una cosa che mi vien voglia di fare, tutte le volte che sento quel fischio. saltare in uno di quei vagoni, così come sto, con solo la borsa coi documenti, qualche euro e il lettore cd, e partire. e andare a vedere altri posti. altre strade, altri spiazzi, altre stazioni, con altri cieli a coprirle. scoprire comè che ti accolgono, le altre città. cosa trovi a darti il benvenuto quando arrivi. se dappertutto, allingresso della stazione centrale, in posizione davanscoperta, trovi quei due grandi musi di nave in cemento e vetro – eredità di un maldestro streamline, credo – che svettano a stazione termini. scoprire che odore cè quando scendi dal predellino del treno e metti piede sulla banchina. di che cosa è fatta la pavimentazione, e quanta gente ci cammina sopra, e quale accento ha, e per quale squadra di calcio fa il tifo. non mi stancherei mai di compilarla, questa statistica. di aggiungere dati su dati su dati – ricerca inutile di antropologia non-sistematica.

mi va di andar via.

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