Archive for agosto, 2004

il primo giorno dopo le vacanze estive odora sempre di pastelli a cera. non mi spiegherò mai perché.

ma una volta le estati non duravano tre mesi? e allora gli altri miei due mesi e dieci giorni che fine hanno fatto? ma non dovrei essere sdraiata in riva al mare, adesso?

e a tornare, non ci pensi?

a tornare, non ci penso. mai. lidea del tornare, in generale, mi urta. e i movimenti retroversi, e i ripescaggi. quello che ho lasciato lo conosco già, e se già una volta lho lasciato ci sarà stato un motivo. e magari ci ripenso e ho pure nostalgia, ma non torno.

ma magari potrei andarmene, prima o poi. chi lo sa. mi dò ancora un pò di tempo, e la possibilità di qualche altro tentativo. poi ci penserò. andarmene. non, tornare. in questo senso, forse andare a vivere a cagliari potrebbe essere una possibilità da valutare - una delle tante, da valutare e poi, al novanta per cento, scartare, per troppi motivi. ma comunque andarci, senza ripassare da casa neanche a poggiare le valigie. e con una situazione che implichi un percorso che va avanti. non una rinuncia.

andare. andare avanti. andare via. ho voglia daria, oggi. e di strada su cui imprimere i miei passi.

domani riparto.

il mio personale rituale evocativo, quello che faccio da sempre tutte le volte che torno in sardegna e che ormai è più simbolico che altro, questa volta ha funzionato. ci sono voluti tre dei miei pellegrinaggi a cagliari, anzi tre dei miei pellegrinaggi in quel punto preciso di cagliari, ma oggi finalmente ho avuto la visione. chicco.

chicco fra la gente che ti vede, ti riconosce, ti sorride, savvicina per abbracciarti con uno degli sguardi più luminosi della storia.

chi è chicco, dici. chicco è lunico uomo che mai ha valso e mai potrà valere 9 anni di speranze a vuoto. il grande amore mai conquistato. ché ero una pischelletta di poco più di undici anni allora, e lui il classico compagno di classe ripetente sempre al centro dellattenzione, e ci son rimasta sotto tipo subito, capirai. con quegli occhi che aveva, e le lentiggini, e già allora le spalle larghe del piccolo pallavolista. sempre gentile e simpatico, e fra i pochi a non prendermi in giro perché ero timida. i ragazzini sono feroci a quelletà, basta un niente e si accaniscono come vespe solo perché sei più debole, più fragile, diversa dagli altri. lui no, lui non si accaniva. per una piccoletta magrolina, sempre zitta e che passava il suo tempo a disegnare e a selezionare quelle poche persone da non odiare, chicco era un eroe.

avrei manifestato di lì a poco, sebbene senza perdere la timidezza cronica che ancora per molto mi avrebbe accompagnata, i sintomi della mia classica sindrome del kamikaze, che dopo soli 4 anni di inutili vagheggiamenti mi avrebbe portato a decidere che non avevo più niente da perdere in questa storia e che quindi gli avrei confessato la mia incondizionata adorazione – per lettera, perché ancora a voce non ci sarei mai riuscita. così feci. della mia profferta amorosa chicco non se ne fece mai nulla, non concretizzammo mai niente anche se forse ci fu qualche attimo in cui si sarebbe potuto, un pò di contrattazione non verbale, insomma, sparpagliata lungo i due o tre anni successivi; dico forse, perché ero piccolina e ingenua e anche con tutta la buona volontà non capivo neanche dovero messa. comunque diventammo ottimi amici.

e il risultato sono i miei pellegrinaggi di ogni anno davanti al negozio dove lavora. pensando che hai visto mai, magari saffaccia proprio ora, oppure anche solo riesco a scorgerlo da lontano. ché ho smesso da molto di credere nelle favole, ma questa è una specie di abutidine fossilizzata nellanima. e credo che tutte le volte che per caso lo incontro, anche se ormai è passato il batticuore, è passata la timidezza e siamo solo due vecchi amici che si fanno un pò di feste, bè, credo proprio che gli occhi mi brillino ancora. 

vite spezzettate

ché non c’è un pezzo che vada insieme agli altri, in queste vacanze, vivo una vita in cui ogni singolo frammento è perfettamente a cazzi suoi e non compio nemmeno lo sforzo di rimettere tutto insieme per tentare di capire, come faccio spesso, dove sto andando, e che senso ha.

va bene così. neanche questo post verrà fuori come qualcosa di organico, ma va bene così. sono solo pezzetti che ogni tanto mi trovo fra i denti, e che ho bisogno di sputare, e che se ci riesco sputo. solo per la mia fisiologica necessità di scrivere, di prendere appunti.

c’è di brutto che le vacanze sono quasi finite. mancano tre giorni e poi bisognerà alzare le chiappe dalla poltrona, e rimettersi al lavoro. al lavoro su troppe cose, fra l’altro. troppe, ne ho da riordinare. troppe da sistemare. c’è di brutto il sentirsi sulle spalle certe responsabilità. c’è di brutto, che ascolto il dolore degli altri e lo condivido e non riesco a trovare né le parole per dirlo né quelle per dare qualche consiglio utile. e mi sento tremendamente inopportuna, qualsiasi cosa dica. poi c’è di brutto che, giusto io potevo, sono stata capace di beccarmi la pseudo-tonsillite di fine estate, con relativo abbassamento di voce e tosse e tutto il resto appresso. e c’è di brutto l’incontro fortuito con la mindy che poi non si è più fatta sentire, ché devo sempre essere io a fare il primo passo e a chiamare per prendere appuntamento col suo sorriso di circostanza e con le sue chiacchiere da romanzo rosa – in uno dei buchi sul suo taccuino pienissimo d’impegni mondani.

c’è di brutto che ho fatto pochi bagni per via delle onde, e che il tempo non è stato quasi mai perfetto come l’avrei voluto; ma c’è di buono che ho preso il sole, e ho un colore dorato che non dispiace per niente. ci sono stati, di buono, gli svariati ritocchi pomeridiani all’abbronzatura distesa sul mio lettino nella mia terrazza nuova di pacca. la terrazza dei miei genitori, va bè, fa lo stesso. c’è di buono che ho riposato. dormito. cazzeggiato per negozi. c’è di buono l’aver scoperto che dalla mia nuova stanza si gode un panorama spettacolare. tutto il borghetto medievale inanimato e lontano e illuminato d’arancione. c’è di buono che la mia cittadina sta assumendo pian piano l’aspetto di una quasi-città. aprono sale da tè e piscine, cinema e negozi in franchising, supermegaipermercati e centri commerciali; c’è di brutto che le teste che ci abitano sono ancora quelle degli abitanti di un grosso paesone, in cui andare in giro da sola di pomeriggio per una ragazza è indice di irrecuperabile, e imperdonabile, stranezza. c’è di buono l’aver incontrato mia cugina, che non vedevo da un anno, che per troppo tempo, prima, non avevo più visto e che, da questo paesone, è riuscita a realizzare la sua grande fuga. seguirà weekend bolognese. c’è di buono l’aver conosciuto la Bloody, ragazzetta in gamba con cervellino brillante e sorriso dolce e spontaneo; l’averci chiacchierato, anche se non tantissimo (problemi logistici dovuti ai treni e problemi di resistenza fisica dovuti al mio mal di gola), a sufficienza per confermare e rafforzare la stima e la simpatia che avevo per lei già via blog.

poi c’è di buono la lunga serie di telefonate notturne ricevute dall’autista. che è una persona strana, ma proprio strana, ancora tutta da decifrare e sicuramente non sarà l’uomo della mia vita, ma è divertente e anche dolce e sentirlo, così senza grosse implicazioni, mi piace.

poi c’è di veramente bello i messaggi di a. – all’improvviso, quando meno me li aspetto, che mi portano brividi e il ricordo quasi materiale dei suoi baci, che mi fanno sapere che anche lui mi pensa, che mi danno la speranza di rivederlo presto, e la sensazione che se solo allungassi una mano, lo potrei toccare. tutte cose stupide e ingenue, quasi da quindicenne, e io invece ho ventisei anni e ambisco al premio.donna.moderna – tutte cose però che hanno un sapore così dolce che forse non vale la pena rovinarle pensando che dovrei evitarle; c’è solo da prenderle così come sono e gustarsele finché ci sono. e basta…

sono in ferie con tutto il corpo, che necessita di un numero impressionante di ore di sonno, e con tutto il cervello, che ha un flusso input in evidente sproporzione rispetto al flusso output, e si vede anche da questo blog. assorbo, qualcosa elaboro, tiro fuori molto poco. che ci vuoi fare. il cuore, il cuore lui è in villeggiatura non so bene dove, l’ho perso di vista da un pò ma sembra ancora perfettamente attivo nel seguire le sue questioni anche a distanza. talmente attivo che manda tutto in pappa quando in cima a un messaggio leggo il tuo nome. e se mi scrivi te quiero, se mi scrivi che hai voglia di vedermi, lui accelera talmente i battiti che porcamiseria il cervello comincia a produrre cose strane. come l’impressione che se solo allungassi una mano, da qui, ti potrei toccare. che se solo schioccassi le dita con sufficiente convinzione, mi ti materializzeresti proprio qua davanti. anche se ci sono di mezzo un mare e due consistenti lembi di terra - e tre donne.

e comincia a produrre domande una dietro l’altra, il cervello. domande a nessuno, domande senza risposta. comincia a disegnare per sé il momento in cui potrò sentire, un’altra volta, la pressione dolce del tuo sguardo addosso. identica a quella delle tue mani che mi percorrono la schiena. ripesca, dal fondo della memoria, il sapore della tua pelle. quello della tua bocca. e la tua voce all’orecchio, e la perfezione di come il tuo corpo combacia col mio. un puzzle d’anime scosse, di sensi, di respiri.

e mischia tutto e combina, a produrre – unico output d’entità apprezzabile – sogni da cui svegliarsi è difficile e sgradevole. sogni che a ripensarli durante il giorno, viene la pelle d’oca e voglia di dirteli –

– di raccontarteli sottovoce all’orecchio…

come – tornare e non avvisare nessuno. bè, ma non è che sono proprio tornata del tutto, poi. bè, dipende da cosa si intende per tornata, poi. 

comunque. tornare da una bella settimana in giro per laghi. arrivare in aeroporto alle due di notte, più morta che viva. arrivare a casa alle tre, un pò più morta ancora. dare unocchiata qua dentro, non avere la forza di premere neanche un tasto e andare a dormire che sono ormai le tre e mezza passate.

cionondimeno. alzarmi dal letto lindomani mattina che non sono nemmeno le otto e mezza. perché ho un appuntamento importante. col mio mare. rispettarlo con devozione religiosa, lappuntamento. come ho intenzione di fare da qui alla fine del mese, dovesse pure piovere non mi interessa.

il mio mare. 

ho lanima che si stiracchia sorniona come un gatto al sole, e sorride nel sonno.

buongiorno a tutti…

pira cotta, pira crua…

…dognunu a domu sua (*). a si biri, piccioccusu.

(*) antico detto popolare sardo. insomma, volevo salutarvi, ecco. vado. a fra qualche giorno.

ti aspetto. scritto a penna sul calendario di casa, alla data del 30 agosto. ti aspetto.

il mio cuore d’oro, che è poi un cuore di merda ricoperto da un sottile strato d’oro, è un pò scosso. sì, un pò sì, lo devo ammettere. e un pò spaventato. ma avverte, solo da pochissimo, una sensazione di tenerezza strana. piacevole.

ho questa tendenza a non credere, io. non ci credo che non ti era mai capitato, e non credo che ti sia capitato quello che dici che ti è capitato. di sentire nostalgia, cioè. di avere ‘sta cosa, qui, in testa, questo pensiero che non va via, e tutto il resto. per me, che sono una persona abbastanza ordinaria. e dopo una settimana, e dopo che ci siamo visti per tre, brevissime, volte. non riesce a non sembrarmi strano. però sono strana anch’io, che ieri ho avvertito, per qualche attimo, una sensazione di familiarità. che mi sono sentita spiazzata da alcune piccole tenerezze, che ho lasciato che una tua espressione un pò infantile, dolcissima, mi si imprimesse nella mente e ci rimanesse.

allora se vuoi aspettami, io sono contenta se lo fai; ma per ora, risposte non ce n’è.

non so perché, ma mi viene da pensare che per partire ci vorrebbe un bel vestitino a fiori. sandali con un pò di tacco, e magari un cappello. e una valigia leggera. mooolto vintage, aspettare un treno in una stazione secondaria di roma col sole a picco del pomeriggio agostano e tu bella e svampita vestita come unattricetta daltri tempi. ah.

la realtà è unaltra, è che non starei esattamente benissimo, con un vestito a fiori e il tacco. la realtà, ben più prosaica ed efficiente, è un paio di cargo verde marcio calatissimi, scarpe basse, maglia rossa e metallo ai polsi. da battaglia, insomma. e una valigia abbastanza impegnativa, dove la metà del peso sono i prodottini per i capelli e le maglie che mia sorella ha scordato a casa prima di partire, ché solo dopo si è accorta che la sera aveva freddo.

comunque, sia come sia, parto, signori, ah sì, io parto. finalmente. direzione bergamo orio, poi ginevra dal mio fratellino chef, poi di nuovo bergamo, poi al termine di questa lunga settimana, finalmente, casa.

io fra sei ore sono in ferie, e non mi sembra vero. io fra sei ore sono una donna libera.

chi ti ricordi per sorridere?

…noti come il tempo ci incanta
noti come un evento ci sbianca
quanta poca voglia di capire comè che non cè chi ci manca…

…di te mi ricordo per sorridere…

(allora come stai, fiorellino?…)

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