[ di docce a testa in giù e altre piccole cose preziose. ]

si ricomincia. daccapo. sul template c’è ancora l’azzurrino neve di prima di natale, ma nel frattempo siamo arrivati a pasqua, e oltre. e nel frattempo sono stata a casa cinque giorni, ho riposato, ho svuotato il cervello dai pensieri negativi e l’ho riempito di cose belle, sono tornata a roma con l’impazienza di vivere *solo* cose belle, che per le cose fatte controvoglia non c’è tempo, non c’è spazio, non vale la pena.
sono diventata madrina di battesimo, intanto. che è come essere un po’ più che una zia, come tenere un filo invisibile un po’ più robusto teso tra qui e la svizzera.
come avere un pezzetto di orticello da coltivare, negli occhi e nel cuore di una pupazza bionda che ancora non dice niente di più che ba-ba-ba, ma in quelle poche sillabe dice tutto il suo entusiasmo per questa vita ancora tutta da esplorare. la vita sotto forma di gatti, cani, pezzi di carta da piegare, lampadari accesi e spenti, palloncini, specchi, foto di altri bimbi da ammirare stupita. e canzoni da ballare e canzoni che ti fanno dormire, una doccia a testa in giù, facce da imparare a conoscere con le mani.
è un’avventura bellissima anche per chi le sta accanto, ed è una quantità d’amore mai provata prima. qualcosa che fa bene al cuore, alla mente, al respiro. e che ti fa sentire più forte e più serena; e impaziente di avere solo cose belle, che per il resto non c’è mai abbastanza spazio.

[ vita di moshe ]

era stata assunta quindici anni fa, ancora piccolina, per cacciare da casa un topino di campagna. più che cacciarlo, lei si produsse nell’intrappolarlo dentro la macchina del gas e rimanere tenacemente di piantone fino a che i miei non arrivarono il mattino dopo e, prontamente, decisero di buttare il topo con tutta la macchina del gas.

si chiamava moshe, come moshe dayan, per via della benda nera sull’occhio sinistro, e del mio recente studio della questione israelo-palestinese. nei suoi primi mesi di vita ebbe per amica albina, una coniglietta nana completamente bianca che in seguito si scoprì essere tutt’altro che nana nonché, da buon roditore, decisamente vorace, e che venne perciò riportata alla bancarella dove era stata adottata. da questa esperienza di amicizia interrazziale moshe ricavò l’abitudine di dormire a zampe completamente distese come i conigli, la passione alimentare per la carta, come i conigli, e probabilmente la convinzione intima di essere un coniglio.

non miagolava mai. non saliva sui tavoli, non saliva sui mobili, sui divani, sulle sedie. era disciplinata e fredda, come una spia russa. odiava tutti, ma con stile. senza sprecarsi a tirar fuori un’unghia, con distacco, superiorità, alterigia. un piccolo sconto al suo odio generale era riservato solo a mia madre. la seguiva silenziosamente quando sfaccendava per casa, le piaceva stare a guardarla mentre lei faceva ginnastica. da fiera predatrice qual’era, le portava in dono sullo scendiletto quelli che considerava i suoi splendidi trofei di caccia. piccioni morti, passerotti col collo spezzato.

le piaceva dormire nei bidè, e nelle bacinelle. bere l’acqua dai rubinetti aperti. impazziva per le merendine per la colazione, con netta preferenza per i croissant granellati del discount. non voleva le si rompessero i coglioni, non amava le smancerie, non voleva andare dal veterinario. la sua amica degli ultimi otto anni era cesira, una gatta tutta bianca, e sicuramente le doveva ricordare qualcuno. si facevano compagnia senza interagire troppo, come due anziane signore che si incontrino per sferruzzare in silenzio.

ha vissuto una buona vita, credo. o comunque una vita confortevole e al caldo. di sicuro continuerà a odiarci da lassù, ovunque si trovi questo lassù felino – ma sarà sempre un odio elegante, e a noi piacerà ricordarla così.

[ altri trecentosessantacinque, più uno, e un po'. ]

c’è stato un trasloco, un cambio di quartiere, mille pacchi portati su per tre rampe di scale. con gnappo che s’era barricato dietro l’armadio e tu che ti sei infilato in mezzo alla polvere e arrampicato su per la montagna di cose vecchie per tirarlo fuori e andarcene via. c’è stata una prima notte nella nuova casa con te, una pizza nel cartone e una bottiglia di spumante, abituarmi ai suoni e alla luce e alle ombre di un posto nuovo con te affianco, con le tue braccia a stringermi. c’è stato scegliere e montare librerie e scrivanie, comprare piatti. c’è stata una cena di inaugurazione con due mesi di ritardo, la crudaiola, valanghe di gelato fatto in casa. c’è stato un cantine aperte abruzzese, a tema montepulciano e arrosticini; con i ciliegi carichi di frutti e le colline gialle e morbide e gli orizzonti ampi. un’altra lunga vacanza francese, i vicoli di nizza, il vecchietto di bordeaux, la provenza con le sue zanzare assassine. il taboulet alla menta e la radio che trasmetteva sciocche canzoncine francesi, le ostriche al mercato, i cannelés. c’è stato un fine settimana in umbria, il vento e il freddo dell’autunno inoltrato, dormire in un posto che sembrava la casa di campagna di qualche nonna vecchissima. poi il fine settimana della zucca e delle castagne, e il fine settimana che si è dimesso berlusconi, diversi polpettoni e qualche teglia di pasta al forno, un moscato fatto in casa che sapeva d’agrumi. c’è stata una cena a lume di candela e lucine alle finestre, per festeggiare natale con due settimane d’anticipo. c’è stato conoscere i tuoi amici e portarli in giro per roma, fare i turisti e i ciceroni insieme, stare con te per dieci giorni di fila. c’è stato cinema e moltissimi film sul divano, le cazzate di brignano e di checco zalone, i film di pozzetto e quelli di scorsese.
e c’è stata la neve. una coltre candida, soffice, venuta giù all’improvviso e con violenza nel giro di un pomeriggio e una notte. aspettarti fino al mattino sul divano davanti al telegiornale, col cuore in gola e la fretta di vederti arrivare. di vederti tornare. tu che sei la mia metà mancante, la mia famiglia, la mia casa.
non ti ringrazierò mai abbastanza, per tutta questa meraviglia. e mai sarà abbastanza il tempo trascorso accanto a te.

[ sgraziato riassunto di giorni bellissimi ]

aspettare il tuo arrivo alle undici di sera, per cenare insieme con la pizza e il rosé della brotte.
svegliarci lentamente, prepararci per partire e andare a cercare il freddo. scoprire paesaggi di montagna, scorci da cartolina, la piazzetta di ovindoli e la veranda di legno di poldo coi suoi arrosticini. tornare giù col buio, i paesi illuminati che sembrano presepi, cani bianchi che si materializzano all’improvviso, grandi spaventi.
scoprire insieme con gli occhi semichiusi un’alba bianca inzuppata di nebbia. il pile di quechua e il giubbotto rosso, affondare nella neve fino a metà della gamba a pois degli stivali crocs. tengo famiglia: sta qua.
andare insieme a riprendere gnappo, i tortellini in brodo, un film che parla di un paradiso su un’isola, sonnecchiare sul divano abbracciati sotto il plaid con le maniche. prepararsi per uscire, conoscere la gente che ti vuole bene, organizzare la migliore accoglienza possibile. baffetto, il peperoncino, ariccia, calcata, l’africano. il papa, san paolo, le catacombe, l’auditorium, rione monti. il gianicolo e il pincio, roma di notte e le sue luci. e tu che sei un cicerone migliore di me. sentirsi a casa dappertutto, ovunque ci siano le tue braccia intorno a me.
e poi è già finito, ed è sempre troppo breve, ed è inutile dire quanto questo mi scocci.

[ on the way back ]

un’ora di ritardo sulla partenza. dice che all’aereo gli si è rotto il naso. aspettiamo pazientemente tutti seduti ai nostri posti, ognuno col suo libro o giornale o rivista, i bimbi che giocano in italiano, francese, inglese, la hostess che è passata a offrirci dell’acqua (coi sedativi, dice l’omino seduto accanto a me). io ho sonno, ho raggiunto l’uscita giusto giusto in tempo dopo la fila al check-in, la fila al controllo bagagli, dopo essere stata scambiata per una bombarola (strano!) a causa del cuscino massaggiante dentro il borsone, dopo aver fatto la foto di rito per dare l’arrivederci a ginevra.
sono volate, queste vacanze. a un ritmo regolato dai cambi d’umore della bambina, tra una pappa alla frutta e una alla verdura (nota: non so grattugiare la pera cruda, mi scappa dalle mani e ne sparo pezzi dappertutto. però sono brava a portare la nina in giro per casa ballicchiando e mi faccio tirare i capelli con pazienza infinita), tra un cartone animato e una sessione di gedeone mangiaforme, tra un bagnetto e un cambio di pannolino. ho mangiato tanto, riposato tanto, mi son rigenerata al freddo di annecy e di berna, ho scattato moltissime foto. ho provato a fare i cannelés, e c’è da perfezionare la cottura; sbirciato con curiosità i libri di ricette per le pappe della bambina; finito 1Q84 per scoprire che non finisce, ma ne deve uscire un altro pezzo. ho sostenuto dialoghi in francese con i negozianti, per comprare un reggiseno e poi della cioccolata, in una sfida ai limiti della mia (scarsa) padronanza della lingua. ho staccato la spina per dieci giorni, e come al solito alla fine mi assale un senso di straniamento al pensiero della vita di tutti i giorni che mi aspetta. il buon proposito di quest’anno è: capire dove devo andare, e andarci. quanto in senso figurato e quanto letterale, si vedrà.
(intanto però ho ancora tempo: aspetto pi domani sera per stare insieme qualche giorno in più del solito, fare i turisti, riposarci, coccolarci. un’altra settimana di tregua, per crogiolarmi nel mio nido, nel mio nucleo caldo di cura e affetto. non vedo l’ora di averlo con me.)

[ a christmas carol ]

sto tenendo un diario per immagini. instagram arriva dove le parole non sono abbastanza veloci da arrivare, e illustra questi giorni svizzeri con efficacia e tempestività. sono arrivata qui venerdì sera, non sono riuscita a deporre le armi e rilassare davvero mente e cuore fino a che non ci ho dormito su. ma da sabato mattina è stato ufficialmente natale, e un natale dei più incantevoli. col freddo, il nevischio, con le pareti di lucine sfavillanti di ginevra, con i miei e mio fratello e mia cognata, e con la micropitzi che è bella come una bomboniera, morbida come un pupazzo, dispotica e fumantina come un piccolo dittatore in pagliaccetto a righe, ma che quando sorride illumina la casa, ma che dico, il quartiere, anzi no, tutta la regione al di qua e al di là del confine.
ho fatto e ricevuto regali graziosi, ho un nuovissimo cuscino che fa i massaggi shiatsu, la coperta con le maniche, gli stampini per i cannelés bordelais che proverò quanto prima. ho i messaggi di pi che mi scaldano il cuore durante tutto il giorno, e la sua voce la sera per una buonanotte che è dolce come i cristalli di zucchero. e ho una calma nel cuore che fa sembrare tutto un paesaggio incantato in un libro di fiabe, e fa venire la fantasia di fare fagotto, prendere tutte le cose importanti e saltarci dentro, a questa dimensione parallela. e chiudermi piano la porta alle spalle, senza fare rumore. con la delicatezza che si addice a un paesaggio delle fiabe.

[cose che ho fatto nell'ultimo mese.]

ho addobbato casa. fatto un albero di natale affollatissimo con su un po’ di tutto, cagnolini skelanimal, fruttini amigurumi, un cuore di latta rosso, il tero tero mozu. ho appeso lungo le finestre del soggiorno un filo di luci a forma di fiocchi di neve, ho fatto il presepe in un cubo della expedit, ci ho messo dietro un cielo di carta da regalo. blu elettrico, con le stelle dorate e una teoria di babbi natale magri all’orizzonte.
ho svuotato gli ultimi due scatoloni che rimanevano, quelli sopra la libreria. sistemato i soprammobili in giro per la casa, il daruma in cima a tutto (dove gnappo ha deciso che non deve stare). ho incorniciato la stampa di parigi e l’ho appoggiata al muro affianco alla tv, appeso il quadro rosso di mia sorella, la locandina dell’einaudi. ho montato due mensole sotto il davanzale della finestra di cucina, accanto al lavello, e ci appoggio le presine e qualche strofinaccio e la bilancia e i sottopentola.
ho cucinato. pasta con la zucca e la pancetta, vellutate ai funghi con tanto di roux, amatriciane non ortodosse coi pomodorini freschi al posto della passata. ho sfornato due teglie di muffin, l’ultima sabato, per colazione, per farli trovare a pi appena si fosse svegliato.
ho comprato regali, e il primo l’ho anche scambiato. in una serata a lume di candela, con la tovaglia rossa e il vino buono e il tepore di casa ad avvolgerci; e la cosa più bella di tutte, più dei regali e della tovaglia e delle luci e della carne di bufala e del vino buono, eravamo ancora una volta noi. era lui, con le sue braccia calde, i suoi abbracci morbidi, e tutti i suoi baci.
mi preparo a partire per ginevra. e non vedo l’ora sia di partire, sia di essere già tornata.

[bollettino di novembre]

ciao. sono viva. è che i venti minuti di treno della mattina per scrivere il post delle nove e mezza non bastano, e il resto delle giornate scorre in fretta e il tempo passa non si sa nemmeno come. incastrata in questo turbine di piscina-palestra-fisioterapia, le settimane scandite dall’alternarsi del costume e dei calzini antiscivolo del pilates. le serate in casa sono diventate una rarità, e me le gusto crogiolandomici dentro. i mercoledì davanti a masterchef, un venerdì sì e uno no un piatto di pasta fatto bene per coccolarmi un po’, l’altro venerdì apparecchiare per due e aspettare che arrivi pi e poi cenare insieme. mi godo casa in tutti i modi che posso, la profumo di mela e cannella o di pomodorini saltati in padella, cerco di tenere ordinati gli spazi, di organizzare le cose il meglio possibile, immagino dove fare l’albero di natale. e poi leggo murakami, ascolto i negramaro, guardo american horror story e la terza serie di in treatment in inglese, progetto di pacioccare qualcosa all’uncinetto ma non faccio mai a tempo.
aspetto pazientemente che arrivi natale, che arrivi capodanno, che arrivi la befana, e i luoghi che non avrei mai pensato di vedere e invece pare proprio che.

[cose degli ultimi dieci giorni, in ordine sparso.]

la ventata d’aria calda quando salgo sui mezzi, sul 46 che mi porta al volo alla stazione, nel freddo autunnale d’intorno. l’odore dei cornetti da dentro il bar, la voglia di cappuccino, di tè caldo, di dolci da forno. i messaggi di pi dalla trasferta degli ingegneri, la maglietta dell’oktoberfest, due ore rubate in aeroporto. il gatto aragosta che mi viene incontro giù in cortile o per le scale, miagolando e strusciandosi sulle gambe, anche se non gli ho mai dato da mangiare. mio fratello che non trova pace. i miei che invece fanno pace. la fisioterapia che smuove ‘sta fascia connettiva che neanche sapevo cos’era, lo sforzo di non buttare i piedi all’indentro, di star dritta con la schiena, avanti col bacino. il pilates che tutte le volte penso che non ce la farò mai, e tutte le volte riesco a fare qualche cosa in più. il tempo che scorre, il tanto lavoro, la voglia di casa. e di divano, e di plaid. non sono in forma smagliantissima, ma tant’è.

[fuori è un mondo fragile]

dove le giornate sono un tripudio di mal di stomaco, dove l’assurdo e la stupidità regnano sovrani, dove mi rendo conto della necessità di cambiare, migliorare, respirare aria nuova. dove telefonare a casa è sempre un’incognita, dove casa è un campo di battaglia, dove tutto è ridotto a frammenti, a sospiri stanchi, a rabbia fra i denti, e non si trova più il bandolo della matassa, per districare i nodi.
[ma tutto qui cade incantevole]
tutto, il caldo delle coperte, la luce algida della colazione del sabato mattina, mettersi in macchina con una sacca e un beauty case, e andare per statali, per paesi, immersi in un paesaggio giallo e dorato; e passeggiare nel vento, dormire in un casale, nel silenzio generale accorgersi dei piccoli rumori ovattati, dei cani che abbaiano lontanissimi, del gallo che canta appena sorge il primo lembo di sole. e noi, che siamo coccole, risate, pace, un’infinità di parole, un mondo che cresce bello e sereno. un abbraccio che scalda, che protegge, che solleva appena, piano. 
[come quando resti con me.]
quel tanto che basta per sentire meno il peso di tutto il resto. 

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