[stelle buone]

i colori. quello che mi ricorderò, un giorno, ripensandoci, saranno i colori. il giallo limone e il rosso carico, e i quadrati azzurri e verdi sopra il nostro letto. e l’ocra dei muri dei palazzi (con le bugne dipinte, onta e sacrilegio), e l’azzurro del mare, quel mare che si vede da ogni posto, che brilla al sole, che abbraccia placidamente ogni sguardo. e il grigio, naturalmente, ah, che bel grigio, sì.
poi ricorderò i rumori. le voci e i clacson e la musica napoletana dappertutto, e la vita che ferve e sobbolle in ogni angolo.
e poi.
le terrazze del maschio angioino, il doppio autoscatto che siamo proprio belli, gioacchino toma, il vento a castel sant’elmo e il tramonto, e fotografare i bulloni, e il cristo velato e il caffè intra moenia, le luci della sera a san biagio dei librai e il freddo, e camminare stretti stretti. il caffè del professore, la sfogliatella sparsa su tutto il cappotto, i pettini dell’architetto. il sole.
e immaginarmi via toledo più grande e invece trovarla un po’ vicolo, e anche spaccanapoli, più grande e meno vicolo; e la mia felicità, invece – la nostra – trovarla più grande e perfetta di qualunque attesa, sorprenderla a invadere tutto nei momenti più inaspettati – al centro di cinquanta secondi di filmato sotto la cupola di vetro di una galleria, col volto schiacciato nell’incavo di una spalla nel tragitto di una funicolare (milleduecento e rotti metri di percorso, centosessantotto metri di dislivello, quindici per cento di pendenza massima), nella penombra di una cisterna di tufo (dobbiamo sembrare proprio due in luna di miele). stretti in un centinaio di abbracci caldi e forti, immersi nel suono argentino di molte risate.
siamo solo una blogger e un pescatore di asterischi, e siamo un sogno bellissimo. che mi manca già di nuovo.

[venti giorni di vita di una donna (non) famosa]

rispolvero musica vecchia dentro il lettore. cristina donà la camera migliore bersani gli amor fou, qualche fossati sparso. esco in anticipo di casa la mattina, almeno mezz’ora, per fare colazione. (e poi una volta ogni tanto vado lunga con la sveglia e arrivo alle 9.35.)
metto maglioni di mezza stagione perché l’intera mi ha rotto le palle. basta inverno, basta lana, basta colli alti e cappotti pesanti. a prescindere dal clima effettivo, non ce la posso fare. (poi ancora non ho finito la sciarpa coi ravanelli all’uncinetto tunisino. sarà il must della stagione 2010/2011.)
lavoro raccontando, spiegando ciò che faccio e perché lo faccio, con l’impressione di non essere mai abbastanza chiara e la sensazione di spiegare, a volte, anche a me stessa.
litigo col delfino. mi faccio male con la rana. nuoto con molto impegno ma non abbastanza agilità, e non sempre con gran soddisfazione. pedalo a blocchi da 40 minuti, davanti a puntate sparse di lie to me.
guardo film. hachiko piangendo come una fontana (voto: n.c., non mi esprimo sui film che mi fanno piangere a dirotto) e alice al primo giorno di programmazione con gli occhi a cuoricino (voto 7.5, sono rimasta un po’ perplessa della trasformazione della storia in saga cavalleresca, e mi aspettavo più nonsense, ma forse era una deviazione mia. e comunque molto bello).
leggo il manuale di pittura e calligrafia di saramago correndo sul finale per poter iniziare altai. wired con l’abbonamento regalato da m3rl1n0; l’unità, che compro un giorno sì e uno no, fino a pagina 6 perché oltre non faccio a tempo.
e sui miei fogli sono ricomparse le faccine. disegno mentre aspetto che i file vadano in stampa, mentre aspetto le approvazioni, in tutti i tempi morti che mi capitano a tiro. e succede da quando ho iniziato a trafficare con lane, cotoni e uncinetti. ridare dignità alle mie mani e al loro lavoro è stata, anche se in sordina e in modo quasi inconsapevole, una delle cose migliori del 2009 – forse la migliore.
poi faccio liste di cose da fare, cose da vedere, cose da mettere in valigia. e mi preparo a un fine settimana che voglio splendido e so già che lo sarà.
conto le ore.
sorrido.

[il pescatore di asterischi]

e all’improvviso, senza sapere quando è successo né come né dov’ero io quando è successo, è marzo. rispuntano dagli armadi il giacchetto leggero da piccolo ammiraglio, le scarpe grigie di mezza stagione, rispunta il sole fuori dalle finestre in certe giornate che sarebbe da mollare tutto all’una e andare a leggere al parco fino a sera.
e tutto intorno a me i contorni del mondo brillano, scintillano lucidi come cosparsi di qualcuna delle polverine brillanti di lush, e questa volta no, non è la primavera. è qualcos’altro, qualcosa a cui non mi abituo e di cui continuo ad essere incredula. ché a tanta bellezza, tanta dolcezza non sono abituata, ma siete sicuri che sia tutto per me? che sia per me quella voce al telefono che si emoziona a sentire la mia, che siano per me i programmi, i sogni, le coccole, la voglia di quotidianità senza se e senza ma? no, perché guardate, io ero proprio quella dei se e dei ma, quella troppo impegnativa per, quella dei giri contorti per non ottenere mai niente – e allora ecco, se è uno sbaglio ditelo prima. prima che ci faccia la bocca (che poi ce l’ho già fatta), prima che mi abitui sul serio, prima che sia troppo tardi.
è tutto troppo bello, perfetto, naturale. ho per me il mio pescatore di asterischi, e non voglio lasciarlo andare via. mai più.

[happy.]

c’è un buco a forma di te nel mio universo. uno a forma del tuo abbraccio dentro al mio letto, dentro al mio cuore. c’è una mancanza che non è più soltanto “mi piacerebbe che fossi qui”; una mancanza che è sapere chi sei, come sei fatto e come combaciamo perfettamente, e come gli spazi della mia esistenza siano perfetti per contenere te. e sentirli incompleti proprio per questo.
c’è la tua pelle che ha lasciato il suo odore nelle mie narici, la sensazione elettrica del suo tocco sui miei arti e sulla mia nuca, che formicolano ancora come in corto circuito.
e la sorpresa della scoperta di certi occhi che cambiano colore, di un certo sorriso in tre dimensioni, di un paio di mani caldissime che hanno la stessa forma delle mie, solo più grandi, più forti, più chiare. di pensieri che si toccano ai bordi senza averlo deciso prima.
e dell’esistenza di un universo di possibilità, di istanti futuri, di cose da fare e da vedere e di programmi. un universo, già, un universo nuovo. che nonostante il buco a forma di te, è un universo popolatissimo.
sono felice.

[colour proof]

per esempio mi sento formicolare un po’ le gambe. e le mani. ma ancora non quanto pensavo che sarebbe successo. e quanto ho fiducia che accadrà più tardi.
per esempio non riesco a mettere ordine alle frasi. nemmeno alle idee. butto là parole che no, non sono a caso, ma sono senz’altro le prime che mi trovo in fila per quei concetti; avanti, tu, tu e tu, venite qui, di corsa.
e anche questa giornata non aiuta, con lo sciopero, e il vento che piovono manici di scopa dai balconi, e questa luce gialla da filtro-jelly lomo, che pare che debbano venir giù tutte le sabbie del sahara, o il demonio in persona nella sua nube di zolfo.
è il momento di sovrapporre le pellicole e metterle a registro. far combaciare i segni, osservare i colori che vengono alla luce. e io ho – come dire – una paura fottuta. qualcuno mi trova un eufemismo per “una paura fottuta”, ché non è elegante?

[harajuku masquerade]

ho suonato a via vittorio emanuele orlando. la campanella ha rimbombato nella grande pancia di metallo, l’autobus vuoto si è fermato sobbalzando, con una frenata lunga e gli ammortizzatori di burro.
ho barcollato lungo il corridoio, le mani ingombre di troppe cose, ho cercato la staffa di metallo con quella con cui reggevo l’ombrello, un movimento brusco. ho schizzato una geisha. una geisha col kimono, seduta sul sedile del 36, col viso pittato di bianco e i capelli raccolti e la boccuccia rosso bordò. le ho chiesto scusa a mezza voce, mi ha sorriso di rimando. con le mani in grembo, e un po’ le scappava da ridere. sono scesa sorridendo anch’io, che un po’ scappava da ridere anche a me.
dovrebbe essere martedì grasso tutti i giorni.

[cose che non ho fatto a parigi - e mi sarebbe piaciuto di sì]

andare a visitare la moschea, possibilmente non capitandoci per puro caso di venerdì.
andare a vedere qualche mercato delle pulci.
girare per il cimitero di montmartre.
andare a vedere gainsbourg, in francese, e non capirci nulla ma con stile.
fare il costosissimo tour sotterraneo notturno della metropolitana, con accesso alle stazioni fantasma e orchestrine che suonano valzer rétro.
entrare da iwasinparis, comprare una marea di souvenir stupidi ma molto pop.
(neanche stavolta) comprare la grattugia di pylones a forma di tour eiffel.
leggere in tempo la rivista vivre paris, in modo da andare a cercare nelle loro stazioni del métro i musicisti intervistati, e riconoscerli come se fossero i personaggi famosi del mio piccolo mondo parallelo.
(cosa che invece ho fatto con la bigliettaia/ascensorista della torre, entusiasmandomi come una bambina per averla vista in foto sulla lonely planet – è lei, è lei!)
evabè.

[j'ai toujours rêvé d'être un group de rock.]

a imperitura memoria, e in ordine di tempo:

il mont doré con la moquettona antica rosso mattone e la stanza che sapeva di tupperware. la pioggerella stupida. le omelette. l’omino con le baguettes. i lattini al cioccolato e i sablé e le veritable écolier lu, bianco. il frappuccino starbucks. la giostra di amélie e il deux moulins, col nano. la princesse tam tam. il moulin rouge e les folies pigalle.

gli egizi al louvre, e la quiche lorraine. gli smaltini o.p.i. da séphora sugli champs elysées (can you tapas this? per me, e lincoln park after dark per tamanta). poulet tandoori da quick. il pavimento imbarcato del darcet, e la sua luce sombre. la crêpe alla marmellata davanti alla tour eiffel sbrilluccicante, il panorama splendido, il vento gelido.

il museo di scienze naturali, col pesce luna e il calamaro e il narvalo, e blatte grandi quanto una mano (sottovetro, grazie a dio). e i piselli di mendel. la rue mouffetard, i taralli a 2€ e 90. la crêpe con dentro tutto il commestibile dell’universo, vergognarsi davanti a nico di chez nico che ci ricorda silvio-lifting-bella figa. i dolci da boulangerie. la bionda senna. notre dame e l’hôtel de ville e i pattinatori sul ghiaccio. iwasinparis. le centre pompidou. la cartolina con le foto vintage, di me col fazzoletto e tamanta con la borsetta scicche che sceglie le arance al chiosco della frutta. i negozi dei cinesi e la libreria coi sigur ros e mazzy star; soit sage et mets pas tes doigts dans le nez. rock hair. la maison du thé. il locale delle lesbicone, e il kasher yiddish di chez marianne.

il funerale agli anfibi a place de la bastille. l’orangerie con le ninfee di monet. il musée d’orsay e l’orso bianco di gesso bianco. le specchiere art nouveau. le lavanderie a gettone dove asciugare i cappotti zuppi e rimetterseli caldi caldi, la chocolate viennoise di starbucks con la brioche façon pain perdu. il quarto giorno di rai uno, i 109 euro che percaritàdiddio, il pont alexandre, gli edicolanti che non hanno metallion, gli champs elysées la sera, il virgin store. fanfarlo. il palazzo publicis. i breaker davanti all’arc de triomphe.

e di come viaggiare con tamanta sia come viaggiare con se stessi, visto che pensiamo e diciamo le stesse cose negli stessi momenti davvero troppo spesso, e di come parigi sia sempre una cosa di rara bellezza e palpabile fascino. e di come condividere le cose renda tutto estremamente più sensato, e del riportarsi a paro coi conti.

(e poi sì, di certi messaggi molto belli di cui non vi racconterò, e di una certa voglia di una certa compagnia. di cui non vi racconterò, non ancora, non adesso. ma che ho tenuto al calduccio per tutto il viaggio, e continuo a tenere.)

[inventario]

dormo bene. di nuovo. dormo moltissimo. sette, otto ore a notte, pieno, riposante, ricco di sogni. erano anni che non succedeva, ed è una bellezza, ha qualcosa di magico. faccio sogni affollatissimi in cui si radunano tutti gli elementi letterali o simbolici e tutte le suggestioni della mia vita di tutti i giorni: lottatori di sumo, punti vodafone, stivali nuovi e viaggi in aereo, i colleghi, l’immancabile bagno senza porta. e anche te, che ti sogno ai margini del campo visivo, aspettando il momento in cui il fuoco si sposterà e tutto ciò che deve combaciare andrà a registro.
da sveglia invece il mio cervello produce liste a non finire, una produzione continua e automatica, un inventario emotivo che scorre senza interruzioni, di fondo a tutto il resto. ho una lista, ad esempio, di cose-che-ti-vorrei-dire-di-me che va dal colore delle mie ciabatte ai miei voti all’università, da quanto zucchero metto nel caffè a quali volti popolano il buio delle zone d’ombra nella mia anima; e vi corrisponde, perfettamente speculare, la lista delle cose-che-vorrei-sapere-di-te, e sono tutte cose che finisco per non chiederti e non dirti un po’ perché non c’è mai il tempo, un po’ perché è una lista incoerente, e un po’, un po’ molto, perché molte sono cose che penso che magari sarà bello scoprire, e mostrarti, di persona.
ho una lista nutritissima di paure che tengo a bada, che provo col cuore e controllo col cervello mentre stanno lì acquattate e legate e con la museruola: paura di sbagliare, di soffrire, di non bastare; paura di rifare sempre gli stessi errori, di non saper più chiedere e dare e comunicare, paura di essere, dopo tanto tempo passato dietro una corazza, troppo dura e spigolosa e troppo distante; o di cedere troppo, all’improvviso, e senza controllo; paura delle distanze, paura che all’improvviso tutto svanisca nel nulla, paura di finir bloccata per troppa paura.
e poi però ho anche una lista lunghissima, più lunga ancora, di cose-per-cui-ringraziarti. di sorrisi che mi hai regalato e che continui a regalarmi, di momenti di conforto, dimostrazioni d’affetto, di parole belle che accendono lucine tutt’intorno alla me stessa interiore, una lista di piccoli doni che forse non sai neanche di farmi.
ed è questa lista che neutralizza quella delle paure. è questa, che mi fa pensare che comunque vada, qualunque cosa dovesse succedere, beh, ad oggi posso già dire che sarà valsa la pena di giocare. di provare a diventare, da una probabilità, un imprevisto.

[carnevale tutti i giorni _ cose da cui mi maschero quotidianamente]

da fungo. da maga. da brava ragazza affabile (ma non espansiva). da pirata col cappotto da pirata e gli stivali da pirata, da folletto in lana nera e campanello. da professionista meticolosa. da professionista scazzata. da morta di sonno. da casalinga-non-disperata. da bambina coi boccoli. da sognatrice dietro le finestre – cacciatrice di nuvole, ladra di foto a tradimento.
da donna.

Next entries »