[musica per animi inquieti]

piove. in pieno luglio. col cielo grigio e il vento che rovescia gli ombrelli e la temperatura ancora calda, appiccicosa. per mezz’ora è un giorno di primo autunno, dopo chissà, chi può dirlo. suggeritemi qualcosa da ascoltare in giorni così. qualcosa di sufficientemente inquieto, sinuoso, morbido. una colonna sonora per quando le foglie volano sui bordi dei marciapiedi, volano i capelli elettrici, sospesi per aria, e per un attimo un odore di terra che arriva da lontano fa desiderare altri paesi, altri luoghi, altre latitudini. e orizzonti bassi e luci cangianti e piedi scalzi infilati nella sabbia umida.
io ho le gambe rigide, stanche, la testa pesante. non un briciolo della leggerezza di spirito che vorrei. ho voglia di vacanza. di passare del tempo con pi, e non pensare ad altro.
conto i giorni, uno dopo l’altro.

[pillole di fine/inizio settimana]

1. andare in ricognizione per periferie romane. per valutare collegamenti, luce, atmosfera, e vedere la fattibilità di prendere casa in ognuno di questi angolini di città. vedere se mi ci vedo, immersa per le strade di uno o dell’altro quartiere. ché questo mi ha stufata, non mi va più, voglio cambiare aria. in linea del tutto teorica: la pratica è (quasi ufficialmente, a ‘sto punto) rimandata a settembre.

2. passare qualche ora al negozio di tamara. a spettegolare, ridere delle assurdità di certi annunci immobiliari, stupirmi della grevità della ggente.

3. entrare nel trip della cucina della domenica pomeriggio e preparare il polpettone di tonno, la salsina di yogurt e basilico, il frappè di pesche col gelato al limone.

4. pulire e lavare i pavimenti, piegare e stirare i panni, mettere ordine in giro per casa cercando di fare ordine anche nel cervello – e non sapendo se è più difficile l’una o l’altra cosa.

5. guardare la serie di romanzo criminale lavorando la sciarpa all’uncinetto tunisino. romanzo criminale è figo e la sciarpa è arancionissima, cicciona, morbida e quasi pronta.

6. tornare al lavoro e dover rifare tutto un layout per cause non imputabili a me. oh rrrrabbia.

(rinfresca. passano i giorni. aumenta la stanchezza, ma si avvicinano le ferie. se dio vuole. insomma.)

(sìì, sì, ok, vado a dormire.)

[cartolina - #2]

ciao. sono quella di quindici giorni fa. quindici? di più? boh, vabbè, diciamo quindici.
ciao, sono quella di ecc. ecc., vi ricordate di me? sono quella che non scrive mai perché ha da vivere la sua vita e quando vivi sei troppo concentrato a vivere per pensare a scrivere e tutte quelle puttanate lì, avete presente no? eh. puttanate, appunto. io ho sempre pensato in forma scritta e da lì a scrivere è sempre stato un attimo, e non è questo che è cambiato, se non per una leggera atrofia dovuta alla disabitudine, ma roba di poco conto, niente di così grave. invece la verità è che sono talmente concentrata a *rincorrere* che non ho tempo di sedermi davanti a una tastiera e, semplicemente, pensare in forma scritta e scrivere. e quand’anche ce l’ho mi divorano mille ansie che non mi lasciano respirare, non mi lasciano sentire, non mi lasciano pensare (e dunque).
ciao, sono quella che ha 32 anni e deve crescere. quella che non è più ora di sopportare coinquilini a caso e che forse la casa sarebbe opportuno comprarla, ma il dove e il come e il quanto sono argomenti spinosi e ci vorrebbe un po’ meno ansia e un po’ più ordine, un po’ più di lucidità e sangue freddo.
ciao, sono quella che presidia un fortino dal quale tutti sono andati via tranne me e il mio fido destriero. sono quella che non sarà mai a casa sua finché non l’avrà abbandonato anche lei. sono quella che voleva il basilico sul davanzale, vi ricordate?, e le piante grasse e i vasi a strisce lilla, e che invece non fa a tempo neanche a piegare e metter via il bucato ritirato dai fili, figurarsi come può fare a prendersi cura di qualunque altra cosa e soprattutto se andrà ad abitare più lontano. sono quella che si è inchiodata a contare soldi e ha un gran mal di testa, sempre, costantemente. e a questo punto dovrei ricordare che però ho persone accanto che mi compensano e mi fanno star bene, e dovrei inserire un bel menomaleché + listone di very good things. ma vi dispiace se le diamo per sottintese? giuro, ci sono e ne sono felice; ma adesso sono stanca, stanca, stanca. facciamo così, allora, eh? ok, dai.
ci sentiamo presto, promesso. sì, vi chiamo. fate da bravi, eh. ciao, ciao.

[ very good : quite bad ]

very good things della settimana scorsa, alla maniera della lu:
la settimana con due domeniche (e due lunedì, purtroppo, ma va be’). la giornata di pulizie, abbozzi di riorganizzazione; il gatto di fil di ferro finalmente in opera, ricoperto di collanine e braccialetti e orecchini, tutto in ordine ma non *troppo* in ordine. il pic-nic con gli amighetti, con omaggi annessi. freni e frizioni, lo spritz che pare avere solo 85 calorie, la maionese allo zenzero; una sangria rossa e una bianca; la passeggiata mano nella mano con pi fra le bancarelle sul lungotevere. il mare, anche se solo quello di ladispoli. la cenetta di pesce a casa. dodici ore di sonno, più pennichella; due film scemi, i baci, il gelato a campo dei fiori. gli abbracci che danno protezione.
quite bad things, che io ce le ho sempre:
la stanchezza cronica, arrancare su per una montagna di cose da fare che sembrano non finire mai. il rubinetto del lavello di cucina che s’è rotto un’altra volta. il social quando assume le dinamiche delle classi delle medie durante l’ora buca, o dei capannelli di pettegole a ricreazione al liceo. ora che mi ricordo ero un’asociale, alle medie e al liceo.

[ just married. ]

lei è graziosa, biondina, coi capelli sempre tagliati corti e le magliette coi pupazzetti. ha un sorriso aperto e vivace, con due belle labbra arricciate, e uno strano accento che strascica le n e fa suonare tutto un po’ nasale. è dolce, affettuosa, alla mano; è una persona attenta e curiosa. non credo di averla mai vista di malumore.
lui è, beh, lui è alto, secco e con le orecchie a sventola, e di carattere nervoso. la calma non è decisamente il suo forte, la pianificazione nemmeno, ma curiosamente arriva sempre dove ha deciso che deve arrivare. evidentemente, il metodo funziona.
lui è quello con cui una volta ho litigato a colpi di scopa perché mi aveva strappato il giornale. quello che per giocare faceva la lotta con mia sorella e ancora oggi, come dimostrazione d’affetto, un pugnetto su un braccio ogni tanto glielo dà. è quello che una volta cadde dal tavolo a faccia in giù con tutto il seggiolone; che a tre anni fece vergognare mio padre tirando giù dei cristoni da camionista mentre gli sistemavano il braccino fratturato; quello che portava il cravattino e gli occhiali rotondi da ipermetrope e che chiedeva la biretta, proprio così, con una r. quello con l’accento gallurese, quello della foto con la divisa da cuoco coi bottoni staccabili il primo anno di alberghiera, quello che passò un’estate mummificato per le abrasioni dopo essere caduto con la moto, e a cui cambiavo le bende con la connettivina mentre – indovinate un po’? – imprecava come un camionista. ma sempre meno che a tre anni.
lui è mio fratellino, insomma, e sottolineo ino – ed è cresciuto. e l’altro giorno in chiesa sembravano due bambini vestiti per la comunione, e invece no, erano proprio due sposi. due sposi felici con un sorriso da qui a qui.
e io ripensavo a tutte queste cose, a come ognuno di questi ricordi sia talmente vicino che sembra di parlare dell’altro ieri, e c’era la musica struggente del violino e del fagotto e tanta gente che li guardava proprio come li guardavo io, e quando ho visto mio padre con le lacrime agli occhi mi è venuto un groppo alla gola, ed ecco.
una volta non piangevo per le cose felici.
mi sto facendo proprio anziana.

[aggiornamento bisettimanale]

quindi siamo al 13 giugno. siamo al 13 giugno e il calendario del mese, su questo blog, è intonso. male, molto male. nel frattempo:

ha iniziato a essere estate quasi per davvero (manca il mare, e la cavigliera, ma il caldo c’è e anche le scarpe aperte, la finestra aperta la notte, il piacere di stendere i panni la sera, al fresco, coi rumori che viaggiano da lontano).

ho compiuto e festeggiato i miei 32 anni, godendomi la presenza del mio pi per cinque giorni di fila (lusso, signora mia, lusso!), lui che gira per le stanze, che mi abbraccia prima di dormire, e le nostre cene coi vini presi a cantine aperte, le polpette al sugo e il fritto di calamari, e i film di pomeriggio, ridere per stronzate, fare i turisti, essere ospiti a cena a casa poppi per la prima volta. essere felici.

ho smesso per vari motivi di cercare coinquilini, non ho smesso invece di cercare casa. il sogno vero sarebbe qualcosa vicino al lavoro. e poi, il resto l’ho già detto (e si scontra con grigie realtà di monolocali piano terra con affaccio strada livello sguardo e grate alle finestre e una luce orribile e neanche un micro poggiolo dove stendere due mutande, ma non smetto di sperare in qualcosa di meglio).

continuo a fare colazione a casa, col latte fresco e i cereali e col telegiornale di sky in sottofondo; e l’esperimento in più, iniziato da poco, è pesare i cibi, contare le calorie, misurare l’olio dell’insalata col cucchiaino, annotare tutto quello che mangio – insomma quello che la gente normale chiama dieta, interpretato nella solita maniera autistica in cui io interpreto le cose quando mi prende la fissa. il che contrasta palesemente con l’aver organizzato una cena coll’amighetti a base di cuscus e bruschette e cheesecake proprio ieri, ma andava fatta e diciamo che era la parentesi sgarro.

poi continuo (ho ripreso) a fare pupazzini all’uncinetto, cagnolini e fragole e spicchi di mela coi semini, mentre guardo film e puntate di telefilm, con gnappo ai piedi del letto, disteso lungo lungo sulla direttrice dello spiffero d’aria fresca.

e dò il flatting sui listelli di legno del bagno, cerco di tener pulito e in ordine, chiudo a chiave la porta, abbasso le persiane prima di andare a dormire, chiudo il gas, controllo che la macchia di umido non diventi troppo umida; ma tra me e questa casa è decisamente arrivata la crisi, io ci sto sempre più a disagio e lei mi risponde sputando giù qualunque cosa stia appeso ai muri con qualunque metodo. chiodi su muro, colla su piastrelle, adesivo su carta da parati, tasselli, tutto; tutto si stacca e viene giù rovinosamente. è un segno, no? eh.

[buchi]

c’è un buco, esattamente al centro di questa casa. un buco quadrato di quattrometriemmezzo per quattremmezzo, con dentro avanzi di un trasloco e disordine e un tempo separato da quello del resto della casa, un tempo rimasto fermo a una settimana fa. una dimensione parallela. che dovrei ripulire e riordinare, dalla polvere e dalle cianfrusaglie da buttare e dai ricordi – renderla attraente per poi farle una foto e metterla sugli annunci, che qualcuno se la prenda. perché a me quel buco lì non piace mica, perché avverto tutto il peso e l’ingombro della sagoma vuota che è, perché mette ansia, e  anche perché costa quattrocentoventicinque euro, certo.

e sono giorni così, comunque. un po’ tristi, ché un conto è quando in casa non c’è momentaneamente nessuno e un conto è quando rientri e chiudi già la porta a chiave perché sai che tanto nessuno deve tornare. è rimasto gnappo, per fortuna; ci facciamo una gran compagnia, passiamo le serate romantiche tête à tête, io cucino e lui mi osserva dal basso, io pulisco e lui si rannicchia in un angolo, io parlo al telefono con pi affacciata alla finestra e lui mi guarda con l’espressione di chi non capisce perché mai tutt’a un tratto parli da sola e abbia anche tutte quelle cose da dire. l’ho anche portato dal veterinario, gli dò gli integratori per fare il pigiamino lucido e compatto, gli ho comprato la ciotola per le crocchette con il dosatore, e la cassettina nuova per la lettiera. me ne prendo cura in maniera meticolosa, come cerco di curare la casa, a gesti rapidi e precisi, facendo rumore per sentirmi – sublimando forse il bisogno che ho di dare attenzioni, e quello di dare un ordine alle cose e un ordine a me stessa.

e nel frattempo continuo a cercare, una coinquilina per la stanza (e la cosa tragica è che non chiama mai nessuno), e una casa nuova per me (e la cosa tragica è che tutti i monolocali che ho visto finora erano minuscoli, bui e angoscianti). e poi lavoro tanto e dormo poco e sono nervosa e ho un’infiltrazione nel muro del corridoio e non so cosa mettermi per il matrimonio di mimmo e dovrei dimagrire e un bel giorno mi ritrovo che mi si spegne un attimo il cervello e salto una fermata di treno del tragitto che faccio tutte le mattine, scendo a quella dopo e sono incapace di capire come ho fatto, e di ricordare qualsiasi cosa da quando sono salita, e questo è decisamente un sintomo.

ho bisogno di riposo, di calma, di ordine, di un attimo di tregua. e delle coccole di pi, e di passare il compleanno con lui e stare bene.

e sì: fra tre giorni ho trentadue anni, e sono in mezzo al panico generale.

[ i dreamed i stopped dreaming ]

/incubo/ sogno la morte di mia madre. colpita alla testa da qualcosa che non so, un braccio meccanico, qualcosa di non meglio specificato. da un sogno colmo di dolore e in cui tutti piangono distrutti, mi sveglio talmente spaventata che non ho la forza di raccontarlo.
/sogno/ il sogno è al risveglio, nel bel mezzo della notte, accanto a un respiro cadenzato e regolare. è nel cercare e trovare un paio di braccia, le sue mani, la sua pelle calda. il sogno è nell’abbraccio che cinge, che protegge, che calma. nel sorriso che mi nasce sulle labbra, nel potermi accoccolare e rannicchiare, nel sentirmi avvolta. nell’essere in due, ed essere lì l’una per l’altro.
/incubo/ sogno anche la morte di mia sorella. che a fine sogno si rivela solo presunta, solo fatta credere per allontanarsi da tutti. ricordo il senso di abbandono, la delusione, l’amaro in bocca.
/sogno/ un fine settimana di riposo e coccole, la luce dalla finestra della stanza, la pioggia fuori che cade scrosciante. tre film, abbracciati insieme sul letto davanti allo schermo dell’imac. e le mozzarelle e l’insalata e la porchetta, un risotto venuto benissimo, biscotti alla nocciola. sauvignon e vermentino. fare la spesa insieme, preparare insieme da mangiare. ridere di gnappo che fa il gatto carino per un pezzo di porchetta. fare finta di essere — solo finta, purtroppo, solo finta.
/incubo/ poi sogno di avere un bagno enorme, grande e lucido come una sala da ballo, e pieno di gente, e di non riuscire a far uscire tutti per potermi fare una doccia e andare al lavoro. più cerco di cacciare tutti e più arriva gente nuova. e non trovo i miei vestiti, le mie scarpe, le mie cose, spostate da chissà chi. a fine sogno, dopo molta fatica, sono terribilmente in ritardo.
/sogno/ e due colazioni. col caffè e il latte fresco. bevuto bianco, freddo, dal bicchiere. cioè quello che una volta era la mia kriptonite. l’ho aggiunto alla mia colazione anche stamattina, un bicchiere di latte bianco. che addolcisce, che calma. che ti fa sembrare più vicino, ché ripetere i riti serve a far passare più veloce il tempo. iniziano altre due settimane da strappare pezzo per pezzo e masticare fino alla fine. fino a ritrovarti un’altra volta. qui, tra le mie braccia.

[le cose che cambiano - altri spiccioli di presente]

intanto, sono stanca. stanchissima, trascino il passo senza trovare lo scatto, se non quello di nervi, nei miei picchi di acidità periodica. è la primavera, è il caldo che non arriva, sono le tante cose da fare e gli incastri e il pensiero che non si ferma mai.
devo trovare una coinquilina. la tamanta se n’è andata a vivere col fiancé, mia sorella va via fra venti giorni e rimaniamo solo io e gnappo, che però non paga l’affitto. devo trovare una coinquilina e la disposizione d’animo per tornare a considerare casa mia il luogo dei giochi, un’oasi di pace, il posto dei sorrisi e del relax, e smettere di vedere le pareti che grondano amarezza. dovrei dare un bel colpo di spugna e andare avanti con un’alzata di spalle, ricolorare gli spazi bianchi, riempire quelli vuoti. raccogliere i pezzetti di cocci da terra e rimetterli insieme, o toglierli di mezzo. è difficile, ma lo farò. passerò oltre e forse sarò un po’ più triste, ma sarò di nuovo in piedi.
e posso ricominciare da un mucchio di cose, dai plum cake a forma di scritta “cake”, dal gatto di fili di metallo a cui appendere orecchini e collanine, da una foto di parigi da attaccare al muro. dal cambiare l’ordine dei mobili, cambiare panorama.
in fondo, alle novità si tratta solo di abituarsi.

[tokyo - quello che sta nel mezzo - 6]

giorni 7 e 8 – marunouchi e akihabara.
sono rimasti da raccontare gli ultimi due giorni, che già un po’ sbiadiscono e si sfocano nella memoria. scanditi dalla birretta serale all’ace’s, che diventa rito quotidiano, gli ultimi due giorni vanno via tra shopping di souvenir (di nuovo da tokyu hands, di nuovo ad asakusa con secondo giro di ramen) e gli ultimi giri culturali. il palazzo imperiale, in programma per il giorno 7, salta causa giorno di chiusura settimanale – potevamo non beccarlo preciso? – e, rimandato al giorno dopo, lascia spazio ad una sfavillante e frenetica akihabara, un susseguirsi ininterrotto di negozi di elettronica e di giocattoli, manga, action figure, pupazzetti e gadget di tutti i tipi. della serie, portatemi via. in tutto questo riesco anche nel mio intento di portarmi via il mio tero tero mozu, che si palesa alla stazione di tokyo dopo lunghissima e infruttuosa ricerca, bello come il sole, tinto coi colori da kimono, ricamato a mano con le lettere giapponesi sulla faccia, uno spettacolo. soddisfazione generale.
per il giorno 7, un discorso a parte merita il museo ghibli: bello, bello, bello in maniera imbarazzante. non semplicemente una raccolta di schizzi preparatori, ricerche iconografiche e materiali di backstage dei lungometraggi – che già sarebbero ampiamente valsi il prezzo del biglietto – ma il paese delle meraviglie di un genio dell’animazione: sparsi tra le sale trovano posto piccoli plastici e illusioni prospettiche, macchine animate ed effetti di luce, piccoli meravigliosi corti animati in loop. volevo andare a vivere davanti alla giostrina coi pipistrelli e i totoro che saltano la corda, o alla lanterna cinese del robot e del volo di gabbiani. meraviglia.
il giorno 8, nonché l’ultimo prima della partenza, ci decidiamo finalmente ad alzarci prestino (più prestino del solito) e ad andare a vedere il mercato del pesce di tsukiji. esperienza ruvida e un po’ truculenta, ma da fare. gli ormai leggendari carrellini elettrici che sfrecciano a due centimetri dal tuo culo sono una realtà che confermiamo, e anche gli sguardi truci dei pescatori che fanno a pezzi tonni e altre robe enormi con gran spargimento di sangue. la colazione di sushi post-mercato, anche se la colazione vera era stata già fatta, nun c’aregge – ed è definitivo: non la faremo mai.
dopo è il turno del giro ai giardini del palazzo imperiale, bellissimi e – va da sé – curatissimi, giro che finisce prestissimo, essendo svegli dalle 5, per lasciar spazio a un intero pomeriggio di – indovinate un po’? – shopping. l’ultima illuminante scoperta è che la mia japanese cheese cake, da sempre classificata come ricetta-che-non-mi-usciva, in realtà usciva esattamente come deve essere. grande soddisfazione, mi riprometto di rifarla.
poi valigie, ultimo okonomiyaki con ultima biru, e l’indomani rientro. saliamo in aereo senza neanche l’ombra del thrilling dell’andata, e le dodici ore di traversata non passano mai più. ma questo, ce lo siamo già detti.

Next entries »